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Le “Olimpiadi fantasma” di un Giappone che impara a dire Sì

The Olympic Rings are seen in front of the skyline during sunset one night ahead of the official opening of the Tokyo 2020 Olympic Games in Tokyo, Japan, July 22, 2021. REUTERS/Kai Pfaffenbach TPX IMAGES OF THE DAY

TOKYO. Al rivoluzionario Festival di Cannes del 1968, fece scalpore “Kuroneko”, magnifico film del regista giapponese Kaneto Shindo, il samurai Gintoki, che al tempo dei feudatari shogun, combatte due “onryo”, fantasmi crudeli. Pur battendosi con coraggio, Gintoki nulla può contro gli spettri, in cui, con orrore, riconosce sua madre e sua moglie, trasformate in demoni. Riproposto in queste ore dal canale Criterion, “Kuroneko” diventa parabola del Giappone 2021, nel giorno di inaugurazione delle “Maboroshi no orinpikku”, Olimpiadi fantasma, senza i 40 milioni di turisti sognati, conto da pagare 14 miliardi di euro, stadi deserti, contagi Covid in salita, sponsor in fuga seguendo il primo grande no Toyota.

I Giochi dovevano, a dieci anni dal terremoto di Tōhoku, 20.000 morti, e dal disastro nucleare a Fukushima, cancellare memorie tragiche e stagnazione del “decennio perduto”, zero crescita economica, popolazione invecchiata, primato tecnologico anni ’60 disperso. Alle Olimpiadi 1964, il Giappone presentò il primo treno ad alta velocità, 210 km/h, seguito da videoregistratori, videogiochi, registratori portatili Walkman, supercomputer. Nel 1989, gli Stati Uniti furono terrorizzati dal saggio “Il Giappone che dice di no”, firmato da Shintaro Ishihara, futuro governatore di Tokyo, e Akio Morita, leggendario fondatore della Sony: basta obbedir docili a Washington, indipendenza economica e politica, per la prima volta dal 1945. Il pamphlet doveva essere diffuso solo in Giappone, ma divenne un best seller mondiale e mentre Ishihara, allora Ministro dei Trasporti divenne popolare anche come polemista, Morita, un businessman con un mercato enorme negli Usa ebbe guai e provò a prendere le distanze dal manifesto nazionalistaMa, come Gintoki, Ishihara e Morita videro i fendenti della loro aggressiva sciabola katana, perdersi nel vuoto. Il primato tecnologico venne rapito da Silicon Valley, computer, iPhone e web, dalla Corea del Sud, ex colonia giapponese, microprocessori, dalla Cina, occupata dall’impero, produzioni di massa prima, Intelligenza artificiale dopo .

L’ex premier Abe Shinzo, ora malato, intuisce che la cultura industriale e politica giapponese, ligia all’autorità, centralizzata, diffidente di anticonformismo e originalità, deve mutare. Scelte dall’alto, come la fusione 1999 tra Hitachi e Nec, portano a disastri, in quel caso fallimento da 4,6 miliardi di euro. Lo scorso mese, in un drammatico rapporto alla Commissione Tecnologia del Parlamento, lo studioso Takashi Yunogami ha ammonito: la perdita del primato tecnologico deriva dal decrepito paternalismo autoritario, servono laboratori, imprese, progetti innovativi, start up.

Il primo ministro Yoshihide Suga, erede di Abe, sperava nel successo dei Giochi per vincere le elezioni di autunno, nei sondaggi del quotidiano Asahi Shimbun è sotto il 30%, sfruttando quindi l’occasione storica che si schiude a Tokyo . Per contenere l’egemonia cinese nel Mar Cinese Meridionale, il programma di vassallaggio economico Cintura-Strada, il riarmo, il presidente USA Joe Biden ha bisogno del Giappone. Sotto Trump, quando l’America dissennatamente abbandonò i patti commerciali TPP, fu Tokyo a tessere con saggezza l’alleanza con i paesi amici, ribattezzandola CPTPP, piano capace di creare ricchezza per 145 miliardi di euro, con intese su proprietà intellettuale, dazi, regole nel mercato dei dati. Biden ha promesso a Suga di aderire al CPTPP, ma che Tokyo ne sia stata garante è novità clamorosa e il presidente cinese Xi ne prende atto, preoccupato come sottolinea Sheila Smith, studiosa del Council on Foreign Affairs.

Investendo 100 miliardi di euro nelle infrastrutture di India, Indonesia e Filippine, il Giappone crea alternative al potere cinese, osserva su Foreign Affairs l’analista Chang Che. Abe ha imposto una lettura odierna della pacifista Costituzione giapponese, spiega nel libro “Securing Japan: Tokyo’s Grand Strategy and the Future of East Asia” Richard Samuels, offrendo alleanze democratiche a Usa e Onu e creando una trincea contro possibili aggressioni cinesi. I Giochi dovevano essere vetrina della nuova stagione, l’appuntamento è rinviato, ma presto Pechino e Unione Europea saranno sorpresi dal protagonismo giapponese in coppia con gli Usa, vera grande novità democratica, nascosta, fin qui, in Asia. Non è facile per gli analisti europei, italiani inclusi si direbbe, discernere questa affascinante rivoluzione, offuscati da antichi pregiudizi e perniciosi luoghi comuni diplomatici che vogliono il Giappone sempre domestico, centripeto, assorbito nel passato. La grande offensiva per l’egemonia mondiale, a partire dal Pacifico che, nel centenario della fondazione del Partito comunista, ha lanciato il presidente cinese Xi Jinping ha il Giappone come prima sponda e Tokyo ne è ben consapevole. Suga non ha rinviato le Olimpiadi perché cosciente che, nel 2022, Pechino farà grande sfoggio di propaganda dei Giochi Invernali, nella capitale e nella provincia di Hebei e non voleva cedere il vantaggio di immagine. Se 30 anni fa dunque, la sfida era “Imparare a dire No”, ora il Giappone vuol dire molti Sì, con alleanze, intese, rapporti culturali e economici, per non finir schiacciato tra Usa e Cina. Sarebbe importante che l’Unione Europea e l’Italia ne ascoltassero l’appello, uscendo dal corrente provincialismo che ottunde media, politica, cancellerie.

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Articolo proveniente da Huffington Post Italia