• Gio. Set 23rd, 2021

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L’industria va aiutata, una strategia mirata per la doppia transizione

Proteste dei lavoratori dell'industria italiana

La pandemia in Italia ha investito un sistema produttivo che non aveva ancora recuperato le perdite della doppia recessione 2009-2012,  accelerando processi di trasformazione che erano già in atto, dalla digitalizzazione alla riorganizzazione delle catene globali del valore. La ripresa è in corso ed è superiore alle previsioni, grazie innanzitutto alla resilienza e alla reattività dell’industria manifatturiera.

Con due caveat: 

A) Per il momento possiamo parlare di un rimbalzo, più che dell’avvio di un nuovo ciclo di crescita. Nel 2020 l’Italia ha visto crollare il PIL dell’8,9 per cento e le ore lavorate dell’11 per cento. Nel 2021 il recupero sarà rilevante (+5,1 per cento secondo l’ultimo Bollettino economico di Banca d’Italia) ma parziale: torneremo al livello di PIL del 2019 solo nel terzo trimestre del 2022. Ancora più lento sarà la risalita dei livelli occupazionali. L’indice destagionalizzato della produzione industriale era a 106,4 a maggio 2019. È crollato a 84,5 a maggio 2020 per riguadagnare quota 102,4 a maggio 2021. Siamo di nuovo in piedi, insomma, ma dobbiamo ancora fare un po’ di strada per tornare al punto di partenza. 

B) La ripresa è fortemente diseguale. L’edilizia, spinta dal bonus 110 per cento, ha già superato i livelli pre pandemia. I servizi di mercato, a partire dal turismo, sono invece ancora indietro. L’industria manifatturiera ha quasi recuperato le perdite, ma con enormi differenze settoriali. A maggio di quest’anno l’indice della produzione – pari in media a 102,4 – andava da un minimo di 68,4 per il tessile-abbigliamento-articoli in pelle ad una punta di 120,3 per le altre industrie manifatturiere-riparazione e installazione di macchine e attrezzature. 

Gli investimenti e le riforme del Pnrr sono un fattore chiave, per ridare dinamismo e prospettiva all’economia italiana. È stato detto tante volte, in questi mesi: Next Generation EU per il nostro Paese è una straordinaria opportunità e, insieme, una grande responsabilità. È tempo però che la retorica ceda il passo al realismo. Il Pnrr e la doppia transizione ecologica e digitale rappresentano un bivio per l’Italia. Da una parte una irripetibile occasione per avviare un nuovo ciclo di sviluppo inclusivo e sostenibile, superando definitivamente oltre vent’anni di stagnazione. Dall’altra un duplice rischio. Il rischio che i 235 miliardi del Pnrr, molto focalizzati sull’adozione delle nuove tecnologie verdi e digitali e assai meno sull’obiettivo di promuovere nuove produzioni, riescano solo parzialmente a rilanciare le filiere produttive italiane (le stime di impatto del Pnrr del governo prevedono non a caso una crescita cumulata delle importazioni superiore rispetto a quella del Pil). E il rischio che il “Green deal” europeo (che la Commissione Ue vuole attuare con le misure del pacchetto “Fit for 55”) dal punto di vista economico si traduca, nel nostro Paese, più in un acceleratore della deindustrializzazione che in un motore di creazione di nuove imprese e nuova occupazione. 

Tre esempi possono aiutare a capire la portata di queste sfide. 

1) L’automotive, che in Italia vale oltre 5 mila imprese, 278 mila addetti diretti e indiretti e l’11 per cento del fatturato dell’industria manifatturiera. È una filiera di eccellenza, ma molto sbilanciata sulle motorizzazioni più tradizionali e le delocalizzazioni decise in queste settimane sono un campanello d’allarme molto preoccupante. Il target a zero emissioni per auto e veicoli commerciali al 2035 previsto dal pacchetto “Fit for 55” è una rivoluzione copernicana per il comparto. La decarbonizzazione è un obiettivo imprescindibile e l’industria automobilistica deve fare la sua parte. Ma la transizione va organizzata prevedendo meccanismi di flessibilità e concordando con le parti sociali a livello europeo e nazionale una strategia di accompagnamento alla riconversione industriale sia dal punto di vista tecnologico che delle competenze, utilizzando a questo scopo anche le risorse di Next Generation EU.  

