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Cosa è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berlusconi e Scajola

DiRed Viper News Manager

Lug 22, 2021

Una catena di errori politici commessi dal governo D’Alema, dal governo Amato, da quello di Berlusconi, dal PDS, da Rifondazione Comunista e da AN, gravissimi errori gestionali e comportamentali da parte dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro e dal comandante dell’Arma dei Carabinieri Sergio Siracusa, l’irruzione di un mucchio selvaggio costituito da migliaia di manifestanti che non erano solo degli angeli, ma fra i quali c’era di tutto – pacifisti, contestatori razionali, praticanti della guerriglia urbana, black bloc – ha portato ad un autentico disastro nel quale ci fu la distruzione sistematica di pezzi della città, una durissima guerriglia urbana, il massacro da parte delle forze dell’ordine di dimostranti inermi, l’uccisione di Carlo Giuliani, la macelleria messicana praticata alla Diaz e a Bolzaneto.

Siccome abbiamo letto molte ricostruzioni unilaterali, con incredibili autocelebrazioni o furbe autoassoluzioni, allora abbiamo ritenuto doveroso tentare una ricostruzione degli avvenimenti. Chi scrive ha potuto interloquire con alcuni dei protagonisti, in primo luogo con il presidente Berlusconi e con il ministro dell’Interno Scajola. Il primo errore di valutazione lo commise il presidente del Consiglio Massimo D’Alema nel 1999, quando ancora il G8 era un’occasione gratificante per la città che l’accoglieva e solo allora, a Seattle, cominciava a manifestarsi un movimento no global che poi si dilatò in tutte le direzioni. D’Alema era molto ottimista, ritenne di gratificare la città di Genova guidata da un’amministrazione di sinistra: «L’evento non solo garantisce un importante ritorno di immagine per Genova e per l’intera Regione, rappresenta una grande opportunità per le ricche risorse turistiche, ambientali, culturali ed economiche». Quella scelta fu poi proseguita ad intermittenza dal governo Amato con omissioni e ritardi che costituirono già un grave handicap nei confronti del governo successivo. Intendiamoci, di per sé l’iniziativa era tutt’altro che negativa: i presidenti di Usa, Russia, Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Giappone, Canada si riunivano per misurarsi con tutta la tematica riguardante la globalizzazione, la sua qualità, i rapporti con le aree sviluppate. Non si riunivano otto imitatori di Pinochet contro cui scatenare una sorta di guerra civile.

Comunque, col passar del tempo da Seattle in poi si sviluppò un movimento di contestazione molto esteso e anche molto variegato, di cui bisognava tener conto da tutti i punti di vista, compreso però quello della sicurezza e dell’ordine pubblico. Da questo punto di vista Genova era la scelta più sbagliata: storicamente (basta pensare a quello che accadde nel 1960) essa offriva mille possibilità alla guerriglia urbana. Già il governo Amato avrebbe dovuto porsi il problema (e non se lo pose): o Genova veniva chiusa come fecero i francesi con Nizza o il G8 andava spostato. A seconda della scelta di fondo o andava spostato in un’isola facilmente controllabile o in una città dagli enormi spazi per concordare con i no global il parallelismo fra una sede dove si svolgeva il G8 e una serie di altre sedi di dibattito e di confronto (sempre che da parte di tutti i no global si fosse interessati al confronto sui contenuti e non a sviluppare una contestazione in cui rientrava anche la guerriglia urbana, esercizio rispetto al quale erano del tutto alieni una parte dei manifestanti, ma che invece vedeva l’impegno di migliaia di altri, non solo black bloc, anche anarchici, centri sociali, tute bianche). Comunque, il governo Amato prese il testimone da quello di D’Alema e lo gestì a intermittenza, con lunghissime pause e non chiarendo in modo netto e preciso per tutta una fase se consentiva o meno spazi concordati di manifestazioni, luoghi di dibattiti e tante altre cose.

