• Ven. Set 17th, 2021

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Arte e mafie. Un intreccio di interessi che vale miliardi

Opere d'arte ritrovate dai carabinieri

In pochi sanno che Matteo Messina Denaro ordinò di rubare il Satiro Danzante, statua bronzea originale dell’arte greca di epoca ellenistica di valore inestimabile. L’impresa criminale fortunatamente fallì a causa dell’arresto di due boss che avrebbero dovuto realizzarla, i fratelli Giacomo e Tommaso Amato.

Il legame mafie e arte è molto più stretto di quanto si possa ipotizzare. Un intreccio di interessi che vale miliardi di euro: quello dell’arte è il terzo mercato più redditizio del crimine organizzato internazionale dopo droga e frodi internazionali. L’Italia non a caso è il primo paese al mondo per furti d’arte. Si registrano ventimila furti l’anno, sessanta al giorno. Siamo di fronte ad un traffico internazionale che vale, a livello globale, più di venti miliardi di euro, con il crimine organizzato spesso a dirigere in maniera occulta le operazioni e il mercato.

“Con il traffico di opere d’arte ci manteniamo la famiglia”, scrive in un pizzino il boss Matteo Messina Denaro. Pochi rischi, massimo guadagno, nessuna tracciabilità e possibilità di riciclare tanto denaro sporco in modo veloce e sicuro. L’Fbi ha addirittura accertato come lo scambio opera d’arte dietro corrispettivo in molti casi non avviene solo con il denaro ma anche mediante pietre preziose o lingotti d’oro. Il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri nel proprio database include oltre un milione di oggetti di valore artistico da ritrovare. L’impegno delle forze dell’ordine però si scontra con la criminalità organizzata transnazionale che sa di correre pochi rischi a fronte di enormi guadagni. Il traffico illegale di opere d’arte ha caratteristiche tipiche, che offrono molteplici opportunità di ingresso e di profitto alle organizzazioni mafiose. In questo mercato c’è commistione tra commercio legale e illegale. Un bene di valore artistico può essere usato non solo come strumento per riciclare denaro ma addirittura venduto in cambio di armi, stupefacenti, esseri ed organi umani, oppure, utilizzato per finanziare le varie attività criminali delle mafie.

È bene mettere in evidenza che oltre al valore economico, l’opera d’arte per un boss mafioso ha anche un valore simbolico che ne evidenzia il suo potere. La criminalità organizzata non gestisce direttamente il settore, ma si affida a intermediari e a soggetti altamente specializzati (esperti d’arte, archeologi, docenti universitari). Proprio la mancanza di una partecipazione diretta al traffico illegale di reperti rende difficile l’individuazione dei soggetti mafiosi coinvolti. Sbaglia chi ritiene non ci sia una rete della criminalità organizzata transnazionale che gestisca il traffico illegale di opere d’arte. Le mafie sono onnipresenti nella catena commerciale che trasferisce le opere d’arte dal mercato nero a quello legale, agendo attraverso canali e modalità differenti, in nome di scopi di diversa natura e servendosi, in ogni parte del globo, di suoi affiliati e di colletti bianchi in stretto rapporto di contiguità con gli interessi del crimine organizzato. Ai fini della massimizzazione del profitto di un business così importante, le nuove mafie puntano sulla qualità dei reperti (Picasso, Dalì, Guttuso, Ligabue, De Chirico, Morandi)  poiché riescono sempre a trovare il mercato in cui piazzare l’opera in ogni parte del globo e questo anche grazie alla complicità delle mafie autoctone.

Questo emerge chiaramente dall’Operazione “Metallica” condotta dalla DDA di Milano dove è palesemente emerso come i criminali riciclavano denaro proveniente da attività di narcotraffico (in particolare dal commercio di cocaina purissima proveniente dalla Colombia), usura ed estorsioni, reinvestendolo principalmente in opere d’arte e gioielli. In Italia purtroppo è ancora difficile riuscire a dimostrare in sede penale l’esistenza di un legame tra traffico illecito di opere d’arte, scavi archeologici non autorizzati e associazione per delinquere di stampo mafioso. Lo scopo di queste riflessioni, pertanto, è anche quello di informare, supportare e alimentare la cultura della legalità e del rispetto del patrimonio artistico coinvolgendo ognuno di noi, per quel che può, nell’impedire questi scempi.

Il principale strumento normativo che abbiamo, oltre al codice penale, è il codice dei beni culturali, che francamente risulta del tutto insufficiente in questo tipo di lotta al crimine organizzato. È giusto combattere le mafie a livello nazionale, ma ormai non si può più prescindere dal farlo a livello transnazionale tenendo conto dei cambiamenti tecnologici e dei nuovi crimini globali. Le cd. “archeomafie” sono entrate nel campo delle nuove pratiche e professionalità criminali che presuppongono un tipo di lotta necessariamente globale. Solo in questo modo, la lotta al crimine organizzato anche in questo specifico settore può trovare nuove strategie preventive e repressive a livello di cooperazione internazionale tra gli Stati. Dovrebbe essere un dovere istituzionale di ciascun legislatore analizzare e combattere queste nuove realtà criminali sovranazionali, informando non solo all’opinione pubblica di riferimento, ma anche il contesto politico internazionale. Se non si adotteranno simili riforme oltre i confini dei singoli Stati il crimine organizzato continuerà ad arricchirsi, rubandoci anche arte e cultura.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia