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La cultura della tortura, Genova 2001 è ancora qui

DiRed Viper News Manager

Lug 23, 2021

Luglio 2021, vent’anni dopo. Genova non è ancora una città intera, a dispetto delle parole che rivolgeva, all’inizio della sua Litania, Giorgio Caproni: Genova mia città intera. I nomi dei luoghi, delle strade, delle piazze – Bolzaneto, Diaz, via Tolemaide, Piazza Alimonda (piazza Carlo Giuliani, ragazzo) – stanno lì a testimoniare un’espropriazione della democrazia subita dalla città medaglia d’oro della Resistenza e da tutta la Repubblica italiana ad opera dello stesso Stato che la dirige, di un suo apparato. Un’amputazione, prima di tutto, di vita, di salute, di dignità patita dalla vittime delle violenze, per le quali la toponomastica della città rimarrà la mappa mentale di un martirio, del risveglio sulla loro pelle – contro la barriera della loro pelle – del cuore di tenebra del Novecento annidato dentro le istituzioni democratiche.

La “sospensione della democrazia” si manifesta prima di tutto nei loro denti rotti, nei polmoni perforati, nelle ossa fracassate dai manganelli. Ferite – hanno scandito i magistrati della Giunta ANM della Liguria davanti alla Diaz il 21 luglio (un gesto che vale più di un congresso per ricostruire la credibilità di tutta la magistratura) – che non basta l’attività giudiziaria a riparare. Non basta perché, come ci raccontano le frasi di Jean Améry custodite da Primo Levi, “la fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”. Lo scrittore austriaco, per ritrovare un posto nel mondo dopo le torture dei campi di concentramento, aveva cambiato nome, anagrammando il tedesco Mayer nel francese Améry. Mark Covell, giornalista quasi ucciso dalla polizia la notte della “macelleria messicana”, di nomi è ancora in cerca. Sa quelli dei dirigenti condannati per i falsi e i depistaggi, sa quelli dei vertici della catena di comando – tutti regolarmente promossi nella scala delle loro carriere, nonostante gli accertamenti giudiziari –, ma non conosce ancora i nomi di tutti coloro che hanno infierito su di lui. Non li può sapere, dal momento che è mancata una leale collaborazione delle forze di polizia nell’identificazione dei responsabili e che la fedeltà allo spirito di corpo ha prevalso sulla fedeltà alla democrazia. “Lack of cooperation”, è questo il termine utilizzato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per stigmatizzare la condotta.

Non è una novità. C’è una sentina nella storia d’Italia nella quale sono depositate le scorie delle vicende di violenza degli apparati di polizia accompagnate da falsi, depistaggi, ripudio dell’identificazione dei responsabili, rifiuto di avviare indagini e promuovere accertamenti interni: Padova, ai tempi della cattura del generale Dozier, il reparto “Agrippa” di Pianosa poco dopo l’arrivo dei 41-bis (alcuni dei quali indagati poi assolti con formula piena), Sassari nel 2000. E poi il carcere di Asti, la caserma dei carabinieri di Roma Casilina, la Raniero a Napoli, Genova. E ora Santa Maria Capua Vetere. A quasi tutte quelle vicende corrispondono sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Non tutte le pronunce hanno condannato il nostro Paese per violazione sostanziale dell’art. 3 CEDU – la norma che pone il divieto di trattamenti inumani o degradanti e tortura –, ma è stata sempre accertata e sanzionata l’assenza di “un’effettiva indagine ufficiale”. Indagine effettiva impedita da quella intenzionale mancanza di cooperazione di cui si possono inanellare esempi: a Genova, per l’identificazione dei responsabili, le amministrazioni di appartenenza avevano messo a disposizione dell’autorità giudiziaria foto degli agenti risalenti addirittura all’arruolamento; a Pianosa, chi si era dichiarato vittima di tortura aveva affermato di poter riconoscere il proprio aguzzino, ma ebbe la possibilità di effettuare la ricognizione fotografica soltanto su fotocopie sbiadite delle fotografie dei pubblici ufficiali denunciati.

Nonostante questo a Genova, pur tra contrasti e qualche ostilità dei vertici degli uffici giudiziari, c’erano Pm indipendenti (all’interno del loro ufficio, prima di tutto) e giudici soggetti soltanto alla legge, ancora forti di un principio di obbligatorietà dell’azione penale tutto intero, non inciso da una maggioranza parlamentare che potesse dire con forza di legge di indirizzare l’azione verso altre priorità. È grazie a questo statuto costituzionale di garanzie che si è arrivati alle verità consacrate nelle sentenze sui casi Diaz e Bolzaneto. I rischi di attività giudiziarie sgretolate, non tempestive, scarsamente efficaci, tuttavia, sono sempre dietro l’angolo. Se vogliamo davvero sanare il debito nei confronti della città e della Repubblica, se vogliamo provare a ricostruire quell’interezza persa, occorre almeno che la politica assuma definitivamente la responsabilità di implementare l’imperfetta legge sul reato di tortura (l. 110/2017) con meccanismi che siano in grado di consentire quelle indagini: imprescrittibilità del reato, sospensione obbligatoria degli indagati e rimozione dei condannati, identificativi sui caschi e sulle divise. Sono prescrizioni messe nero su bianco in tutte le condanne e gli accertamenti europei nei confronti del nostro Paese.

Sono dispositivi, peraltro, la cui necessità è confermata, proprio nell’anniversario del G8 ligure, dai fatti del carcere Santa Maria Capua Vetere. Quei pestaggi, nella loro tragicità, testimoniano anche un’ altra esigenza ancora più profonda: fare i conti con una cultura, quella della tortura, che proprio a Genova ha messo definitivamente le sue radici e che si è sottratta anche alle prassi di addomesticamento linguistico (M. Menegatto) del vocabolo.
Per comprendere appieno questo concetto bisogna spostarsi poco nello spazio e tanto nel tempo. Sempre a Genova: piazza Corvetto, ma nel 2019. Durante gli scontri tra estrema destra e antifascisti seguiti a un comizio di Casapound, il giornalista di Repubblica Stefano Origone, caduto a terra mentre era intento a svolgere il suo lavoro di cronista, viene accerchiato dagli agenti e colpito per circa venti secondi con i manganelli e gli scarponi in ogni parte del corpo. È bene chiarire che i responsabili sono stati condannati, in primo grado, a quaranta giorni di reclusione per eccesso colposo, non per reati dolosi (anche se pende appello della Procura). La vicenda, però, interessa qui per un altro aspetto, decisivo. Nel corso dell’interrogazione parlamentare richiesta da una parlamentare ligure, il sottosegratario all’Interno, dopo aver fornito qualche dettaglio dei fatti, ha espresso rammarico perché “i cronisti non erano riconoscibili”. Quella frase, ascoltata dopo i video che riprendono l’episodio, restituisce l’esatta misura di quella cultura per cui la tortura contro un cronista no; contro un cittadino onesto neppure; ma contro un terrorista, contro un devastatore, contro un mafioso, contro un nemico, allora sì.

Poco importa se quel nemico sia una minaccia reale o, come accaduto a Genova in danno dei movimenti e come spesso accade in danno di chi agisce il conflitto sociale, sia una minaccia costruita, magari con l’aiuto di un’informazione rimasta nelle mani di troppo pochi proprietari. Conta il fatto che per il nemico valgono regole diverse, diverse soglie di accettabilità della violenza, sempre più sistematica, metodica e giustificata. Un diverso statuto di umanità, in fin dei conti, legittima che il ripristino dell’ordine comporti qualche sacrificio nei confronti di chi sta fuori dal recinto della cittadinanza. Sta qui il pericolo che la democrazia cova al suo interno e da qui sgorga il dovere – gravante su tutti, sulle parte sana delle agenzie di polizia e sulla magistratura (non immune da episodi di concorso nella costruzione di quell’ordine simbolico) – di ribadire che invece no, che è quella violenza a essere contro la democrazia e a metterne a nudo la precarietà della conquista. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo lo ha chiaro: il divieto di tortura non è mai derogabile, neppure in stato di guerra. Vale anche per la nostra Costituzione. Non c’è nemico che giustifichi la tortura, strumento con il quale la democrazia tradisce prima di tutto sé stessa.

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