2) I settori cosiddetti “hard to abate”, quelli per i quali è più complesso e costoso l’azzeramento delle emissioni di CO2. Chimica, cemento, acciaio, carta, ceramica, fonderia, vetro: parliamo di un aggregato di imprese che producono il 5 per cento del valore aggiunto nazionale e occupano 709 mila addetti tra diretti, indiretti e indotto. La mancata decarbonizzazione caricherebbe queste industrie di oneri insostenibili. Per abbattere le emissioni sono però necessari massicci investimenti in cattura e stoccaggio di CO2 (Ccus), combustibili verdi ed elettrificazione dei processi produttivi, con un ruolo in prospettiva molto importante dell’idrogeno. Queste tecnologie sono estremamente costose e in molti casi ancora da sviluppare. Una strategia industriale specificamente dedicata a questi settori è necessaria e va predisposta il più rapidamente possibile. 

3) Le fonti rinnovabili. Per raggiungere l’obiettivo del Green Deal (-55% di emissioni di CO2 entro dieci anni), nel 2030 il 70% dei consumi elettrici dovrà essere soddisfatto da energie rinnovabili attraverso un aumento della potenza installata da 55 a 120 GW e 100 miliardi di investimenti. In passato il boom delle rinnovabili, sovvenzionato con decine di miliardi di oneri caricati sulle bollette, non ha prodotto alcun allargamento della base produttiva italiana. Tutto quello che serviva – dalle pale eoliche ai pannelli fotovoltaici – lo abbiamo importato dall’estero. Oggi nella prospettiva di una nuova stagione di investimenti pubblici e privati, la creazione di una filiera produttiva nazionale per l’energia pulita, dai sistemi di accumulo alle batterie fino agli elettrolizzatori, è un punto chiave su cui lavorare. I 2 miliardi previsti dal Pnrr per lo sviluppo industriale e della ricerca nelle principali filiere della transizione ecologica sono una base di partenza importante. 

Tutti questi esempi dimostrano che per cogliere al meglio le opportunità industriali del Pnrr e scongiurare la desertificazione produttiva nei settori investiti dalla rivoluzione verde le grida di allarme servono a poco. Quello di cui abbiamo bisogno è una politica. Nello specifico, una politica industriale. 

L’Unione europea si sta muovendo in questa direzione. Nel marzo 2020 la Commissione Ue ha pubblicato un primo documento (“Una nuova strategia industriale per l’Europa). A fine novembre 2020 il Parlamento europeo ha approvato su questo tema un rapporto presentato da Carlo Calenda e a maggio 2021 la Commissione ha aggiornato la sua strategia, tenendo conto degli effetti della pandemia. L’obiettivo delle istituzioni comunitarie è guidare la duplice transizione verde e digitale, rendere l’industria europea più competitiva a livello mondiale e rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa, migliorando le politiche e gli strumenti di supporto per i soggetti coinvolti nelle catene del valore o negli ecosistemi industriali. In questo nuovo contesto, è indispensabile che anche il Governo italiano definisca e adotti una sua strategia di politica industriale per cogliere le opportunità della doppia transizione verde e digitale consolidando la sua posizione di seconda potenza manifatturiera d’Europa. È necessario, in questa prospettiva, riorganizzare gli incentivi alle imprese in un orizzonte di medio periodo superando le logiche “a pioggia” in favore di una maggiore focalizzazione sugli obiettivi realmente prioritari, dal sostegno della ricerca e dell’innovazione al miglioramento delle competenze di lavoratori e imprenditori fino al raggiungimento di elevati rating ESG. 

I progetti di investimento del Pnrr e quelli finanziati con fondi nazionali vanno selezionati prestando la massima attenzione alle ricadute industriali e occupazionali. Bisogna predisporre percorsi e strumenti di accompagnamento e riconversione per i settori produttivi più direttamente coinvolti dalla transizione ecologica e digitale, a partire da un investimento straordinario nelle politiche attive e nella riqualificazione dei lavoratori. La partecipazione diretta dello Stato nel capitale di alcune grandi imprese va esplicitamente orientata in funzione delle missioni strategiche di Next Generation EU.

Rimanere la seconda potenza manifatturiera d’Europa è un obiettivo possibile. Ma non è affatto scontato. Lo raggiungeremo se sapremo mettere in campo le scelte più utili per aiutare l’industria italiana a vincere questa sfida.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia