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Intervista a Monica Cirinnà: “Alleanza con i 5S? Contro le destre serve un campo largo di centrosinistra”

DiRed Viper News Manager

Lug 27, 2021

Non sono in molti in politica a vedere il proprio nome accostato a una legge. Una dei pochi è la senatrice dem Monica Cirinnà. La legge che ha istituito le unioni civili sia per le copie omosessuali sia per quelle eterosessuali, è conosciuta come la “legge Cirinnà”, in riconoscimento del ruolo da lei avuto in una battaglia per i diritti civili. Al Riformista racconta il “suo Pd”, Roma e la posta in gioco sul ddl Zan.

Il 29 luglio le diverse “Agorà” della sinistra PD si riuniranno assieme a settori sociali, culturali, politici di una sinistra composita, attiva fuori dai dem. Con quali propositi?
Con il proposito di ritrovare una visione critica del mondo di oggi, mettendo fine alla dispersione delle forze e superando scissioni, guerre ideologiche, distinguo funzionali alla conservazione di gruppi dirigenti. Sul piano ideale, si tratta di sottoporre a critica radicale i miti liberisti che per decenni hanno dominato la cultura occidentale. La pandemia ha fatto esplodere contraddizioni pesantissime: l’aumento delle differenze sociali e della povertà, l’accentuarsi della divisione tra nord e sud, l’esplosione di forme di ansia e di solitudine in particolare tra i giovani, l’insostenibile fatica quotidiana delle donne. Dobbiamo farci carico dei limiti di quello che Pasolini definiva uno “sviluppo senza progresso”. Dare regole, attraverso la politica, ai processi spontanei dell’economia può rendere migliore, più competitivo, partecipato, innovativo e moderno il sistema-paese. Che altrimenti sprofonderebbe in conflitti paralizzanti, terreno fertile per le destre. Proprio per questo, è urgente ricomporre il campo plurale della sinistra. Di questo processo, il Pd è soggetto propulsore, capace di dialogare a sinistra e al centro, come è stato ribadito da ultimo nel manifesto di “Campo democratico – Socialismo e cristianesimo”: un documento che ho sottoscritto con convinzione, promosso dall’intelligenza politica di Goffredo Bettini, cui mi lega una antica e profonda amicizia. È il momento di costruire – con pratiche democratiche, a partire dalle Agorà promosse dal Segretario Letta – un pensiero nuovo, che risponda alle inquietudini di questo tempo. Dobbiamo aprire porte e finestre – farlo, non solo dirlo – lasciando che il Pd venga contaminato da quel campo largo di esperienze civiche e associative che, per fortuna, esiste e resiste. Bisogna ascoltare quel che si muove fuori di noi con il coraggio della condivisione, che significa anche fare spazio a energie nuove.

La metto giù un po’ brutalmente: l’orizzonte è quello di un Pd più a sinistra o, in prospettiva, la creazione di un nuovo soggetto politico?
Il Pd è un partito plurale. Letta ha dichiarato di considerare questo pluralismo una grande ricchezza. Sono d’accordo con lui. Dire «più a “sinistra» semplifica troppo il progetto di una forza critica e realmente riformatrice. Sottolineo, semmai, la necessità di dare un senso più chiaro al termine “riformismo” che usiamo in modo confuso e generico. Questo tempo così complesso non va solo governato, va anche trasformato. Definirsi riformisti significa porsi il problema della meta di questa trasformazione; del modo in cui restituire speranza a chi si sente solo, ai margini, deluso e frustrato. Che senso ha dirsi riformisti, se non si è in grado di migliorare per davvero le condizioni di vita delle fasce più deboli? Il riformismo deve saper tenere assieme – torno a Pasolini – sviluppo e progresso, restringendo la forbice delle disuguaglianze. Questo significa per me, oggi, dirsi ed essere di sinistra: prendere su di sé fatica e solitudine e ricucire questo paese. Altrimenti l’Italia si spezzerà sempre di più in due mondi separati. Incapaci di collegarsi e riconoscersi. Corriamo il rischio che il disagio si trasformi in rabbia, mettendo in pericolo il sistema democratico e la coesione sociale. Questo impegno si deve esprimere dentro e con il Pd. Non vedo utile immaginare nuovi contenitori che inevitabilmente porterebbero a lacerazioni e ad una frammentazione minoritaria. Su questo terreno abbiamo già dato. Fin troppo.

