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Il caso Parmigianino ovvero la vittoria di un’Italia provinciale ma proterva

Alla fine il dipinto di Parmigianino raffigurante il mito di Saturno e Filira è stato venduto per una cifra quasi irrisoria per un capolavoro di uno dei più grandi artisti del Cinquecento, esposto con tutti gli onori alla mostra delle Scuderie del Quirinale del 2016: meno di 600.000 euro. Ma lo Stato italiano si è lasciato scappare l’affare. Nonostante l’appello da me promosso e firmato da un Premio Nobel e sette Accademici dei Lincei, con il quale chiedevamo di assicurare al patrimonio nazionale il più importante dipinto del pittore parmense ancora in mani private. È la vittoria di un’Italia inefficiente e provinciale ma proterva.

Anche perché il Ministero della cultura, che non ha rilasciato nessuna dichiarazione sulla vicenda, aveva recentemente speso parecchi soldi – mi risulta centinaia di migliaia di euro – per acquistare dalla famiglia Odescalchi un manufatto – il modello del monumento a Papa Innocenzo XI – che si trovava già in Italia da secoli, era vincolato e dunque non era esportabile, perlopiù opera di un artista senz’altro minore rispetto a Parmigianino: lo scultore sei-settecentesco Pierre-Étienne Monnot.

Ma dall’episodio del Parmigianino mancato si capisce che l’inettitudine, purtroppo, non è solo dell’apparato ministeriale, che non studia per tempo i cataloghi d’asta internazionali e, ultimamente, si è lasciato sfuggire un altro importante dipinto, un Dosso Dossi di committenza estense e già nella Galleria Borghese. Essa si estende anche a uno storico dell’arte di fama come Tomaso Montanari, che presiede il Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti.

Montanari nelle scorse settimane non ha voluto firmare l’appello per il Parmigianino proprio perché, a suo dire, ciò poteva essere in conflitto con il suo ruolo nell’organismo deputato a fornire al Ministero il parere per un eventuale acquisto pubblico. Poi egli, dopo pochi giorni, ha pubblicato un articolo su Il Fatto Quotidiano in cui fa l’esatto contrario, e cioè si espone pubblicamente, gridando allo scandalo per l’imminente compravendita di sette opere di Giambattista Tiepolo ed esorta lo Stato a comprarle. Cosa che poi puntualmente avviene, perché il Ministero esercita subito la prelazione rispetto alla famiglia Benetton che intendeva acquistarle per la cifra di 1,85 milioni di euro, cioè tre volte il prezzo d’asta del Saturno e Filira di Parmigianino.

Ora, i Tiepolo si trovavano già sul territorio nazionale e non avrebbero potuto lasciare il nostro Paese, perché vincolati. È vero che i sette dipinti erano stati fino ad allora concessi in comodato dai proprietari al Palladio Museum di Vicenza, ma solo una mentalità inquinata da un approccio ideologico può vendere all’opinione pubblica come un successo il fatto che si rinunci coscientemente ad arricchire il patrimonio nazionale facendo rientrare dall’estero un capolavoro di un grande maestro perché bisogna ‘salvare’ opere vincolate – e quindi inesportabili – di un altro grande maestro dalle ‘grinfie’ di un privato.

Sarebbe stato molto più opportuno impegnarsi concretamente per far tornare nel nostro Paese il Parmigianino. E magari sfidare dalle colonne di un giornale i Benetton a donare i Tiepolo allo Stato.

Ma l’aspetto che più dispiace è un altro. La sciatteria del FAI, il Fondo per l’ambiente italiano, che avrebbe dovuto più di tutti sostenere questa iniziativa, vista la sua missione e i valori che ne sono alla base. Il presidente Andrea Carandini, da me più volte sollecitato, non solo non ha sottoscritto l’appello ma non ha neppure risposto.

Più comprensibile, anche se non più onorevole, l’indifferenza mostrata da banche, fondazioni o aziende come la Barilla (che ha sede a Parma) o la Etro (il cui fondatore Gimmo è un grande collezionista di arte antica).

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia