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Yoga, Carrère e la depressione

French writer Emmanuel Carrere poses for a photograph in Paris on February 17, 2016. (Photo by JOEL SAGET / AFP) (Photo by JOEL SAGET/AFP via Getty Images)

“Il punto è – e non è la prima volta che me lo chiedo – se c’è contraddizione o addirittura incompatibilità fra la pratica della meditazione e il mio mestiere, che è quello di scrivere. Nei prossimi dieci giorni guarderò sfilare i miei pensieri lasciandoli andare, oppure cercherò di fissarli – che è proprio quello che non bisognerebbe fare, ossia l’esatto contrario della meditazione? Prenderò di continuo appunti mentali? In questi dieci giorni sarà il meditante a osservare lo scrittore o lo scrittore a osservare il meditante? Un grande, grandissimo dilemma, che mi tormenta, e sul quale finisco per addormentarmi.”

Negli ultimi anni, in particolar modo durante la pandemia di Covid-19, le pratiche di meditazione, all’interno delle quali possiamo inserire lo Yoga, hanno visto una grande espansione e diffusione. Risulta difficile non conoscere qualcuno che non pratichi qualche forma di Yoga, ma in che modo questo si relaziona con ciò che accade al di fuori della nostra testa e con gli eventi di cronaca che quotidianamente viviamo?

Una delle possibili risposte la cerca Carrère in questo suo nuovo libro intitolato appunto Yoga e pubblicato per Adelphi. Di Yoga se n’è parlato molto, è un libro che ha riscosso da subito un’attenzione da parte della critica, e una ottima risposta da parte dei lettori, ma cosa è avvenuto poi che continua a portare Yoga al centro del discorso pubblico?

Sicuramente per prima cosa bisogna parlare del rapporto tra la meditazione e gli avvenimenti straordinari di cronaca, declinato innanzitutto nella forma non fiction; in secondo luogo anche attraverso lo stile che Carrère utilizza, in questo caso tradotto da Lorenza di Lella e Francesca Scala.

Ma procedendo con ordine è necessario capire di cosa si parla quando si parla del rapporto tra lo yoga, la meditazione, e l’attualità, nella misura in cui si presenta straordinaria – ma forse si potrebbe estendere il discorso anche a questo straordinario ordinario che stiamo vivendo da circa un paio d’anni – in ogni caso è durante l’attentato di Charlie Hebdo che Carrère scrive questa storia ed è a partire da quegli eventi che inizia a mettere in relazione le due cose, scrive:

“Eppure, sebbene da un punto di vista morale non abbia alcun rimprovero da muovere, ho l’impressione che tra il sangue e le lacrime sparsi a Parigi in quei giorni, il cervello di Bernard sul linoleum della povera, piccola redazione di «Charlie», la vita distrutta di Hélène F., per limitarmi alle persone che conosco, e il nostro conclave di meditanti impegnati a frequentare ognuno le proprie narici e a masticare in silenzio bulgur con gomasio, una delle due esperienze sia, molto semplicemente, più vera dell’altra. Tutto quello che è reale è vero, per definizione, ma alcune percezioni del reale hanno un grado di verità maggiore di altre, e non solo le più ottimiste. Penso per esempio che ci sia un grado di verità maggiore in Dostoevskij che nel Dalai Lama.”

In che misura quindi confrontarsi con tutto questo? Forse la chiave interpretativa per affrontare questo dialogo è nello stile di scrittura di Carrère, perché è da lì che nasce, appunto, la percezione del reale di cui parla. Una percezione del reale che di fatto non si confronta solo con il reale, ma appunto, anche con noi che lo percepiamo.

E qui arriviamo al secondo punto, che forse spinge questo libro all’interno di una contemporaneità che merita di essere ancora approfondita, perché nel confronto tra la meditazione e gli avvenimenti che Carrère definisce con un grado di verità maggiore, lì c’è appunto lo stile. Lo stile di Yoga appare avanzare a spirale, una certa forma di loop che porta il pensiero a rigirare su se stesso e contemporaneamente ad avanzare. Il secondo capitolo di Yoga inizia così:

“Mi sono sposato due volte ed entrambe le volte ho raccolto le foto di famiglia in un album. Quegli album che, quando ci si separa, non si sa a chi rimarranno. I figli li sfogliano con nostalgia, perché mostrano un tempo in cui erano piccoli, in cui i loro genitori si amavano come ci si dovrebbe amare, in cui le cose funzionavano ancora”.

Il testo procede per ripetizioni – volte, volte; album, album; amavano, amare – ma nella ripetizione procede. Questo stile è così curato nella traduzione, che consente al lettore di non accorgersi della ripetizione, di procedere leggero, ma allo stesso tempo consente di fissare un certo modo di intendere ciò che accade, tornandoci e ritornandoci, non solo nelle singole parole, ma anche sui concetti che vengono trattati, abbandonati, ripresi.

Ecco che Carrère costruisce con Yoga uno strumento interpretativo di come poi la depressione si venga a mostrare, inizialmente sottotraccia e poi, man mano, sempre più in maniera visibile.

Perché alla fine della lettura, come si è detto più volte, yoga è un libro sulla depressione. Ma senza dubbio è anche un libro, come ci ha abituato lo scrittore francese, che dall’evento, o presunto tale, si disperde nei meandri della narrazione personale sulla percezione di quell’evento. Nel libro infatti viene citato anche un autore che di questo strumento narrativo è stato un grande maestro, ossia Robert Walser, che dello stile di scrittura divagante è stato precursore.

Yoga è un libro che porta, se possibile, in maniera ancora più evidente quel marchio personale che Carrère imprime sugli eventi, sul rapporto tra realtà e finzione, tra verità e veridicità, discostandosi leggermente dai precedenti e imprimendo una inclinazione stilistica che forse porterà lo scrittore francese verso nuovi modi di raccontare l’interpretazione della realtà.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia