• Sab. Set 18th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

“La solitudine di Filottete”: l’eredità di Sofocle nel valore dell’amicizia

DiRed Viper News Manager

Lug 23, 2021

Grande e inconsolabile è la crisi interiore di Filottete, protagonista dell’ultimo dramma di Sofocle, tradotto in modo intrigante e accessibile nonché magnificamente curato da Enrico Testa (La solitudine di Filottete, pp. 173, Il Mulino, 14 euro): «Solo l’eco – querula – del mare / lontano risponde ai suoi lamenti amari». Molti dei nuclei semantici occidentali, forme verbali della nostra mente, strutture del pensiero, nascono da qui: l’isola deserta, in cui perdersi e chissà forse ritrovarsi; l’angoscia dell’abbandono, quando non abbiamo più nessun supporto, né pratico, né spirituale; il tradimento degli amici, ai quali avevamo concesso tutta la nostra fiducia. Parliamo di terre devastate, steccati piantati nel fango per delimitare il nostro regno, navi che si allontanano dopo averci scaricato in miseri anfratti, grotte abitate da rettili dove la nemesi divina celebrerà i suoi fasti senza darci modo di comprenderne il senso.

Non sarebbe azzardato supporre che perfino Joseph Conrad, sul finire del diciannovesimo secolo, nel Negro del Narciso, uno dei suoi romanzi più simbolici, immaginando la segregazione di un marinaio ammalato nella cuccetta del mercantile, considerato malefico portatore di disgrazie, avesse inteso, neppure troppo velatamente, rendere implicito omaggio all’immortale eroe greco. Il quale, rammentiamolo in breve sintesi, venne lasciato da Odisseo sull’isola di Lemno, ancora oggi estrema propaggine egea di fronte alla costa turca, a causa della ferita procuratagli da un serpente («trafitto dal marchio feroce di vipera assassina»), che presto si era trasformata in una piaga fetida e purulenta. Il povero reietto, respinto dall’equipaggio quale segno sciagurato delle peggiori congiunture, non aveva potuto far altro che accettare la tragica sorte: «Solo, separato dagli altri uomini, / per compagni animali irsuti o screziati; / tra i dolori, la fame e le sue grida, / degno di compassione, / e sopportando angosce senza rimedio».

Senonché, come rivelato da Eleno, l’oracolo, «infallibile indovino», soltanto l’arco in possesso di Filottete, dono di Eracle, avrebbe potuto battere gli achei. Odisseo, deciso a recuperare lo strumento dell’agognata vittoria, si affretta dunque a spedire sull’isola Neottolemo, figlio di Achille, chiedendogli di usare la menzogna pur di ottenere il vantaggio assicurato dalla magica arma: «Per l’onestà ci sarà tempo dopo». Il giovane retto («preferisco, mio signore, / fallire agendo da onesto che vincere da vile»), sente sulle proprie spalle il peso di questa cinica deliberazione. Dopo aver visto l’infelice prigioniero, prova pietà per lui e si trova di fronte a un dilemma apparentemente insolubile: scegliere un’azione giusta uscendo dal gruppo dei sodali, oppure compiere un’azione scaltra condannando l’innocente. Da che mondo è mondo, uscire in campo aperto, mostrando le proprie volontà, non provoca consenso, ma sempre dissenso, cosicché l’isolamento è certo: non tutti sono in grado di reggerlo.

Il cielo in Sofocle, come ha sottolineato la maggioranza dei commentatori, è inesorabilmente basso, cupo, muto, privo di conforti provvidenziali, non offre soluzioni, anche per questo i ritratti umani dei personaggi coinvolti, definiti dal Coro, emergono alla maniera di bassorilievi indelebili. Pensiamo al cinismo di Odisseo: «Ogni occasione richiede certi uomini / e lì ci sono io: opportunamente». La tracotante sicumera di questa dichiarazione continua a lasciare stupefatto chiunque non voglia rinunciare a sognare un mondo migliore di quello che vede. Come dimenticare Filottete, sventurato protagonista, costretto a vivere sulla battigia cibandosi di pesci e uccelli, «senza amici e senza patria… / morto ancora nel mondo dei vivi»?

«Irti scogli, anfratti sul mare, animali dei monti / allora siete voi la mia sola famiglia, / e le pietraie scoscese le sole / a cui possa rivolger la parola». Là dove la comunità sociale s’eclissa, consunta e sfilacciata dalle medesime tensioni che hanno contribuito a fondarla, l’individuo ferito e scartato, alla maniera di un frutto avvelenato, rischia di tornare a conoscere una condizione bestiale, riprovando su se stesso l’alba livida e rancida dell’umanità scellerata. Fino ai propositi suicidi: «Volando dall’alto in basso, da scoglio a scoglio, / la mia testa sarà sangue sulla pietra». Ecco il vero testamento di Sofocle, composto e rappresentato nel 409, all’età di novant’anni. Da una parte egli racconta il vuoto assoluto di chi non ha più appoggi fra i compagni ingrati: l’uomo sconsolato vaga sulla spiaggia arroventata bruciandosi gli occhi sotto il sole nella vana speranza di veder comparire prima o poi qualche vascello all’orizzonte; dall’altra il grande drammaturgo, senza farsi distrarre dal possibile fascino del Robinson ante-litteram, sentenzia di fatto la necessità ineludibile di ripristinare gli accordi violati, pena lo smarrimento e il deliquio. Anche l’intervento finale risolutivo di Eracle, che entra personalmente in scena mostrando la sua forza irrefrenabile, andrebbe riscattato dalla tipica svalutazione di stampo novecentesco che gli attribuisce una semplice funzione meccanica, forse senza valutare appieno lo spessore poetico insito nel Dio che, a causa della diatriba sorta fra i contendenti, si è sentito sollecitato a prendere posizione: «È per te che, lasciata la mia sede celeste, / giungo qui a dirti i voleri di Zeus».

Nel compito dell’amicizia attiva e sapiente assegnato a Filotette e Neottolemo, entrambi chiamati a superare la discordia in nome del superiore bene comune da preservare, c’è qualcosa di più potente rispetto a quello che potrebbe essere un semplice programma da eseguire. Si sente quasi il presagio di un mondo nuovo, quando gli uomini diventeranno finalmente consapevoli di non poter vivere da soli. «Tu senza di lui non puoi conquistare Troia / né lui senza di te. / Ma come due leoni che fianco a fianco / vanno alla caccia, vegliate l’uno sull’altro: / tu su di lui e lui su di te».

L’articolo “La solitudine di Filottete”: l’eredità di Sofocle nel valore dell’amicizia proviene da Il Riformista.