Veniamo qui a due nodi politici che non vanno sottaciuti. Il primo è costituito dall’ambiguità politica del PDS in quanto tale. Forte è l’impressione che nel comportamento interlocutorio del governo Amato ci fosse l’intenzione di lasciare la patata bollente al successore quale che esso fosse. In secondo luogo, nel corso di una manifestazione internazionale svoltasi a Napoli durante il governo Amato le forze dell’ordine espressero una grande aggressività a fronte di un comportamento molto diversificato da parte dei manifestanti, a testimonianza che c’era una logica comportamentale di una parte dei corpi separati che prescindeva dalla caratterizzazione politica dei governi.
Pur avendo scelto Genova come sede del G8 e successivamente, come vedremo, avendo anche fatto le scelte fondamentali per la gestione dell’ordine pubblico (sempre governo Amato) da un certo momento in poi di fronte al governo Berlusconi il PDS si è “sfilato” a tal punto da non offrire il contributo di alcun servizio d’ordine per la cogestione dell’evento, visto che comunque la città aveva un’amministrazione di sinistra, e arrivò addirittura a partecipare alla manifestazione “contro” (ma contro chi, visto che era stato D’Alema a scegliere Genova e Amato a impostare tutto l’ordine pubblico?).

Qui veniamo alla scelta di fondo del governo Berlusconi. Berlusconi e Scajola tutto volevano tranne che incidenti, guerriglia, un morto, il massacro di cittadini inermi. Non lo volevano per scelta e ovviamente anche per opportunità. Berlusconi vedeva il G8 come una grande occasione per esaltare il suo prestigio personale. Nel suo discorso alla Camera c’erano però anche i temi che venivano avanzati da quella parte dei no global che erano interessati al merito della questione: «A Genova il governo coglierà l’occasione per un messaggio forte sui grandi temi della modernizzazione e della lotta alla povertà. La lotta contro l’emarginazione e la miseria soprattutto nel tormentato continente africano non è solamente un dovere etico, significa anche espandere i confini della democrazia, prevenire i conflitti, attenuare i fenomeni migratori». Poi Berlusconi, Scajola, il capo della Polizia De Gennaro si preoccuparono di ricercare controparti con cui trattare, visto che il PDS si era sfilato: una di esse fu Rifondazione Comunista, l’altra il Genoa Social Forum da poco costituito con Agnoletto e Casarini. Quando purtroppo era già troppo tardi si capirono due cose, Rifondazione Comunista non aveva un servizio d’ordine capace di misurarsi con l’ampiezza del movimento, ma per altro verso Casarini, gli anarchici e altri fra i loro scopi avevano quello di dimostrare che Bertinotti e Rifondazione non contavano niente nel movimento, per cui tutti i loro impegni venivano disattesi.

E veniamo ad un altro nodo. Berlusconi e Scajola, tramite De Gennaro e Siracusa, ereditarono l’impostazione dell’ordine pubblico fatta da Amato e dal ministro dell’Interno Bianco e che si fondava sulla divisione in tre zone, quella rossa, blindata, quella gialla, presidiata, quella azzurra del tutto libera. Fu su questo nodo che è avvenuto anche un singolare episodio. Il sottoscritto, all’epoca anche membro del Copasir, che si avvaleva della consulenza di un analista come Duccio Mantici, consegnò personalmente a Berlusconi e a Scajola una lettera che contestava alla radice quello schema. In quella lettera si affermava, un mese prima degli avvenimenti, che la zona gialla sarebbe diventata facilmente “zona franca” aperta a tutte le incursioni e a tutte le distruzioni. Si paventava anche una possibilità e cioè, che vista la conformazione della città, dei singoli carabinieri o poliziotti rimasti isolati per difendersi dagli attacchi sparassero alla cieca. Il sottoscritto e Mantici non sapevano che l’Arma dei Carabinieri avrebbe fatto affluire in città centinaia di mezzi guidati da autisti che non conoscevano Genova con sopra militi in servizio di leva non professionali: queste erano le premesse per i colpi di pistola sparati da Placanica a mio avviso per legittima difesa, ma certamente in un contesto del tutto sbagliato determinato dagli errori di chi comandava l’Arma dei Carabinieri.

Berlusconi,Scajola tennero minimamente conto di quella lettera. Notevole fu la sorpresa quando durante i lavori della Commissione d’indagine, fra il materiale esibito dai servizi con questa nota: “Lettera scritta da agenti provocatori, trovata sul marciapiede di via della Vite”, c’era proprio la lettera inviata a Berlusconi e a Scajola.
Ciò detto, in questi giorni abbiamo ascoltato molte autocelebrazioni del movimento no global. Esse non ci hanno convinto. Quel movimento era un mucchio selvaggio di posizioni assai diverse e contraddittorie che andava dai pacifisti a posizioni intermedie a praticanti della guerriglia. Mai il movimento ha espulso o si è contrapposto ai black bloc che per parte loro si sono sempre guardati bene dal ricercare lo scontro con le forze dell’ordine, ma hanno praticato in modo sistematico la distruzione di “cose” che fossero simboli del capitalismo. Gli apologeti di quel movimento non possono neanche nascondere il fatto che oltre ai black bloc c’erano anche nuclei praticanti la guerriglia urbana che uscivano dai cortei, attaccavano le forze dell’ordine e rientravano in essi: a quel punto le forze dell’ordine con ottusità e brutalità caricavano tutti in modo indifferenziato con effetti sconvolgenti.

E veniamo ai casi Diaz e Bolzaneto. Dopo tutto quello che era accaduto fra il 19 e il 20 luglio, in primo luogo la morte di Carlo Giuliani, la sera del 20 c’era una grande frustrazione e preoccupazione fra i vertici delle forze dell’ordine e una grande volontà di rivalsa. Non si sa chi raccontò ai vertici della Polizia che alla Diaz c’era un bel gruppo di black bloc: finalmente si sarebbe potuto mettere la mani su un gruppo di “inafferrabili” e altresì si avrebbe avuto la prova del rapporto stretto fra black bloc e Genoa Social Forum. A quel punto però i vertici delle forze di Polizia persero il ben dell’intelletto. Non fu fatto nessun controllo per verificare la veridicità dell’informazione, né furono messi in campo gli uomini della digos che sanno come si trattano queste cose. La Barbera, missus dominicus di De Gennaro, prese il comando delle operazioni, ma era già un errore di per sé attribuire a La Barbera un ruolo così delicato sul terreno dell’ordine pubblico. La Barbera impose l’assalto alla Diaz alla cieca per di più in un locale al buio. Il comandante dei celerini Vincenzo Canterini, pratico di queste cose, provò ad opporsi: meglio lanciare un po’ di lacrimogeni e far uscire tutti. Non fu ascoltato.

Per di più siccome si era sparsa la voce che alla Diaz c’erano i black bloc erano affluiti agenti dai più vari reparti per la vendetta. Così al buio i celerini furono mandati all’attacco con l’avvertenza che avrebbero dovuto affrontare gente armata e al buio. Ora, di black bloc non c’era neanche l’ombra e i risultati furono quelli che sappiamo: il massacro di decine di persone che stavano dormendo. Che da parte del vertice della Polizia ci fosse la certezza che si stava per realizzare una decisiva operazione anche di valore mediatico è dimostrato dal fatto che il dottor Sgalla, responsabile delle relazioni esterne per la Polizia, avvertì le televisioni di affluire alla Diaz dove sarebbero stati fatti arresti di grande rilievo. Le televisioni arrivarono giusto in tempo per riprendere le immagini di decine di ragazzi e di ragazze con la testa spaccata. Per quello che riguarda Bolzaneto c’è da rilevare che solo dei personaggi squilibrati potevano affidare un delicato centro di smistamento di feriti e di arrestati ai GOM, il corpo specializzato nella repressione delle rivolte carcerarie. Ciò detto, però, il dottor Sabella che guidava Bolzaneto non ci ha convinto. La sua versione è: non c’ero o se c’ero dormivo. Ora, chi ha la responsabilità di un delicato centro di raccolta e di smistamento di arrestati e di feriti deve essere presente 24 ore su 24 nelle zone delicate, altrimenti vuol dire che è venuto meno alle sue responsabilità.

Due conclusioni. Anche per una questione di intelligenza politica e di credibilità internazionale, la linea del governo Berlusconi era per la mediazione e per il dialogo, certamente non per la repressione e per la macelleria messicana. Al netto, però, di tutte le successive vicende giudiziarie, ma per una valutazione politica di merito su quello che era accaduto, subito dopo il G8 Berlusconi avrebbe dovuto sollevare dai loro incarichi il capo della Polizia De Gennaro e il comandante dell’Arma dei Carabinieri Siracusa: avrebbe dovuto farlo anche se essi, specie il primo, erano protetti da forze importanti e molto potenti della sinistra. Questa ricostruzione riguarda solo lo svolgimento dei fatti, in altra occasione faremo una riflessione sui massimi sistemi.

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