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Perché Nicolò Amato fu silurato come capo del Dap: disse di no al 41-bis

DiRed Viper News Manager

Lug 24, 2021

Un riformatore, un garantista. La pensino come vogliono gli autori e i comprimari della farsa processuale e sub-culturale che va sotto il nome di “Trattativa contro i corpi dello Stato”, per gli intimi del mondo dei tagliagole semplicemente Trattativa. La pensino come vogliono, ma per tanti di noi Nicolò Amato, che ci ha lasciato due giorni fa, è il riformatore che ha lavorato alla Legge Gozzini, cioè quella che ha messo al centro della politica carceraria non la pura repressione ma il percorso di riabilitazione e il trattamento. È quello che ha diretto per dieci anni, dal 1983 al 1993, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria con una visione dell’esecuzione della pena che era semplicemente l’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione.

Anche lui fu travolto, come tutti, dai fatti tragici del 1992. Prima, subito dopo la sentenza definitiva del Maxiprocesso che condannava tutti i capimafia di Cosa Nostra, c’era stato l’assassinio di Salvo Lima e poi, in sequenza, quello di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Totò Riina, che resterà latitante fino al gennaio 1993, aveva perso la testa per quella sentenza voluta da Falcone. Ma anche lo Stato, dopo le stragi, non aveva saputo tenere i nervi saldi, intervenendo prima sul piano legislativo con la famosa legge Scotti-Martelli, che introduceva l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario e l’ergastolo ostativo. E poi la tragica deportazione nella notte verso i lager di Pianosa e Asinara di 532 detenuti, la gran parte non mafiosi ma semplicemente cittadini del sud d’Italia in attesa di giudizio, tra cui sicuramente non c’era nessun boss, essendo i capi di Cosa Nostra tutti latitanti.

Di fronte a questa prova muscolare del governo, in realtà debolissimo, Nicolò Amato mostrò tutto il proprio dissenso. Cercando anche di tergiversare, rispetto al trasferimento dei detenuti, dicendo che le carceri di Pianosa e Asinara, chiuse da decenni, non erano pronte per ricevere gli “ospiti”. Non ci furono ragioni, e sappiamo come furono “ospitati” i 532 detenuti, a suon di manganellate e sputi. Ai promotori e simpatizzanti della Trattativa vorrei ricordare la contrarietà di Nicolò Amato, fin da subito al regime dell’articolo 41-bis, e soprattutto alla tendenza (ancora in corso) a rendere definitiva una misura emergenziale che al massimo avrebbe dovuto essere riservata a un particolare momento e a particolari detenuti. Ho già raccontato la mia esperienza difficoltosa di parlamentare nelle visite a Pianosa e Asinara, la costante attività “dissuasiva” degli operatori del carcere. Se ci fu uno che mi ha costantemente incoraggiato, difeso e aiutato a rompere l’isolamento di quei poveretti ogni giorno torturati, quello fu Nicolò Amato.

Certo, lui fu poi risucchiato, e non fu il solo, nella farsa Trattativa, persino a rappresentare se stesso come non fu mai, quello cacciato perché troppo “duro” con la mafia e non disponibile ad accordarsi con i boss. La storia non è andata così, e ci sono decine di testimonianze, anche in atti parlamentari, che lo dimostrano. Ricordo perfettamente quel suo documento del 6 marzo 1993, che gli sarà fatale. Non dimentichiamo che stiamo parlando di un momento storico, mentre agonizzava la prima repubblica, in cui i governi e i ministri si susseguivano l’un l’altro e non era così strano che saltasse anche la testa del capo del Dap, e, soprattutto, alla presidenza della Repubblica c’era un signore che si chiamava Oscar Maria Scalfaro, che di Nicolò Amato non era certo amico. Il quel documento del 6 marzo 1993 il capo delle carceri italiane diceva al ministro di giustizia Conso quel che mesi prima aveva già espresso al suo predecessore Martelli, e cioè la sua contrarietà al 41-bis, precisando addirittura che, durante la riunione del Comitato Nazionale per la sicurezza pubblica del 12 febbraio di quell’anno anche il capo della polizia e i funzionari del ministero dell’interno avevano espresso riserve sulla durezza di quel regime e sulla sua modalità di applicazione.

Tre mesi dopo Nicolò Amato era messo alla porta. Non perché fosse più duro del successore Capriotti, o meno propenso alla famigerata Trattativa, ma per la ragione contraria. Per lasciar spazio al vero nuovo dirigente del Dap, quel Francesco Di Maggio che, sotto le vesti di vice, fu l’inventore dei colloqui investigativi e la costruzione del pentitificio, già iniziato con le torture nelle carceri speciali delle isole da cui nacque il finto pentimento di Scarantino.
Nicolò Amato soffrì molto nel dover rinunciare al Dap, e pur avendo avuto un contentino come rappresentante italiano nel Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, lasciò ben presto quel ruolo e scelse di fare l’avvocato, diventando anche il difensore di Craxi nei processi di Tangentopoli. Ma ho avuto anche l’onore di averlo come presidente di un Comitato per la difesa dei cittadini (Codici) che avevamo fondato con Alfredo Biondi, Marco Boato e Marco Taradash. Era il ruolo adatto a lui.

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