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Argento Vivo/2. Olimpiadi 1936. Tuo fratello Luz

Tuo fratello Luz

Non perdo mai: o vinco, o imparo.
(Nelson Mandela)

 

Leggere il Main Kampf e assistere a un comizio di Adolf Hitler ha un effetto travolgente su Leni Riefensthal. 

Lei, giovane attrice di film muti, regista e sceneggiatrice, decide di scrivere a Hitler per chiedere un incontro. A sua volta Hitler assiste alla proiezione del suo film, “La bella maledetta”, ambientato tra le montagne di Cortina d’Ampezzo, e rimane favorevolmente impressionato. 

Sono i primi anni ’30, Hitler è cancelliere tedesco e cerca un Wagner nel cinema, per dare della Germania un’immagine di potenza e bellezza, per regalare eternità al suo progetto di Terzo Reich. Quando Hitler incontra Leni Riefenstahl decide di affidarle la realizzazione di un cortometraggio sul congresso del Partito nazista a Norimberga, nel settembre 1933. Quell’opera, “La vittoria della fede”, conquista Hitler, che a malincuore l’anno successivo ordina la distruzione di tutte le copie perché in molte scene figura Ernst Rohm, principale vittima dell’epurazione della Notte dei lunghi coltelli, che azzera le SA. Leni Riefenstahl riesce a conservarne una sola copia, conservata ancora oggi a Berlino.

Hitler commissiona alla Riefenstahl un nuovo cortometraggio per il congresso nazista del settembre 1934. Le mette a disposizione tutti gli operatori cinematografici di Germania e le tecnologie più avanzate: con il grandangolo trovano spazio le folle oceaniche che osannano il Fuhrer, la sovrastante musica wagneriana rende “Il trionfo della volontà” un’opera di propaganda capace di magnificare il regime nazista e il carisma del leader. Il film impressiona il Fuhrer, ma guasta i rapporti della Riefensthal con l’esercito tedesco, messo ai margini nel film, e con il potentissimo ministro della Propaganda Joseph Goebbels, che non tollera la sua eccessiva autonomia.

Quando nel 1936 Hitler chiede a Leni Riefenstahl di realizzare “Olympia”, il film sui Giochi Olimpici di Berlino, la regista ottiene alcune garanzie: può produrre direttamente il film, senza passare dal Partito nazista e può filmare senza passare per i filtri di Goebbels. Riefenstahl si ritrova a visionare oltre 400.000 metri di girato, impiega due anni per la selezione delle scene e il montaggio. 

Leni Riefenstahl is a photographer and cinematographer best known for two films extolling the Third Reich: Triumph of the Will, a documentary of the 1934 Nuremburg Rallies; and Olympia, a two-part film on the 1936 Olympic Games in Berlin. Although cleared of any complicity in any Nazi war crimes, her attitudes and work continue to be controversial. Germany, ca. 1930s. (Photo by © CORBIS/Corbis via Getty Images)

 

Quel che ne esce è un’opera monumentale, un’esaltazione della nuova Germania e dell’estetica nazista; con l’uso del dolly e del rallentatore indugia sulla perfezione del gesto atletico; la grandiosità colossale degli impianti realizzati dall’architetto Albert Speer e le musiche sinfoniche di Wagner rendono epico il racconto. 

Rendono immortali anche i trionfi di un atleta afroamericano, Jesse Owens, il protagonista assoluto delle Olimpiadi di Berlino. Leni Riefenstahl celebra nel suo film anche le quattro medaglie d’oro vinte da Owens in una settimana, con i record mondiali nei 100 metri e nella staffetta 4×100, i record olimpici nei 200 metri e nel salto in lungo. Con buona pace di Goebbels, che voleva celebrare i trionfi della razza ariana e chiamava gli atleti come Owens gli “ausiliari negri americani”.

August 1936: US athlete Jesse Owens (1913 - 1980) competing in a race during the Olympic Games at Berlin. He won four gold medals at the Berlin Olympics, 100 metres, 200 metres, long jump and the 4 x 100 metres relay. (Photo by Central Press/Getty Images)

 

Protagonista della nostra storia è Luz Long, l’atleta tedesco che con Jesse Owens perde la sfida nel salto in lungo, ma conquista un’amicizia fraterna. 

Carl Ludwing Hermann Long nasce a Lipsia in una famiglia di illustri accademici. Dopo la scuola, è un brillante studente di giurisprudenza, destinato alla carriera di avvocato. Ha un fisico imponente, è alto e biondo, proprio l’emblema della bellezza ariana decantata dalla propaganda nazista. Eccelle nei salti, soprattutto il salto in lungo, ma anche il salto triplo. Si mette in mostra già nel 1934, bronzo agli Europei di Torino. Nel 1936 è l’uomo a cui il regime chiede la medaglia olimpica più preziosa.

James Cleveland Owens è figlio di un agricoltore dell’Alabama, ma presto si trasferisce a Cleveland, in Ohio, come quelle milioni di famiglie afroamericane che dal profondo sud si spostano per lavorare nelle fabbriche del nord, per sfuggire alla miseria della Grande Depressione. Quando si presenta a scuola, un insegnante di Cleveland non riesce neanche a comprendere il suo nome, pronunciato con il suo slang marcatamente del sud. Lui allora dice le iniziali del suo nome, J.C., e da allora per tutti sarà Jesse.

Lavora come inserviente dall’età di 8 anni. E corre. Corre velocissimo. E salta, salta lunghissimo. Ai campionati giovanili stupisce e questo gli consente di ottenere l’ammissione alla Ohio State University. Nel maggio 1935, a 23 anni, in appena 45 minuti abbatte quattro record mondiali: nel lungo salta 8.13, un record mondiale che durerà fino al 1960.

All’Olympiastadion di Berlino è l’osservato speciale, di lui si raccontano le gesta, ma nessuno l’ha mai davvero visto in pista. Il pubblico è in trepidante attesa di vedere cosa sa fare e a sorpresa non mostra alcuna ostilità nei suoi confronti. Anzi, lo acclama, e Jesse non li delude. Davanti ad Adolf Hitler, seduto in tribuna, e alla folla in tripudio, il 3 agosto 1936 trionfa nella finale dei 100 metri. 

(Eingeschränkte Rechte für bestimmte redaktionelle Kunden in Deutschland. Limited rights for specific editorial clients in Germany.) Olympische Spiele 1936 in Berlin- Abschlussfeier, auf der Ehrentribuene waehrend der letzten Reiter-Wettkaempfe im Stadion von rechts:Adolf Hitler, Zar Boris III. von Bulgarien, Generalfeldmarschall August v. Mackensen und Reichsinnenminister Wilhelm Frick (Photo by ullstein bild/ullstein bild via Getty Images)

 

Il giorno dopo, il 4 agosto, alle 10 di mattina è impegnato su due fronti: le batterie dei 200 metri e le qualificazioni del salto in lungo. Il doppio impegno contemporaneo rischia di costargli l’eliminazione nel salto in lungo: in realtà gli basterebbe un salto di 7.15, per lui agevole, per qualificarsi alla finale del pomeriggio, ma nei primi due salti Owens rimedia prima un maldestro salto nullo, poi una misura insufficiente. Gli resta a disposizione solo un terzo tentativo e sulla sua strada trova un aiuto insperato. 

Luz Long, l’atleta di casa, gli si avvicina e gli suggerisce di staccare più indietro: mette un segnale lungo il rettilineo di corsa, circa 30 centimetri prima della pedana, consigliando a Owens il punto di stacco ideale per impedire un nuovo salto nullo. Owens segue il consiglio e si qualifica per la finale. 

E la finale è fissata già nel pomeriggio: la medaglia si gioca su tre salti. Al secondo salto, Long tenta l’allungo, con un grande salto a 7,87, nuovo record olimpico. Owens reagisce immediatamente, salta 7,94 e si prende la testa della classifica e il record olimpico. Al terzo e ultimo salto, Long rimedia un nullo.

È finita, Owens vince l’oro. Ma impreziosisce la sua medaglia con uno straordinario terzo salto a 8.06, nuovo primato olimpico. È il primo uomo a saltare oltre gli 8 metri in un’Olimpiade.

Long lo osserva, è lì ad attenderlo per stringergli la mano e congratularsi con il campione olimpico. Jesse Owens descrive così quella scena: “Nonostante Hitler ci fulminasse con gli occhi dalla tribuna a non più di un centinaio di metri, Luz mi strinse con forza la mano: e la sua non era certo la stretta di mano di uno che sorride con la morte nel cuore. Si potrebbero fondere tutte le medaglie e le coppe d’oro che ho e non servirebbero a placcare in oro a 24 carati l’amicizia che sentii per Luz Long in quel momento”.

 

(Eingeschränkte Rechte für bestimmte redaktionelle Kunden in Deutschland. Limited rights for specific editorial clients in Germany.) Jesse Owens (James Cleveland Owens)*12.09.1913-31.03.1980+US-American track and field athletewon 4 gold medals at the Summer Olympics in Berlin in 1936Summer Olympics in Berlin in August 1936: Jesse Owens and his German counterpart Carl Ludwig 'Luz' Long, they became friends during the Games (Photo by ullstein bild/ullstein bild via Getty Images)

L’amicizia era nata lì, sulla sabbia dello stadio di Berlino: una foto li immortala uno affianco all’altro, sorridenti, a fine gara. 

La sera stessa, Owens raggiunge Long nella sua stanza nel villaggio olimpico per salutarlo e ringraziarlo. Le loro vite proseguono a distanza, ma continuano a scriversi lettere, che trasmettono la forte intesa e il profondo affetto che si era instaurato fra di loro.

Molte versioni sono state raccontate sulla reazione di Adolf Hitler alla vittoria di Owens. Ma è lo stesso Owens a smentire che il Fuhrer abbia rifiutato di stringergli la mano. L’atleta azzurro Arturo Maffei, quarto in quella gara, descrive l’incontro fra i due alla stregua di una scena del Grande Dittatore di Charlie Chaplin: Jesse accenna una specie di saluto militare, mentre Hitler allunga la mano per stringerla. Owens allora tende la mano e il Fuhrer fa il saluto nazista e si allontana. Sono diverse in realtà le testimonianze che escludono la versione della reazione furiosa di Hitler.

Bisogna ricordare che, a parte Owens e qualche altro caso, il folle proposito del regime nazista di fare delle Olimpiadi di Berlino una celebrazione della superiorità della razza ariana viene raggiunto: la Germania domina i Giochi con 89 medaglie, di cui 33 d’oro, ben 11 volte il risultato di quattro anni prima. Gli Usa vincono 54 medaglie e Joseph Goebbels dice che “gli americani dovrebbero vergognarsi nel lasciare che i negri vincano le medaglie d’oro per loro”. 

(Original Caption) 8/8/1936-Berlin, Germany- Jesse Owens soars through the air with the greatest of ease for a distance of 26 feet 5-221/64 inches, bettering the Olympic mark, and winning the event at the games in Berlin.

 

Sfortunatamente ogni Paese ha le sue vergogne nella storia e gli americani prendono alla lettera il ministro della propaganda nazista: il trattamento riservato a Jesse Owens scrive l’ennesima pagina della vergogna della segregazione razziale nella storia americana. Il presidente Franklin Delano Roosevelt non lo invita alla Casa Bianca né invia un telegramma di congratulazioni: le presidenziali sono alle porte e Roosevelt non vuole certo inimicarsi l’elettorato del Sud con la foto di rito con l’eroe nero.

Non solo. Per Jesse Owens, il ritorno in patria è uno schiaffo in faccia che lo ripiomba nella realtà del razzismo più becero. Owens viene celebrato per strada, ma gira diversi alberghi prima di trovare dove dormire a New York, è costretto a entrare dalla porta di servizio perfino a un evento in suo onore al Waldorf Astoria. Si aggiungono i problemi economici: le Olimpiadi non gli hanno riempito il portafoglio e dopo un litigio con la Federazione viene squalificato ed escluso dalle gare. Lavora, fa il benzinaio, il bidello, ma per alzare qualche soldo in più si riduce a fenomeno da circo prestandosi a gare di corsa a pagamento contro cani, cavalli e motociclette. Per essere finalmente celebrato come ospite d’onore nell’olimpo degli atleti americani dovrà aspettare ancora diversi decenni.

Intanto in Germania Luz Long prosegue la sua carriera di sportivo, ma anche quella di avvocato. Durante il suo tirocinio presso il Tribunale di Amburgo, nel 1941 presta giuramento all’esercito tedesco. Lo status di atleta internazionale gli aveva fino ad allora risparmiato di combattere nel conflitto iniziato nel 1939, ma la seconda Guerra Mondiale si sta complicando terribilmente per i nazisti e la Wehrmacht deve richiamare altri uomini al fronte: dopo un rapido addestramento, tocca anche a Luz Long.

Lo spediscono in Polonia, poi in Italia. Finisce in Sicilia, con la divisione corazzata Hermann Goring impegnata a resistere allo sbarco degli alleati. E’ il luglio del 1943 e nei dintorni di Gela, viene ferito gravemente da alcuni colpi di mitra. Long muore dopo quattro giorni di agonia in un ospedale da campo britannico. Ha appena 30 anni e cade come migliaia di altri soldati in quella guerra. Anni dopo una giornalista tedesca scopre la sua tomba nella fossa comune del cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia, dove viene sepolto nel 1961, traslato dal cimitero americano di Gela.

Qualche giorno prima del tragico epilogo, Luz Long scrive una lettera a Jesse Owens dal teatro della guerra che vede la sua Germania combattere contro gli Stati Uniti: Dove mi trovo sembra che non ci sia altro che sabbia e sangue. Io non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia”.

Firmato “Tuo fratello Luz”. 

Argento Vivo

Articolo proveniente da Huffington Post Italia