• Ven. Set 17th, 2021

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Rigenerazione urbana e spazio vissuto

Nella ricostruzione sociale, economica e culturale post Covid, i  territori -a partire dalle città- dovranno fondarsi su una nuova organizzazione degli spazi che garantisca maggiore senso di appartenenza, comunità e sicurezza. 

La crescente “insecuritas” -costituita da tanti elementi diversi- appare una condizione dell’esistenza postmoderna metropolitana che è stata inevitabilmente acuita dalla pandemia. La sicurezza diviene quindi non soltanto una condizione psicologica individuale, ma una condizione sociale, un “bene pubblico” che va prodotto e salvaguardato. Per questo, nella sfida che ci aspetta in vista della costruzione di nuovi spazi urbani, dovremmo essere capaci di affermare una nuova cultura della domiciliarità che si fondi sulla partecipazione attiva dei cittadini allo sviluppo di comunità. 

Promuovere una cultura della domiciliarità significa perciò rinsaldare i legami con il contesto per potere continuare a riconoscersi in esso, mettere al centro delle politiche sociali la persona e una cultura che “renda umana” la città, che renda vivo l’abitare poiché presuppone il costante sviluppo di un sistema di welfare-mix fondato sulla rete tra i diversi servizi.

Una città è “familiare” se sa essere accogliente, se riduce i vissuti di estraneità, di ostilità, di insicurezza. La città che si fa casa è fatta di luoghi percorribili, riconoscibili, raccontabili; è una comunità sociale dove le famiglie possono avere uno spazio di protagonismo nelle scelte che riguardano i loro bisogni, ma anche dove possono mettere in campo le loro risorse.

Tutto ciò, oltre alla dimensione sociale e politica, rinvia ad una dimensione etica dei servizi, per cui la persona non è intesa come fruitrice di un servizio pensato da altri, astrattamente, magari anche perfetto, ma freddamente tecnico, bensì nel rispetto delle piccole/grandi dimensioni dell’esistenza e nel coinvolgimento, in quanto rivolto a soggetti veri, non immaginati come standardizzati nelle problematiche e nei bisogni. Una nuova domiciliarità pensata per gli anziani in un’ottica di maggiore autonomia, per i bambini e i giovani in vista della creazione di luoghi idonei ad  una “socialità” di quartiere e a una “genitorialità” diffusa; una nuova domiciliarità nei rapporti intergenerazionali e interculturali

Il PNRR ci darà la possibilità di ripensare il carattere delle metropoli, migliorando la qualità di vita attraverso varie azioni: da quelle per la riqualificazione territoriale alle politiche per l’abitare, alle politiche sociali e per la sicurezza.  La strategia di fondo, peraltro ormai praticata in tutta Europa, è quella della rigenerazione urbana, al fine di rendere vivibile e sostenibile lo spazio urbano, di soddisfare la domanda abitativa e di servizi, di accrescere l’occupazione e migliorare  la struttura produttiva metropolitana, di rassicurare la maggior parte della popolazione che risiede  nelle aree periferiche, non adeguatamente presidiate con servizi pubblici funzionali o istituzionali, ma con pericolosi vuoti esposti al degrado ambientale, all’insediamento criminale, all’abusivismo e ai ricorrenti fenomeni di illegalità.

Occorre quindi investire sulle zone più fragili attraverso forme di partecipazione, ristrutturazioni, recuperi, illuminazione, piazze, piste ciclabili, impianti sportivi, ma anche servizi riqualificati su più versanti di innovazione. Migliorando gli spazi urbani possono migliorare i nostri vissuti, dove le città non sono costruite per essere occupate, ma per essere vissute, cioè abitate nel senso più pieno ed esistenziale del termine. Il rischio, anche nelle cosiddette smart city, è che siano impeccabili dal punto di vista tecnico e controllate in tutto, ma città costruite per essere “consumate”, non “vissute”.

Per questo, credo che si debba lavorare per costruire “città delle persone” dove le caratteristiche urbanistiche e sociali si fondino in relazione ai principali presupposti esistenziali di spazio, del progetto, della relazione e della cura, del tragitto e dalla scoperta. Dunque, uno spazio vissuto che produce continue trasformazioni perché spazio dell’espansione della vita che restituisce senso all’esistenza. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia