• Dom. Set 19th, 2021

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7 serie tv davvero imperdibili

Avvincente come un romanzo, innervata di cinema dalla prima all’ultima inquadratura, la serialità televisiva non è mai stata cosi popolare: vuoi per il mix di raffinata scrittura e accattivante design con cui si fa specchio della quotidianità, vuoi per il fascino magnetico che esercita il destino incerto dei personaggi, vuoi per le star del grande schermo di cui sono gremite, sono ormai un fenomeno di culto che ha alimentato il nostro binge watching.

Come i duellanti in un torneo, le serie tv che hanno fatto delle over the top – Netflix, Amazon, Disney plus –  producono un vero e proprio campo di battaglia, si sfidano nell’on demand per la  conquista di nomination in vista dell’Emmy annuale. Ma chi non si è sentito un po’ Robinson Crusoe nell’oceano dello streaming? Tra serie già cult, altre che si stanno facendo notare, eccone alcune  davvero imperdibili.

Le Bureau, di Éric Rochant, 3 stagioni

In Francia è già un cult. Questa spy story, letta dalla critica come la risposta europea ad Homeland, possiede marcata drammaturgia nell’intreccio di spionaggio e indagini procedurali  di una cellula dell’intelligence francese, che addestra e gestisce una rete di spie clandestine, diretta da Jean-Pierre Daroussin fido protettore del protagonista: un agente sotto copertura con la sindrome dell’infiltrato, interpretato da Mathieu Kassovitz, il cui amore per una donna siriana attiva thriller politico nel doppio gioco di impostura cronica, strategie e manipolazioni, spostandosi abilmente tra le insidie di intrighi internazionali. Éric Rochant, showrunner della serie, ispirato da Zero dark thirty e dai film politici americani degli anni ’70, compone un tortuoso script  che ha come scena realistica la lotta al terrorismo: il più accurato disegno di geopolitica tracciato da una serie tv, rivela le ansie e paure di una nazione sotto pressione.

WandaVision, di Jac Shaeffer, 1 stagione

Inizia come una sitcom degli anni 50, ma i protagonisti sono supereroi Marvel (la telecinetica Wanda e l’androide Visione), che scolorano dal digitale ipersaturo al bianco e nero, nell’idillio del suburbio. E se ciò che vivono fosse una illusione generata proprio dai superpoteri di Wanda? Intanto, una missione di recupero, indaga sull’anomalia del caso. Ideata da Jac Shaeffer (sceneggiatrice di Captain Marvel), si configura come una delle serie più bizzarre e inventive del momento: nove episodi da 30 minuti cavalcano l’evoluzione della sitcom (da Vita da strega a Modern Family), al ritmo di battute esilaranti, espressioni buffe, risate registrate, per scoprire come la realtà artificiale che tiene tutti aggrappati ad utopie rassicuranti – su cui la serie intreccia, con sguardo raffinato, comedy e drama, cinema e televisione – in realtà, celi solitudine e sconforto che nemmeno gli eroi dei fumetti riescono ad evitare. “Un burlesque nostalgico di cultura pop” ha scritto il New York Times.

Peaky Blinders, di Steven Knight, 5 stagioni

Amata da David Bowie e Leonard Cohen – ma sarebbe piaciuta anche a Peckinpah – questa pluripremiata serie BBC di Steven Knight, che inizia con un gangster a cavallo per le strade di Birmingham, fonde abilmente crime, western, una colonna sonora rock, per raccontare la storia di una popolare organizzazione della classe operaia inglese che alla fine del XIX secolo dominò per un ventennio la città. Spostando sapientemente l’ambientazione al primo dopoguerra, lo sfondo sociopolitico è animato da interpreti di spessore, che fanno capo a Cillian Murphy – boss tormentato da psicosi bellica – sono personaggi dotati da un’aura da graphic novel che abitano un’arena di miserabili. Una rievocazione piena di stile, scrive il Times a cominciare dall’eleganza sartoriale dei costumi, diventati  di moda, che vede abili esecutori dall’aspetto gentleman indossare peaky blinders, visiere appuntite. Ma non fatevi ingannare, quando uno di loro si toglie il berretto è sangue sulla scena e la resa dei conti è vicina.

Resident Alien, di Chris Sheridan, 1 stagione

“Resident Alien, impiega un minuto per ambientarsi nella sua pelle, ma una volta che lo fa trova nuovo umorismo in un contesto familiare che si rivela una vetrina perfetta per le singolari abilità comiche di Alan Tudyk”: un alieno eccentrico, outsider, dall’ego smisurato e  risata robotica, è un pesce fuor d’acqua nella  natura umana, in cui tenta di mimetizzarsi come medico di una clinica del Colorado, mentre lotta con il dilemma morale della sua missione: riuscirà a distruggere la terra, senza provare compassione per la razza umana che disprezza? Tratta dall’omonimo fumetto di Peter Hogan e Steve Parkhouse, la serie trascina la fantascienza, il sottofondo crime di omicidi e cadaveri rinvenuti dal gelido paesaggio, nell’ironia grottesca della dark comedy: tra schiette diagnosi di patologie, emozioni, comportamenti, situazioni imbarazzanti, generate  dallo smarrimento del suo personaggio, e una buona dose di fallimenti quotidiani. La premessa – l’extraterrestre infiltrato sulla terra – non è nuova al genere, tuttavia lo script del suo ideatore, Chris Sheridan (I Griffin),  dota la  serie di umorismo macabro e dialogo pungente: come se un film di Spielberg fosse sceneggiato dai fratelli Coen.

La fantastica Signora Maisel, di Amy- Sherman Palladino, 3 stagioni

Si deve ad Amy – Sherman Palladino (autrice di Una Mamma per Amica) la genesi di uno dei personaggi più sorprendenti della serialità televisiva, Mrs. Maisel, una ebrea newyorkese dell’Upper West Side, intelligente e sofisticata, che fa del sessismo degli anni ’50 il materiale grezzo dei suoi pezzi di irriverente comicità. Di stagione in stagione, passa dal ruolo costipato di moglie, madre e casalinga senza ambizioni, che due genitori agli antipodi le impongono, a quello di artista indipendente, in rapida ascesa nei ranghi maschili e sui palchi fumosi della stand-up comedy. Tra dialoghi frenetici e battute esplosive, che iniettano nella serie un ritmo brillante, Rachel Brosnan (“esuberante”, “carismatica”, e minacciosamente vitale) – spalleggiata da, Alex Borstein, una manager ruvida e mascolina, e Michael Zegen, un ex marito che emerge, in solitaria, dalla seconda stagione – è un uragano di comicità, capace di bilanciare audacia e vulnerabilità femminile, cui tiene dietro una regia agile e magnetica che si avvale del gusto ricercato per scenografie e costumi, come scrive Silvia Scarpini. Se il rischio di dire cose indicibili, è l’essenza della commedia – come afferma il grande Lenny Bruce, che compare tra i personaggi – quest’idea, avanza, inarrestabile, per tutta la serie, vincitrice di Tre Golden Globe e Cinque Emmy.

Godfather of Harlem, di Chris Brancato e Paul Eckstein , 1 stagione

Ambientata nella Harlem segregazionista degli anni ’60, la serie si ispira alla vita del suo padrino e allibratore, Bumpy Johnson, il quale, dopo una pena carceraria di 40 anni come narcotrafficante, trae strategica alleanza dall’amicizia di lunga data con Malcom X e il pastore Adam Clayton Powell, entrambi coinvolti in un tiro alla fune con la mafia italiana, per ripulire le strade dall’eroina e rivendicare il presidio afroamericano del quartiere. Protagonista di azione e violenza, Forest Whitaker, la cui palpebra a metà pupilla conferisce una recitazione “pigra e contemplativa”, capace di celare impulsi di rabbia che esplodono improvvisi sulla scena; notevoli i co-protagonisti del calibro di Vincent D’Onofrio, Chazz Palminteri, Paul Sorvino. L’impeccabile ricostruzione di jazz club, combattimenti sul ring, l’intreccio di politica nera e lotte tra clan di gangsters, la colonna sonora black di rhythm and blues, soul, rap, dotano “Godfather of Harlem” di un ritmo incalzante nella rappresentazione di un mondo razzialmente diviso, corrotto e venale.

Atlanta, di Dan Glover, 2 stagioni

Ambientata nell’omonima città del pop, del gospel, e della CNN, abitata da una delle più vaste comunità di afroamericani, Atlanta, vincitrice di due Golden Globe e inserita dal NY Times  tra le serie migliori nell’anno di produzione, racconta due di loro: Alfred, una celebrità della scena rap locale, che mantiene un alto tenore di vita smerciando droga, e suo cugino Earl, interpretato da Donald Glover, che è il talento ideatore della serie, un cantante rapper e comico che impersona uno squattrinato che vive sulle spalle della compagna e vorrebbe fargli da manager. È uno spaccato minuto che consente  alla serie di raccontare, senza filtri, la vita quotidiana degli afroamericani, di gettare luce sul mondo underground dell’hip hop, e alla televisione, finalmente, di essere molto migliore di quanto ci aspettiamo. La fotografia glaciale di  degrado e discriminazione del suburbio, restituisce la rappresentazione più autentica di una città amata e odiata allo stesso tempo, come tutte le grandi città, trovando efficace contrasto in un registro da commedia, carico di autoironia dirompente, con cui i protagonisti sdrammatizzano una realtà di emarginazione e razzismo che non cede mai il passo alla disperazione perché, come ha scritto Aldo Grasso,  “Dopotutto, ad Atlanta, la città di Via col Vento, domani è sempre un altro giorno”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia