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“Mentre passiamo bruciando”, il racconto su chi credeva nella rivoluzione degli anni Settanta

DiRed Viper News Manager

Lug 22, 2021

Do you remember revolution? Difficile spiegare a un ventenne attuale che alcuni decenni fa una generazione ha creduto possibile e auspicabile la Rivoluzione in Occidente (il mutamento radicale, simultaneo, di ogni piano di vita)! Una idea un po’ delirante, miracolistica, una fede religiosa appena deviata – spostammo il cielo della teologia nel futuro! – supportata da fitte bibliografie teoriche e pensose letture. Il marchese di Sade, in una celebre opera di Peter Weiss, rimprovera ironicamente a Marat proprio questa credenza quasi magica: avete il mal di denti? quando andate a pescare non prendete pesci? etc., allora immaginate che con la rivoluzione vi passerà all’istante il mal di denti, che i pesci abbocchino…

Per rappresentare quegli anni – «anni di splendore e di sperpero estremo, anni di desiderio e di furore» – credo ci sia più utile la letteratura (dove gli eventi non sono mai separati dalle emozioni che implicarono) della storiografia, come dimostra tra l’altro questo Mentre passiamo bruciando (da un verso di Nanni Balestrini) di Raffaella Battaglini (Castelvecchi), che in quegli anni ha vissuto, benché giovanissima. Nella idea – e conseguente pratica – della rivoluzione confluirono molte cose, e tra loro spesso opposte: slanci generosi e burocratizzazione dell’impegno, utopie luminose (il vero libro del ‘68 è Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, uscito poco prima) e fascinazione per la violenza (benché fino al delitto Calabresi  la violenza del Movimento fu difensiva), senso di fratellanza (chiunque ti ospitava per la notte) e culto acritico dei leader (la parte peggiore del ‘68!).

Il romanzo di Battaglini fonde molti generi letterari al suo interno e si propone come narrazione elegiaca, corale, partecipe di quegli anni, e anzi di un filone politico preciso, quello che si è incarnato prima in Potere Operaio e poi in Autonomia. Il pretesto narrativo è la morte di Laura a Padova, nel 1981, una ex militante di quell’area, che nel corso del libro viene meticolosamente ricordata da amici, compagni, familiari, amanti, testimoni. Non si tratta di ritratto indulgente di quegli anni perché proprio la struttura da “inchiesta” (si pensi a un classico come Autobiografie della leggera di Montaldi) che sorregge l’intreccio vertiginoso di voci e punti di vista (si veda Rayuela di Cortazar, qui citato: una donna si chiama come la protagonista femminile, “la Maga”) e una ricostruzione “dal basso” della vita quotidiana di allora ( i film che vedevamo – dopo i cortei tutti al cinema Farnese a eccitarsi con il Mucchio selvaggio di Peckinpah o a deliziarci con Godard – i libri che leggevamo, i luoghi di ritrovo, le radio libere…) che evoca il metodo delle Annales, garantiscono al racconto collettivo un tono neutro, una trasparenza antisentimentale (i giudizi li darà il lettore).

I meriti letterari di Battaglini non sono da poco se pensiamo alla ibridazione di stili e generi, alla finzione sapiente del noir, all’impianto teatrale, alla invenzione poetica di far parlare anche i morti, al progetto di biografia collettiva, al lirismo di alcune pagine, però la recensione di questo libro non può che essere soprattutto politica. E allora, anche sulla scorta delle testimonianze qui raccolte, chiediamoci che tipo di raggruppamento fosse Potere Operaio, all’interno dell’ultrasinistra di allora? Costituiva il gruppo politico più teoricamente agguerrito, spericolatamente vicino a Marx (il Marx più visionario e “scienziato”, e meno umanistico, dei Grundrisse), abbarbicato a una idea iper-leninista di avanguardia rivoluzionaria (con l’accento messo sulla soggettività, sull’azzardo del poker, sulla forzatura, anche a costo di trascurare la realtà empirica), innamorato del bel gesto (forse più Corto Maltese più che il “Che”), ed era anche il gruppo più supponente, “aristocratico” (Fortini li chiamò i “nuovi cainiti”, con il nome di una setta religiosa nichilista: atteggiamento sprezzante, sopracciglio rialzato, sorriso beffardo). Principale demerito: aver trascurato le due vere “insurrezioni” del pensiero dei ‘70: quella ambientalista e quella femminista.

Bene, nelle pagine del libro ritroviamo per intero questo universo antropologico: accanto a eventi politici decisivi come il sequestro Moro, la manifestazione a Roma del 12 marzo 1977 (interpretata esageratamente come momento insurrezionale: in realtà lo sbocco “militare”, con assalto a un’armeria, venne imposto all’immenso corteo da una ristretta minoranza), il teorema Calogero e i conseguenti arresti del 7 aprile 1979 (che decimarono, senza alcuna vera reazione, l’intero raggruppamento), sfilano qui i fidanzamenti effimeri, i tradimenti, le gelosie, le pene d’amore perdute, le ripicche, i baci rubati, le fughe improvvise, insomma la vita stessa come una ballata, dolente e appassionata. Laura – “bella come il sole”, seduttiva e bugiarda (anche con se stessa), figura della Rivoluzione e della Giovinezza – è morta, e non avrebbe potuto non morire (alla fine non ci importa neanche più di sapere chi l’ha uccisa). Chi la ricorda oggi vive in un ashram in India o insegna all’università o lavora nelle istituzioni o vagabonda per il mondo. La sorella di Laura dice che lei fu una sciagura per tutti (familiari e compagni): «noi invece avevamo delle vite strutturate, delle vite normali». Già, la rivoluzione non tiene mai abbastanza conto di questo – troppo umano – bisogno di normalità, come ci ha mostrato Orwell in Fiorirà l’aspidistra. Privilegia, romanticamente, situazioni estreme e scene madri.

«Tutto finisce dove è cominciato»: nel finale c’è sempre la neve, come all’inizio, anche se è diventata nevischio, sotto un cielo bianco e come dentro un «lento crepuscolo», un inverno senza fine che custodisce i nostri cuori gelati. Nella città muta e deserta «aspettano tutti qualcosa» anche se non saprebbero dire cosa. Può darsi che Laura si manifesti di nuovo, magari in un “lampo di luce” o in un “fuoco fatuo” (l’idea quasi mistica di rivoluzione, di un presente improvvisamente redento, cara a Benjamin) – qualcuno potrebbe suggerire: nel G8 a Genova di vent’anni fa… – eppure si tratta di una presenza spettrale, evanescente, destinata a sparire subito. Intanto, come nel finale dei Morti di Joyce, continua a cadere la neve: sui vivi e sui morti, sulle vittime e sui carnefici, su chi si illude di aver vinto e su chi ritiene di aver perso ma di aver avuto ragione, su chi credeva nel sogno – andato a male – della rivoluzione e su chi a quel sogno non ci ha mai creduto giudicandolo infantile.

L’articolo “Mentre passiamo bruciando”, il racconto su chi credeva nella rivoluzione degli anni Settanta proviene da Il Riformista.