In una sinistra in cerca d’identità, quanto debbono pesare i diritti civili? C’è chi sostiene che le priorità dovrebbero essere altre, quelle sociali in primis. Lei come la vede?
La vita delle persone deve essere la nostra preoccupazione costante. I diritti, senza aggettivi, sono la vita delle persone, la loro dignità, la loro possibilità di esprimersi pienamente in libertà. Per questo, contesto la contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali. L’identità del Pd affonda le sue radici nell’incontro tra la tradizione comunista, quella socialista e quella cattolico-democratica. Il nostro faro e il nostro orizzonte sono ancora gli articoli 2 e 3 della Costituzione. Basta rileggerli, per capire che libertà e uguaglianza sono sempre in equilibrio. Per capire che la rimozione degli ostacoli di cui parla l’articolo 3 ha una finalità ben precisa: quella di rendere possibile il «pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». E per capire che il riconoscimento dei diritti inviolabili sta assieme all’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Di fronte a questa promessa di futuro, la nostra strada è segnata. Il pieno sviluppo della persona umana esige condizioni di vita pienamente degne: e questo non può ridursi, ovviamente, al solo benessere materiale. Deve estendersi anche al riconoscimento pieno del modo in cui ogni persona intende costruire la propria felicità. Tenere insieme il pane e le rose, come cantavano le donne inglesi negli scioperi del primo Novecento: siamo ancora lì. Senza il pane e senza le rose non si può dare una speranza nuova. Se non si persegue l’unità nelle lotte per i diritti, non si può conciliare il riconoscimento delle identità e la costruzione di una cittadinanza che non le metta in sterile contrapposizione.

Parlare di diritti civili rimanda alla più stretta attualità politica e parlamentare: il ddl Zan. C’è il rischio di uno slittamento a settembre, anticamera, come è successo in passato, di un accantonamento?
Escludo che il ddl Zan possa essere accantonato. La sfida è urgente e ha un valore politico e culturale immenso: dobbiamo decidere se l’Italia sta dalla parte di Orban o dei valori europei. Lo slittamento a settembre è nei fatti, per via dei numerosi decreti in conversione al Senato e del tanto, troppo tempo perso a causa dell’ostruzionismo della Lega e dell’assurda ricerca di impossibili mediazioni. È nei fatti, lo ripeto: non è, come qualcuno ha il coraggio di dire, il frutto di una decisione del Partito democratico. Il Pd, grazie al segretario Letta e alla Capogruppo Malpezzi, ha mantenuto fermezza e unità. Restiamo convinti che il testo approvato dalla Camera sia un ottimo punto di equilibrio: dà tutele efficaci, non lascia indietro nessuna persona e soprattutto mette in campo serie azioni di prevenzione. Non è massimalismo e non è nemmeno “cirinnismo”, come qualcuno ha scritto: è solo giustizia. Non è piantare bandierine: è mettere al centro con coraggio la vita delle persone in carne ed ossa, che non sono ideologia. L’approvazione alla Camera è stata il punto finale di un confronto serrato tra Pd, M5S, Leu, una parte di FI e anche IV: proprio IV ha contribuito in modo determinante alla scrittura del testo, anche sui punti che ora rimette in discussione. Credo sia giunto il momento di assumersi le proprie responsabilità a viso aperto, con il voto. Questo vale in particolare per IV ma anche, me lo lasci dire, per il Pd. Dobbiamo essere all’altezza delle aspettative e delle speranze che vengono riposte in noi, soprattutto da parte dei più giovani.

Lei conosce molto bene la realtà romana. Il candidato Pd, Roberto Gualtieri, sfida la sindaca 5Stelle, Virginia Raggi. Come la mettiamo con l’alleanza strategica dem-pentastellati?
Roma è la mia città. Ho avuto il privilegio di servirla per vent’anni. Conosco bene la sua meraviglia e il suo dolore, dovuto a cinque anni di pessima amministrazione. Roberto Gualtieri è il volto di una coalizione larga, che ha messo insieme le migliori energie della città. Lo sostengo con forza e sono convinta che riuscirà a fare di Roma la capitale dell’accoglienza, dei diritti, delle possibilità. A partire dalla costruzione di relazioni che possano ricucire la città, dando una risposta alle solitudini e alle angosce delle romane e dei romani. Lei mi chiede dell’alleanza strategica con M5S: io le rispondo che ogni territorio ha la sua storia e che, a Roma, non c’erano le condizioni per questa alleanza. Il nostro giudizio sull’amministrazione Raggi non può mutare per ragioni tattiche: Roma è più importante. In altri territori è stato possibile incontrarsi, e questo è un bene per quelle città, ma anche per la rifondazione del campo alternativo alle destre. Qualcuno – che magari sta già assaporando di saltare il fosso – dice che l’asse di divisione del quadro politico non è più destra/sinistra, ma riformisti/populisti. Non sono d’accordo, il termine riformista è abusato e usato da più parti , anche a destra , come dai più incalliti liberisti, che tanto danno hanno fatto al nostro paese. Credo ancora che tra destra e sinistra ci sia un abisso in termini di visioni del mondo. Ecco perché è urgente rigenerare il campo largo del centrosinistra, per cercare di costruire insieme una alternativa seria alla drammatica prospettiva di un governo delle destre.

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