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Il G20 frena al bivio Clima/Pil, ma puntare sulle rinnovabili crea lavoro

NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2021/07/23: John Kerry (L), US Special Presidential Envoy for Climate, and Italian Minister for Ecological Transition Roberto Cingolani (R) pose for photographs in front of the G20 countries flags.
Italian Minister of the Ecological Transition Roberto Cingolani chaired the G20 Environment, Climate and Energy Joint Ministerial Meeting, on the second day in Naples, organized within the framework of the Italian Presidency of the G20. The meeting, held at the Royal Palace, had seen the participation of keynote speakers coming from the G20 countries and several international institutions and organizations. (Photo by Valeria Ferraro/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Crisi climatica contro crisi economica. Alluvioni e siccità contro posti di lavoro persi. Se queste sono le uniche possibilità che abbiamo di fronte, se la transizione ecologica viene dipinta come un inevitabile bagno di sangue, difficile immaginare ondate di entusiasmo. E infatti, di fronte all’accelerazione degli obiettivi climatici, il G20 a Napoli ha scartato l’ostacolo. Ha rifiutato impegni più stringenti sulla rapida eliminazione dell’uso del carbone e ha scelto la via piana dei buoni propositi per il futuro: è vero, la dieta proposta dai climatologi ci farà stare meglio, cominceremo domani.

Ma la radicalità del cambiamento in cui siamo immersi è veramente sinonimo di disastro economico? L’auto a benzina o diesel ce la dobbiamo scordare, viaggiare in aereo (covid permettendo) comincia a far venire un po’ di sensi di colpa, la vecchia caldaia sul balcone va nascosta agli ospiti per evitare brutte figure. Sono altri debiti in arrivo o è un’onda di cambiamento che si può cavalcare?

Proprio mentre le posizioni al G20 si irrigidivano, sul Guardian appariva una notizia di segno opposto. L’osso duro del cambiamento è il sistema energetico. Provoca i tre quarti delle emissioni serra. Inoltre è difficile da smuovere perché le infrastrutture durano parecchi decenni e chi le possiede non vuole mandarle in pensione prima del tempo. Eppure, secondo uno studio a cui ha partecipato per l’Italia un economista del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, rispettare gli impegni dell’accordo di Parigi sul clima porterebbe a un saldo attivo di 8 milioni di posti di lavoro in campo energetico.

Se gli obiettivi climatici venissero raggiunti, i 18 milioni di persone che a livello globale lavorano nelle industrie energetiche diventerebbero 26 milioni. L’84% sarebbe nel settore delle energie rinnovabili, l’11% nei combustibili fossili e il 5% nel nucleare. Naturalmente non tutti avrebbero gli stessi vantaggi: i Paesi più dipendenti dai fossili subirebbero un contraccolpo negativo. Sono loro che al G20 di Napoli hanno fatto muro.

“L’Europa però dimostra che investire nel cambiamento conviene, anche a chi ha una forte dipendenza dal carbone”, osserva Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. “Dopo la riunificazione della Germania, nel 1990, le energie rinnovabili rappresentavano il 3,4% della produzione di elettricità. Sono passate al 6,3% nel 2000, al 10,5% nel 2005 e al 17,1% nel 2010. E nel 2020 la quota delle rinnovabili nella produzione netta di elettricità ha superato per la prima volta il 50%. Non si può certo dire che questa accelerazione abbia danneggiato l’economia tedesca”.

Del resto – come ha recentemente sottolineato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – nell’Unione Europea nel 2018 le emissioni serra sono state del 23% inferiori al livello del 1990, mentre il Pil è aumentato del 61%. I Paesi che hanno fiato corrono e conquistano un vantaggio. Ma non si rischia così di aumentare la divaricazione tra chi ha di più e chi ha di meno?

“In realtà i numeri dimostrano che anche i Paesi con più dipendenza dai fossili hanno molto da guadagnare nella transizione ecologica”, risponde Silvestrini. “L’India ha ridotto nel 2020 la sua intensità di emissione del 21% rispetto ai livelli del 2005: ha progetti di energia rinnovabile già avviati o in cantiere per quasi 167 gigawatt e vuole arrivare a 450 gigawatt entro il 2030, è uno dei trend più veloci. Nel marzo scorso l’Arabia Saudita ha firmato un accordo sull’idrogeno pulito per sfruttare il suo enorme potenziale nel campo del solare: un primo passo per il passaggio dal petrolio alle rinnovabili. E in Italia i fondi del Pnrr rappresentano una grande opportunità per evitare che la transizione ecologica provochi contraccolpi sociali”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia