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A Tokyo 2020 anche il Team Rifugiati, 29 atleti da 11 Nazioni in difficoltà

Three members of the Olympic refugee team, Ahmad Alikaj (L), Abdullah Sediqi (C) and coach Alireza Nassrazadany (R) arrive at the Narita international airport in Narita, Chiba prefecture on July 14, 2021. (Photo by Kazuhiro NOGI / AFP) (Photo by KAZUHIRO NOGI/AFP via Getty Images)

Dopo l’esordio a Rio de Janeiro, le Olimpiadi hanno ampliato il progetto di sostegno a chi è scappato dalle guerre e dalle violenze: ai Giochi che si aprono a Tokyo il Team Rifugiati conterà 29 atleti da 11 nazioni, in dodici discipline, e sfilerà dietro la Grecia, tradizionale apripista delle 206 nazioni partecipanti.

“A tutti i rifugiati dico di guardare alle nostre vite, e di non smettere mai di credere nel futuro” è il messaggio di Dorian Keletela, ventiduenne velocista fuggito dal Congo e arrivato fino a Tokyo 2020 grazie al programma del Cio.  

I Rifugiati, apolidi per definizione e atleti olimpici per scelta, hanno raccontato percorsi e fatiche su un profilo Instagram dedicato, sfruttando l’eco dei social che il Cio spera possa diffondere il messaggio anche negli angoli del mondo più distanti. La speranza è che le loro storie non siano solo parole. “Tutto è cambiato quando sono andato nello Zambia e ho visitato un campo rifugiati: un conto è vedere le cose in tv, un altro con i propri occhi”, racconta Niccolò Campriani.
L’olimpionico della carabina quel giorno provò “una sensazione di impotenza” mai vissuta e decise di avviare allo sport, come via di salvezza, anime senza speranza. Così il Cio lo ha incluso nel suo progetto e lui ha allenato Luna Solomon, eritrea che vive a Ginevra e gareggerà a Tokyo. Tanti altri ex campioni hanno fatto lo stesso, e a capo del team ora c’è Tegla Lorupe, keniota già primatista mondiale della maratona donne.

Lunghissimo il cammino di questi atleti arrivati dal Sud Sudan, dalla Siria, dall’Eritrea, ma anche da Iran e Afghanistan. La storia di Masomah Ali Zada le riassume tutte. “Ho imparato ad andare in bicicletta a 8 anni, lo voleva mio padre quando eravamo in Iran – racconta la 25enne ciclista afgana, di minoranza hazare ed emigrata in Francia – ma quando sono tornata a Kabul, era tutto diverso: le ragazze non potevano uscire di casa, ci rompevano le bici. Da noi senti sempre ripetere che le donne non sono capaci, che non ce la fanno. Ma la mia presenza ai Giochi è la miglior risposta a chi dice che noi ragazze non possiamo fare quel che vogliamo”.

Libertà è quel che cercava Kimia Alizadeh Zenozi, bronzo del taekwondo per l’Iran. “Da quando avevo 10 anni, mi alleno nei ‘campi’ sportivi iraniani – spiega la 23enne di Teheran: ma da noi non è come negli altri paesi, farne parte vuol dire esser ‘reclusi’ lì per tutto l’anno. Tutto è cambiato quando mi sono sposata. Io voglio essere una donna libera. E allora con mio marito abbiamo deciso di andare in Germania: ero convinta che avrei dovuto scegliere tra quella libertà e il taewkondo: invece, sono di nuovo qui. E voglio tornare sul podio”.

Arriva dal Darfur Jamal Abdelmaij Mohammed e si ispira al mezzofondista americano Lopez Lamong, nato in Sud Sudan e portabandiera Usa a Pechino 2008. “Lui è un modello per me: ma vorrei che tutte le nostre vite fossero di ispirazione per tutti i rifugiati del mondo: perchè capiscano che anche attraverso tutte le loro sofferenze, non devono mai abbattersi”. In tanti sono passati per i campi rifugiati africani, come Kakuma, una vera e propria città di 60 mila senza patria in territorio keniano. “Io ci sono passato a 12 anni – racconta Tachlowini Gabriyesos, mezzofondista eritreo – Poi ho attraversato il deserto fino a Israele. Ricordo ancora il trucco che mi svelò mio padre: quando vai a dormire, metti le scarpe in direzione della tua marcia, così al mattino ti svegli e non ti perdi”. Da otto anni, Gabriyesos non rivede la sua famiglia.

“L’obiettivo di tutti questi uomini e queste donne – conclude Campriani – non è vendicarsi della vita. Piuttosto, con lo sport affrontano i loro problemi irrisolti e trovano una nuova vita”. Come Mahdi Yovari, l’altro atleta afgano rifugiato in Svizzera che Campriani ha preparato ai Giochi: era senza cittadinanza, oltre al pass olimpico l’ex azzurro l’ha aiutato anche a rintracciare un parente a Kabul per avere un passaporto. Gareggerà per il suo Paese. “Quando lo ha saputo – chiude l’ex azzurro – mi ha chiesto in lacrime se davvero la madre rimasta in Iran l’avrebbe visto in tv alla cerimonia. E’ stato difficile anche per me non piangere”. Anche perché la risposta era scontata: tranquillo Mahdi, vi vedrà tutto il mondo.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia