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Quando la gente scendeva in piazza per chiedere vaccini anti-colera (e c’era l’obbligo)

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“Vogliamo il vaccino”. Era il 1973 e questo grido attraversava le strade di Napoli, mentre il colera sconvolgeva la città. Per frenare l’epidemia, le autorità allestirono la più vasta campagna vaccinale del dopoguerra. I quotidiani dell’epoca raccontano che in circa una settimana, a cavallo tra agosto e settembre, furono vaccinati circa un milione di cittadini. 

La vaccinazione venne chiesta a gran voce dai napoletani, scesi addirittura in piazza per reclamarla: il problema, nei primi giorni, fu la mancanza di dosi. “Diecimila fiale in tutta la città” e “Scatenata la lotta contro il morbo ma a Napoli scarseggia il vaccino”, titolavano alcuni giornali dell’epoca. Dall’osservatorio che il nostro presente offre, tra manifestazioni No Vax e No Green Pass, ciò che più colpisce delle foto e delle immagini del 1973 è proprio la partecipazione dell’intera popolazione alle proteste per ottenere il vaccino, le file in attesa di riceverlo, la palesata fiducia verso l’immunizzazione. La storia, d’altronde, non solo si ripete ma a volte si rovescia.

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L’epidemia di colera causò centinaia e centinaia di casi, con 24 vittime accertate a Napoli e altre nove in Puglia. L’allerta era iniziata dopo Ferragosto, quando nell’area partenopea si registrarono alcuni casi di quella che all’inizio venne scambiata per una forma di gastroenterite acuta. Col passare dei giorni, i pazienti con gli stessi sintomi (diarrea, vomito, disidratazione) si moltiplicarono, fino a che i medici non dimostrarono che si trattava di colera. Correva il 29 agosto quando il quotidiano Il Mattino annunciò l’esistenza di un’epidemia che aveva già provocato la morte di cinque persone nel napoletano, con un numero crescente di ricoverati.

Fin dall’inizio, si ritenne che l’epidemia fosse stata innescata dal consumo di molluschi contaminati dal vibrione, in particolare cozze, che venivano consumati anche crudi. Le autorità adottarono diverse misure di anti-contagio: iperclorinarono le acque dell’acquedotto municipale, proibirono la vendita dei frutti di mare e li sequestrarono nei ristoranti, avviarono una campagna straordinaria di raccolta dei rifiuti, pulizia delle strade e disinfestazione dalle mosche, interdirono le spiagge e le aree di balneazione, ispezionarono teatri, cinema e altri luoghi di aggregazione. 

Non erano cadute nell’oblio le precedenti epidemie di colera che avevano colpito Napoli nel 1837, nel 1884 e tra il 1910 e il 1911. E così, di fronte al dilagare del contagio, Napoli visse giorni di panico e paura. I cittadini si riversarono nelle farmacie e negli ambulatori alla ricerca di rimedi e, quando iniziarono le vaccinazioni, l’affluenza fu strabiliante. Così come le proteste che oggi definiremmo smaccatamente “pro-Vax”: in alcuni casi le forze dell’ordine dovettero disperdere i cittadini che protestavano per la carenza di fiale e farmaci adeguati.

Ma poi la campagna vaccinale ingranò, non solo grazie all’aiuto dell’impiego delle siringhe a pistola messe a disposizione dalla Sesta Flotta degli Stati Uniti. La partecipazione della cittadinanza fu cruciale. Ma era un’altra epoca, in cui l’obbligo vaccinale era ancora evenienza avallata.

“L’obbligatorietà serve quando la situazione, per un’infezione specifica, rischia di uscire da un controllo sanitario”, ha ricordato in una recente intervista all’HuffPost Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina alla Sapienza. Ripercorrendo la storia dell’obbligo vaccinale in Italia, l’eserto ha detto: “Il primo obbligo vaccinale è stato introdotto per il vaiolo nel 1888; nel 1939 c’è stato quello contro la difterite, nel 1966 quello contro la poliomielite, nel 1968 contro tetano e difterite. Poi nel 1977 c’è stata la sospensione dell’obbligo di vaccinazione contro il vaiolo perché era stato ovviamente eradicato, nel 1981 c’è stata l’abolizione e nel 1991 è stato introdotto l’ultimo obbligo di vaccinazione contro l’epatite B. In definitiva, l’obbligatorietà per i vaccini in Italia va dal 1939 agli anni ’60 con sanzioni penali a carico dei genitori che omettono di vaccinare i figli e con obbligo delle scuole di verificare. In questi anni la sensibilità per le libertà civili e di obiettare decisioni dello Stato erano ridotti. Era uno Stato paternalista che sanzionava la decisione di non vaccinare i figli”.

Vaccinazioni per l'epidemia di colera a Napoli nel 1973

“Gli anni ’60 e ’70 sono anche anni di lotte civili per non caricare di penalità i comportamenti individuali che potevano essere derubricati a illeciti amministrativi – ha proseguito Corbellini – E infatti nel 1981 diventa illecito amministrativo disattendere l’obbligo vaccinale. Mentre i paesi nordeuropei non hanno mai avuto problemi in assenza di obbligatorietà, in Italia le sanzioni ribadite anche nel 1998 non sono mai state applicate, ma soprattutto non si è fatto nulla per diffondere una cultura delle vaccinazioni, per cui l’esitanza è aumentata e le coperture sono calate. Nel 2017 abbiamo quindi dovuto fare una legge che rende obbligatorie una decina di vaccinazioni, ovvero i bambini che non si vaccinano sono estromessi dalla scuola e solo su basi mediche si può chiedere l’esonero”.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia