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E se fossimo un po’ tutti “complottisti”?

CASERTA, ITALY - 2021/03/01: A internal view of the vaccination center, inside the Ferrari Orsi military barracks, built to vaccinate people with the AstraZeneca vaccine against the Covid-19 virus. (Photo by Marco Cantile/LightRocket via Getty Images)

(di Guendalina Graffigna, Professore Ordinario, direttore di EngageMinds HUB -Consumer & Health Research Center. Dipartimento di Psicologia, Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari, Ambientali, Università Cattolica del Sacro Cuore)

 

Dopo 18 mesi di convivenza con il Sars-Cov-2 siamo nuovamente chiamati a fare i conti con la cosiddetta “esitanza vaccinale” (cioè la non piena adesione alla campagna di vaccinazione da parte dei cittadini). Secondo i dati del Monitor continuativo condotto dal Centro di Ricerca dell’Università Cattolica “EngageMinds HUB” ogni 4 mesi su un campione complessivo di 5000 rispondenti rappresentativo della popolazione italiana, i dubbi espressi dai connazionali in merito alla vaccinazione anti-COVID19 che alimentano l’esitanza vaccinale sono diversi (sebbene ahimè noti da tempo): il 36% della popolazione ne teme gli effetti collaterali, il 41% riporta dubbi sull’efficacia dei vaccini anti-covid19 per prevenire la malattia, il 47% teme che i vaccini in questione non siano stati testati adeguatamente perché sviluppati troppo velocemente, inoltre il 30% è convinto che contro la COVID19 esistano “vaccini di serie A e vaccini di serie B” ed infine un 46% è disposto ad aspettare pur di garantirsi l’inoculazione del vaccino che ritiene migliore.

I dibattiti mediatici sul tema hanno il sapore del refrain… di posizioni, retoriche e credenze già più volte ribadite sia da parte degli esperti, sia da parte dei cittadini. Un apparente scontro di opinioni e posizioni di cui, ancora una volta, la possibile conciliazione sembra lontana da venire. I banchi di prova sono le scelte sull’obbligatorietà vaccinale o sul green pass.

E così gli uni (gli esperti) si impegnano a trovare il colpevole in gruppi sociali retoricamente identificati con “i complottisti” “i negazionisti” “le vittime delle fake news”,  gli altri (i cittadini) si sentono ulteriormente feriti da questo processo di stigmatizzazione comunicativa, e reagiscono esacerbando posizioni di scontro e di denigrazione.

Ma veniamo al tema dei “complottisti”. L’astrattezza stessa di questa categorizzazione sociale, ahimè, si apre al vulnus dell’irrazionalità dei meccanismi psicologici. Parlare di “complottisti” sembrerebbe infatti più il tentativo emotivo degli “esperti” di trovare un colpevole su cui veicolare la reprimenda sociale che non il segno di un concreto impegno nell’identificazione di un “segmento” reale della popolazione (in comunicazione si chiamerebbe “target”) verso cui orientare concrete iniziative di ascolto ed educazione al fine di favorire l’intenzione vaccinale.

Esistono i “complottisti”? Da un punto di vista psicologico coloro che oggi vengono sommariamente definiti “complottisti” sono di fatto persone che si pongono domande complesse: le stesse domande che tutti noi (anche tra gli scienziati) ci poniamo.

E allora qual è il problema?  Una delle radici psicologiche del “complottismo” è il farsi sedurre da risposte semplici: questo spesso trae in inganno e ci porta a sposare teorie non sufficientemente radicate nelle evidenze scientifiche. Il tutto condito dall’illusione di diventare onniscienti, occupandoci sommariamente “di tutto un po’”.

Tendenze (ahimè) paradossalmente anche alla base di alcune dichiarazioni degli “esperti” che tendono ad assumersi l’onere di rispondere a problemi psico-sociali complessi – talvolta al di fuori del loro fuoco di sapere disciplinare – proponendo una risposta semplificata e astratta. Dunque: e se l’accusare i complottisti di esitanza vaccinale non fosse che un ennesimo esempio di iper semplificazione della risposta a una domanda complessa… tipico della mentalità complottista?

Articolo proveniente da Huffington Post Italia