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Perché dissento dal culto fanatico per Quentin Tarantino

LONDON, UNITED KINGDOM - FEBRUARY 02: (EMBARGOED FOR PUBLICATION IN UK NEWSPAPERS UNTIL 24 HOURS AFTER CREATE DATE AND TIME) (EDITORS NOTE: This image was processed using digital filters) Quentin Tarantino attends the EE British Academy Film Awards 2020 at the Royal Albert Hall on February 2, 2020 in London, England. (Photo by Max Mumby/Indigo/Getty Images)

Che Quentin Tarantino sia un regista di razza è indiscutibile, ma che un artista del suo tipo venga collocato dalla cultura contemporanea al centro della costellazione cinematografica mondiale, mi sembra per la nostra cultura un segno di fiacchezza. Autore di un cinema claustrofobico in cui la vita è abolita in nome di un gioco estetico fine a se stesso, Tarantino continua a essere un nume intoccabile, continua a suscitare un culto fanatico. Il problema non è certo Tarantino, il problema è il tarantinismo. 

La discutibile dottrina dei generi, condannata da Benedetto Croce nei suoi mirabili scritti, sul finire del Novecento tornò a invadere lo spazio estetico e fu tutto un revival di questo o di quel genere cinematografico, con Tarantino sul piedistallo a distribuire attestati di artisticità. Poco contava se i film fossero belli o brutti, importava il loro modo di declinare il presunto genere cui appartenevano.

La casa editrice La nave di Teseo ha appena tradotto il romanzo di Quentin Tarantino “C’era una volta a Hollywood”, corrispettivo letterario della sua pellicola omonima. Tenacemente abbarbicato su se stesso, il film aveva almeno qualche sprazzo di vivacità, mentre il romanzo trabocca di stereotipi e sembra scritto da un imitatore del regista: “L’agente fa una risata nasale. ‘Bastardo di un taccagno ebreo, l’unica cosa che si deve aspettare da me è che gli faccia il culo’. Tutti ridono a queste parole”. Lo stile letterario di Tarantino è inerte, quasi sciatto: “A questo punto Marvin si lancia in una delle sue definizioni memorabili: ‘Paul Wendkos. Un regista di film d’azione coi controcoglioni. Molto sottovalutato’”.

Eppure era valida l’idea di dedicare un film e un romanzo alla tragica fine dell’attrice Sharon Tate e dei suoi amici, trucidati senza motivo dalla “famiglia” dello squilibrato Charles Manson. Invece la Tate viene trattata irrispettosamente e il regista Roman Polanski, marito della sfortunata attrice, viene ridotto a una macchietta. Per affrontare un soggetto così impegnativo il sofisticato gigionismo di Quentin Tarantino risulta inadeguato, sarebbe servita la robustezza morale di un cronista del male quale Roman Polanski.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia