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Un fondo per la decarbonizzazione contro le crisi industriali

Un momento del blitz dei lavoratori della Whirlpool di via Argine alla stazione centrale di Napoli, 20 Luglio 2021. ANSA/CESARE ABBATE

La positiva ripresa produttiva che il settore metalmeccanico sta vivendo viene messa a dura prova dai ripetuti annunci di chiusure aziendali che si sono susseguiti in questi giorni: Gianetti, GKN, Timkem sono solo la punta dell’iceberg di crisi occupazionali molto gravi, non solo per i lavoratori coinvolti ma anche per le modalità usate.

È inutile parlare tanto di responsabilità sociale se poi assistiamo al susseguirsi di casi nei quali al dialogo sociale si preferisce l’invio di mail che preannunciano licenziamenti. Il sindacato dei metalmeccanici non ci sta ed è per questo che unitariamente, da qui a fine luglio, protesterà con assemblee e scioperi nelle fabbriche.

Lo sappiamo: la ripresa produttiva è incerta e a essa si accompagnano nuove ristrutturazioni settoriali. L’automotive è oggi il comparto più esposto, l’intero settore soffre da tempo di un calo delle immatricolazioni. In Europa queste sono stabilmente inferiori del 25% rispetto alla fase pre-pandemia, a cui si stanno cominciando a sommare gli effetti della transizione ecologica, dettata dal programma “Fit for 55”, con il quale siamo chiamati a confrontarci.

Che fare? Mentre il governo sembra mettere a punto, con fatica, una riforma degli ammortizzatori sociali, questi casi ci pongono domande nuove a cui sindacato, politica e parti sociali devono saper rispondere.

La prima: in Italia è troppo facile e poco costoso licenziare. In gran parte dei paesi europei se si dichiarano 100 esuberi in un sito produttivo, da un lato il sindacato ha il diritto di essere accompagnato nella trattativa da un economista industriale per negoziare alternative, dall’altro le imprese sono obbligate a presentare piani sociali che individuino soluzioni occupazionali adeguate per i lavoratori coinvolti. È ora di importare anche in Italia queste buone pratiche,  da noi  ancora poco diffuse  e applicate, solo in rari casi, grazie alle relazioni industriali.

Forse non basta, servono di fronte a questo scenario di profonde trasformazioni del lavoro nuovi diritti e tutele di stampo europeo. La riforma degli ammortizzatori è il veicolo ideale per introdurre queste innovazioni, utili non solo al sindacato e ai lavoratori, ma anche alla gestione delle transizioni per evitare che queste degenerino sul piano sociale.

La seconda: le ristrutturazioni settoriali non possono indebolire il patrimonio industriale del nostro Paese. È per questo che il sindacato continua a chiamare in campo il Ministero dello Sviluppo Economico. Non siamo appassionati ai continui presidi sotto le finestre dello MiSE.

E come sindacato non ci rassegniamo e arrendiamo all’idea che non si possano reindustrializzare aree di crisi storiche del Paese. Pensiamo che si possa fare molto di più e dare risposte alle tante crisi che da anni ristagnano nei corridoi di via Molise.

Con tutti i soldi che il PNRR metterà in gioco, pensiamo sia possibile creare quelle necessarie condizioni di ecosistema, dalle infrastrutture, alla sburocratizzazione delle procedure, per attrarre investimenti privati e dare risposte ai casi di crisi da tempo fermi al MiSE.

È chiaro che questo va fatto anche attraverso le politiche attive per il lavoro. Personalmente sono da sempre molto a favore all’uso di quest’ultime e alla ricollocazione dei lavoratori. Tuttavia le politiche attive necessitano di una forte riforma che le porti fuori dal pantano della regionalizzazione. Di certo non posso andare oggi da un operaio della Whirlpool di Napoli dicendogli semplicemente di affidarsi a un Centro regionale per l’impiego. Sappiamo tutti che non avrebbe nessuna risposta lavorativa ne opportunità di collocamento.

Sappiamo che una volta chiusa una fabbrica, specie nel Mezzogiorno d’Italia, difficilmente questa riapre. E sappiamo anche che in alcune aree del Paese un posto di lavoro in fabbrica vale due volte tanto, perché presidio di legalità, tenuta del tessuto sociale e volano di servizi e  opportunità di sviluppo per tutto il territorio.

Ma in prospettiva saranno la transizione digitale ed ecologica il principale fronte che porterà a nuovi sussulti nel tessuto manifatturiero italiano.

Il settore metalmeccanico, tra acciaio verde, auto elettriche, salti dall’elettromeccanica all’idrogeno, è tra i più colpiti dalle transizioni energetiche e tecnologiche. Questo di per sé non è un male, purché lo si governi. Non vogliamo fermare la costruzione di un’economia più sostenibile, ma o la sostenibilità ambientale sarà sostenibile anche socialmente, come afferma giustamente anche il ministro Cingolani, o si trasformerà in benzina per un nuovo pericoloso populismo, ricalcato su quello degli anni ’20.

Non vediamo nei programmi europei e nazionali le risorse e i progetti per garantire una giusta ed adeguata transizione: si stanno troppo sottovalutando i rischi di tenuta sociale e industriale. Occorre graduare e cambiare la velocità della transizione, bisogna curare di più il lavoro che verrà consumato e cancellato in questi anni. Dobbiamo occuparci dei perdenti dando loro per tempo soluzioni e prospettive.

Un Paese come il nostro dovrebbe creare da subito un “fondo per la decarbonizzazione” con il quale finanziare e gestire tutte le compensazioni sociali ed occupazionali in gioco, con l’apporto delle parti sociali. L’Italia deve chiedere all’Unione Europea che per ogni euro stanziato in nuove tecnologie sostenibili, se ne stanzi un altro per aiutare i lavoratori coinvolti.

Il rischio che vediamo davanti a noi non è quello di un nuovo autunno caldo, bensì quello di anni “freddi”, con lavoratori sempre più soli di fronte alle grandi sfide sociali ed economiche.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia