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Sforzo di trasparenza alla vigilia del maxi-processo sulle finanze del Vaticano

Angelo Becciu . ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Si presenterà o non si presenterà? Martedì mattina, 27 luglio, il cardinale Angelo Becciu sarà presente davanti al Tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone? L’ex numero tre della gerarchia vaticana deve essere giudicato , insieme ad altri nove imputati per vari reati, di concorso in peculato, subornazione di testimone, abuso di potere.

Il Papa, con una recente innovazione normativa, ha stabilito che è diritto degli imputati, se rappresentati dai propri avvocati, di non andare in aula, senza per questo essere dichiarati contumaci. Becciu – che è il primo cardinale ad essere giudicato dal Tribunale ordinario ed ha sempre protestato la sua innocenza e ha dichiarato di attendere il dibattimento per far valere le sue ragioni – potrebbe giocare la carta di una sua clamorosa presenza davanti ai giornalisti accreditati da tutte le testate estere. Ma il suo avvocato Fabio Viglione, interpellato da Huffpost, non ha voluto anticipare nulla al riguardo.

E proprio alla vigilia del processo il Vaticano ha voluto rinnovare il proprio impegno di trasparenza. Pubblicando il Bilancio 2020 (con un deficit di “soli “ 66,3 milioni, ridotto rispetto a quanto previsto solo quattro mesi fa) e per la prima volta anche il bilancio dell’anno dell’Apsa, cioè l’amministrazione della Sede Apostolica (che possiede beni mobili ed immobili in particolare a Roma), che è destinata a recepire i “fondi riservati” della Segreteria di Stato e a gestire l’Obolo di San Pietro.

Il processo, al cui centro c’è la vendita del famoso palazzo di Londra, ex sede dei magazzini Harrods, acquistato dalla Segreteria di Stato vaticana tra il 2014 e il 2016, sarà la cartina di tornasole delle riforme economiche vaticane e al tempo stesso dell’efficacia del sistema giudiziario che, come altrove nel mondo a partire dall’Italia, viene considerato uno dei fattori fondamentali della trasparenza finanziaria.

La vicenda del Palazzo di Londra non è isolata. Il Tribunale federale svizzero ha respinto pochi giorni fa il ricorso contro il sequestro di 11 milioni sui suoi conti presentato dall’avvocato Gabriele Liuzzo, condannato in primo grado dal Tribunale vaticano per peculato e riciclaggio ai danni dello Ior. La procura all’ vvocato Paolo Bernasconi ad agire in giudizio per il Vaticano è stata firmata in prima persona da Papa Francesco.

Intanto la Corte d’Appello vaticana ha confermato il sequestro di 30 milioni di euro ai tre imputati condannati per la svendita degli immobili della cosiddetta banca vaticana: l’ex presidente dello Ior Angelo Caloja e i due avvocati Liuzzo padre e figlio. La motivazione delle condanne di primo grado di 252 pagine “per fatti di eccezionale gravità“ è stata depositata il 16 luglio, e costituisce una puntigliosa ricostruzione di come gli imputati si siano appropriati di decine di milioni di euro vendendo quasi tutto il patrimonio immobiliare dello Ior in Italia a soggetti che erano disposti a pagare gran parte del prezzo degli immobili in contanti, anche per milioni di euro ( come il palazzo di Corso Porta Nuova 3 a Milano alla casa Editrice Universo). Milioni che i tre condannati hanno fatto arrivare sui loro conti personali e che hanno anche utilizzato per comprare dallo Ior in palese conflitto di interessi la palazzina di Ara di Conso, all’Aventino a Roma, attraverso la schermatura di molteplici società di diritto irlandese, inglese e delle Bahamas.

Nel processo è emerso inoltre che per concludere questo “saccheggio” dei beni della banca, i tre condannati hanno anche respinto le offerte di acquisto da parte dell’ Apsa (l’amministrazione vaticana del patrimonio della sede apostolica)  presieduta all’epoca dal cardinale Attilio Nicora, e dell’Istituto milanese del clero, che evidentemente non pagavano in nero, completando così la spoliazione di beni in danno di altri organismi vaticani ed ecclesiastici. Lo rivela il verbale del 2008 di un intervento dell’ex segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano, nel Consiglio cardinalizio di sorveglianza pubblicato per intero nella motivazione della sentenza.

In un caso, la vendita organizzata da Caloja e Liuzzo padre è stata conclusa a favore di una persona coinvolta nel processo italiano per la maxi tangente Enimont, violando i criteri di onorabilità degli acquirenti fissati per le alienazioni. Un indizio, insieme alla prominente personalità dei condannati sulla scena economico-finanziaria italiana, di come gli atti di questo processo vaticano possano essere utili per riscrivere in parte vent’anni di storia non solo vaticana ma anche del nostro Paese.

La sentenza, è bene sottolinearlo, non sposa in tutto la tesi dell’accusa dei Promotori di giustizia vaticani (il professor Milano e l’avvocato Diddi): in qualche caso la contestazione di peculato è stata derubricata ad appropriazione indebita, ma la sostanza dell’investigazione è stata confermata, basata sull’enorme lavoro di ricostruzione avviato dall’ex presidente dello Ior von Freyberg (nominato da Benedetto XVI) e dalla società di consulenza Promontory, a partire dal 2014. “Ma se si è arrivati al processo e alle condanne, si deve alla tenacia dell’attuale direttore generale dello Ior Gianfranco Mammi e di Papa Francesco” sostiene l’avvocato Alessandro Benedetti, rappresentante della parte civile Ior nel processo, insieme agli avvocati Lipari e Mustilli per la Sgir, la società proprietaria degli immobili, controllata dallo Ior. “Quello che emerso – spiega Benedetti – è che sono saltati tutti i meccanismi di controllo sia interni che esterni, da parte della società di certificazione dei bilanci della banca, dove lavorava il figlio di uno dei condannati”. I condannati dovranno risarcire , complessivamente, danni economici maggiori a 18 milioni di euro, anche i danni morali e reputazionali causati allo Ior e alla Sgirper altri 6 milioni di euro.

La lettera inedita dell’ex segretario di Stato Sodano sul caso Ior dimostra che l’ex presidente dello Ior Caloja e i coimputati laici hanno messo nel sacco  aggirandoli i i vertici vaticani di allora. Chissà se lo schema si accerterà anche nel processo che si apre martedì per la vicenda del palazzo di Londra in cui è coinvolta quella che era definita la “terza banca vaticana“ cioè il fondo riservato della segreteria di Stato, che amministrava anche l’Obolo di San Pietro (cioè le offerte dei fedeli per il Papa) e che il Papa quest’ anno ha trasferito all’Apsa sotto il controllo della Segreteria dell’Economia.

Quel che è certo è che adesso il Vaticano va alla caccia dei soldi di chi ha depredato le sue finanze e nel 2020 sono stati posti sotto sequestro da autorità estere ben 105 milioni di euro reclamati dal Vaticano, un riconoscimento alla solidità delle accuse.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia