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Da G20 di Napoli al Cop26 di Glasgow, 100 giorni per non fallire

NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2021/07/23: John Kerry (L), US Special Presidential Envoy for Climate, and Italian Minister for Ecological Transition Roberto Cingolani (R) pose for photographs behind the G20 logo.
Italian Minister of the Ecological Transition Roberto Cingolani chaired the G20 Environment, Climate and Energy Joint Ministerial Meeting, on the second day in Naples, organized within the framework of the Italian Presidency of the G20. The meeting, held at the Royal Palace, had seen the participation of keynote speakers coming from the G20 countries and several international institutions and organizations. (Photo by Valeria Ferraro/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Dopo due giorni e due notti di trattative serrate, il G20 ambiente di Napoli ha si concluso i suoi lavori con un documento unitario, ma ha reso evidente una profonda spaccatura politica.

Il vertice, pur riconoscendo l’interconnessione tra clima, ambiente, energia e povertà” (e questo è stato un risultato), al momento decisivo, quando sul tavolo sono arrivati i dossier clima ed energia, le distanze tra le posizioni sono aumentate. Cina, India e Russia non hanno accettato di rimanere sotto la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 e di eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. 

Eppure la crisi climatica non potrebbe essere più reale. Basta guardare ai giorni scorsi. In Germania dove circa 200 persone sono morte a causa delle inondazioni. Alla provincia di Henan nella Cina centrale, dove centinaia di migliaia di cittadini sono stati evacuati dopo piogge travolgenti. In Canada occidentale e agli Stati Uniti, dove una serie di ondate di calore ha favorito incendi su scala crescente. Fino alle sponde meridionali del mediterraneo e del Medio Oriente, dove la siccità minaccia le comunità dall’Algeria allo Yemen, innescando migrazioni e conflitti.

Nessuno può nascondersi dinanzi a questo disastro naturale. A Napoli, nelle splendide sale di Palazzo Reale, i ministri dell’ambiente delle potenze del G20, che rappresentano oltre il 90% della produzione economica mondiale, sono entrati con altre ambizioni. Questo incontro avrebbe dovuto fornire un eccezionale trampolino di lancio verso la Cop26, a Glasgow dal 31 ottobre.  Ma l’incontro è stato a corto di concreti impegni politici comuni. Al centro del problema resta l’incapacità del G20 di concordare azioni concrete per raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette globali di gas serra entro il 2050. Ciò è legato all’analogo fallimento nel fissare il più ambizioso obiettivo globale di limitare il riscaldamento globale di 1,5°C nello stesso periodo. Approccio illogico anche in un pianeta che lotta per riprendersi economicamente dalla pandemia.

I piani dei governi, in chiave post Covid-19, sono sempre più insufficienti per raggiungere gli obiettivi climatici esistenti. A livello globale, le emissioni di carbonio sono destinate ad aumentare di nuovo nel 2023, non a diminuire. Oggi, come in passato, la responsabilità politica dovrebbe essere ampiamente condivisa.

La sfida è urgente. Senza i grandi paesi in via di sviluppo come Brasile e India, l’accordo è difficile e il loro potere contrattuale sale. In Cina le emissioni di carbonio in atmosfera continuano ad aumentare. Negli Stati Uniti di Biden le emissioni sono in calo ma pro capite superano quelle del colosso asiatico. Insieme sono responsabili del 40% delle emissioni globali. Se è ancora possibile raggiungere un accordo adeguato, la Cop26 potrebbe essere ancora un successo. Ma il tempo stringe e la posta in gioco è sempre più alta. Ora la discussione si concentrerà sulle scelte tecnologiche ed industriali e sugli strumenti economici da adottare nella fase di transizione. Una discussione non facile perché il fronte pur attivo nelle politiche ambientali e non negazionista, è fatto di paesi con strategie e impostazioni diverse. Gli USA propongono un mix di fonti rinnovabili e nucleare (oltre al gas), lEuropa per adesso ha escluso dalla tassonomia della sostenibilità atomo, energia da rifiuti e gas di transizione. La Cina e i paesi dell’Est Europa hanno quote importanti di gas. Poi c’è la discussione sullidrogeno verde o non verde, le piccole centrali a fissione e la speranza nella fusione, le politiche di cattura del carbonio (ccs), la carbon tax. I problemi ambientali connessi alle stesse fonti rinnovabili, i temi dellagricoltura sostenibile, della zootecnia e della pesca. Le disparità fra paesi ricchi e paesi poveri.

Tutte questioni complesse dove ogni paese tende a proteggere la propria base industriale ed energetica. Insomma se lobiettivo pare ormai condiviso i modi per raggiungerlo possono essere molti ed i conflitti sono dietro langolo. Occorrerà molta diplomazia e qualche compromesso. Restano ora cento giorni prima che le nazioni si riuniscano a Glasgow alla conferenza sul clima Cop26 delle Nazioni Unite dove sono attesi più di 190 leader mondiali. Gli Stati definiscono il vertice l’ultima migliore possibilità del mondo. Esicuramente vero. Ma allo stato attuale, i governi si stanno dirigendo a Glasgow senza aver preso le ambiziose decisioni strategiche e i sacrifici collettivi che potrebbero consentire a Cop26 di segnare una vera svolta necessaria nella battaglia per contenere e invertire il mondo riscaldamento.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia