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Venti anni fa il G8 di Genova: la critica alla globalizzazione, i pestaggi, gli errori di Rifondazione

DiRed Viper News Manager

Lug 21, 2021

A Genova si è prodotto il punto più alto di un movimento che da Seattle ha invaso il mondo e che, passando per tutte le capitali occidentali e orientali, aveva messo in discussione in modo radicale il pensiero unico che si era formato sulla globalizzazione. All’epoca, le classi dirigenti consideravano la globalizzazione come una cornucopia che avrebbe distribuito ricchezze e progresso tecnico-scientifico a cascata e si apprestavano su questo a realizzare la loro egemonia politica e culturale. Contro questo pensiero unico, e il processo che lo animava, è nata una contestazione, soprattutto la contestazione di una generazione che associava soggetti critici assai diversi tra loro.

Era una novità straordinaria che segnò uno spartiacque. La globalizzazione prendeva, attraverso la critica di fatto, la sua forma reale, sociale, ecologica, di potere dominante, a partire dalla definizione che le veniva finalmente attribuita: capitalistica. Genova è stata, sull’altro versante, un passaggio d’epoca. Finisce il Novecento, il secolo del Movimento operaio e comincia un’altra storia, un post, non meglio definito. Il movimento recupera, pur nella radicale discontinuità, un elemento decisivo di quella storia: l’idea della rivoluzione. Non è più la conquista del Palazzo d’Inverno, è invece l’idea di un processo senza la guida del partito e senza un centro motore, però un processo conflittuale che propone la trasformazione radicale della società: “Un altro mondo è possibile”, scandisce il movimento. Prende corpo una moltitudine innervata su soggetti forti, su luoghi di ricerca condivisi e su una diffusa pratica di democrazia diretta e partecipata.

Genova è uno snodo cruciale, decisivo, in questo percorso. Lo decidono i potenti del mondo. A Genova viene messo in scena l’orrore, viene messa in atto una repressione sistemica e senza limiti, i suoi atti furono terribili: l’uccisione di Carlo Giuliani, la tortura alla Diaz e a Bolzaneto, le violenze continue e i pestaggi contro i manifestanti. Le forze dell’ordine furono chiamate alla guerra contro una mobilitazione pacifica e di massa, la direzione di quelle forze dell’ordine porta una colpa storica nei confronti della repubblica. Da Napoli a Genova era riaffiorata qualcosa di molto simile a ciò che denunciava la teoria del doppio Stato. Per supporlo, basta rifarsi al campionario delle frasi usate dai torturatori della Diaz nei confronti dei torturati, soprattutto delle donne, come di un anziano disabile. Quegli insulti hanno messo in luce la fascistizzazione di parti importanti delle forze dell’ordine praticata in funzione della repressione. Non solo, hanno mostrato anche che non si è mai realizzata una vera e compiuta bonifica democratica tra quegli uomini.

L’idea di fondo che guidava i manganelli era che quando si è chiamati alla repressione bisogna rispondere “presente!” a un ordine che non è quello repubblicano e costituzionale, ma solo quello costituito, quando non peggio ancora. Si può aggiungere che questa stessa linea nera dentro le forze dell’ordine italiane rischia di non finire mai, come si vede quando si considera che da Genova può arrivare fino ai pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dei nostri giorni. Continuo a credere che quella repressione sistemica venne ordita a livello internazionale con le forze dell’ordine italiane che ne furono il braccio armato e non improvvisato. Non penso a un complotto, bensì proprio a una strategia preordinata. Si pensò che quel movimento era troppo minaccioso per l’ordine costituito, per il destino della stessa globalizzazione capitalistica e per i suoi poteri. Quell’ascesa del movimento dei movimenti sarebbe potuta diventare incontrollabile, si decise allora che essa doveva essere schiantata e lo si mise in pratica cinicamente contro qualsiasi idea di stato democratico e di paese civile.

I suoi produttori sbagliarono però su un punto, avevano pensato di spingere il movimento in una spirale distruttiva, repressione violenta, replica con una risposta violenta, nuova repressione, questa volta demolitrice. Invece, il movimento reagì in modo sorprendente, per quanto aveva incorporato, nel suo percorso e nei nuovi soggetti che ne erano protagonisti, una pratica pacifista e non violenta. Ancora oggi, la cosa risulta sorprendente. Quante volte ho pensato che se le forze dell’ordine avessero reagito così nei confronti del movimento nato nel ’68-’69, negli anni Settanta, nella mia generazione, questo avrebbe innescato le tracce di una guerra civile e Genova sarebbe stata una strage.

Ma il colpo risulta pesante e pesante sono le sue conseguenze politiche sulle stesse soggettività dei movimenti. Dopo la tragedia, il movimento regge ancora, però cambia la sua prospettiva. L’urto ha lasciato il segno. Ci sarà ancora la grande manifestazione di Firenze e da una sua costola nascerà quell’enorme movimento pacifista che nel 2003 porterà 110milioni di persone nello stesso giorno nelle piazze del mondo contro la guerra. Ci saranno ancora lotte sociali importanti, anche da noi in Italia, ma è la scena che cambia nel profondo, anche per come cambiano i suoi protagonisti principali. Entrambi i contendenti perdono qualcosa di importante. Il movimento non ce la fa, non riesce a mettere in discussione il paradigma della globalizzazione capitalistica né quello della guerra, ma questa e quella non vincono, mentre già si intravedono i segni della crisi della modernizzazione capitalistica, la tesi della guerra preventiva messa in atto dagli Usa si rivela tragica e fallace. Si affacciano le due perdite.

Al movimento viene rubata l’innocenza dei giovanissimi che l’avevano caratterizzato e il movimento intero perde la potenza di una forza in ascesa in ogni parte del mondo e capace di riconoscersi unitario nelle proprie diversità. Il movimento perde la potenza. La globalizzazione capitalistica perde invece il futuro annunciato delle sue magnifiche sorti progressive e entra nel nuovo tempo che lo caratterizzerà fino ad ora, quello dell’instabilità e delle crisi. Quell’esito ci porterà al mondo della terza guerra mondiale a pezzi, delle ripetute crisi economiche e sociali, del venire al pettine della crisi ecologica. Viene di fronte a noi il capitalismo della crisi. L’incertezza prende il posto della presunzione di un futuro ininterrotto di crescita, i potenti del mondo conservano il potere, ma perdono l’egemonia. Ma i grandi sconfitti sono stati le istituzioni democratiche e la politica. Il movimento altromondista ha provato a cercare, dopo il rovesciamento del conflitto di classe della fine del secolo, un nuovo e fecondo rapporto tra il conflitto, la democrazia rappresentativa e la politica, per poter attraversare, con questo nuovo rapporto, proprio il cambiamento.

Ma qui, si è registrata la défaillance. Le istituzioni stavano già subendo una duplice delegittimazione. Per un verso, Genova ne aveva rivelato tutta la distanza e l’avversità nei confronti del popolo; per un altro, dal basso stava nascendo una nuova e diversa contestazione delle istituzioni della politica. Ma l’occasione è mancata soprattutto dalle sinistre che subiscono due, seppur molto diverse tra loro, sconfitte. Una è stata quella bruciante della sinistra riformista, che proprio lì si è definitivamente persa. Essa si è separata, in quel frangente, del tutto dai movimenti e con ciò dalle ragioni della sua stessa nascita, così è finita sussunta dalle classi dirigenti della globalizzazione. È diventata, con il completamento di una vera e propria mutazione genetica, una pura forza governativista, tanto da vantare una migliore attitudine a governare la globalizzazione capitalistica persino rispetto alle destre. Ma anche la sinistra radicale, che pure aveva provato a innovarsi nel profondo, immergendosi nel movimento, non osò farlo fino in fondo.

Per onestà intellettuale, non posso tacere della nostra Rifondazione comunista. Rifondazione comunista fu l’unico partito che sottoscrisse il Manifesto di Porto Alegre, tentò di stare nel movimento, non facendo mai prevalere una logica di partito. Eppure, a vent’anni di distanza, sento di portare una responsabilità. Anche noi perdemmo perché non osammo ciò che sembrava allora impossibile, cioè aderire a una nuova idea secondo cui “il movimento è tutto”. Avremmo potuto tentare di sciogliere il partito nel movimento, per provare a far nascere dal suo interno una nuova soggettività critica anticapitalistica, ma post-novecentesca, invece perdemmo l’occasione e tutto il resto. Forse, se insieme a Rifondazione comunista i soggetti politici e sociali organizzati che costituivano il telaio del movimento avessero insieme compiuto quella scelta, l’insorgente conflitto tra il basso e l’alto della società avrebbe potuto avere un corso diverso e la stessa storia di ciò che sono diventati i populismi in Europa sarebbe potuta essere del tutto diversa.

Eppure, di quella storia non tutto è andato perduto. Oggi, la rivolta è accogliere la sfida del potere e lo sono anche le cento, mille esperienze sociali, ambientali, di solidarietà, di nuova e diversa economia, di conquista della qualità della vita, così come le nuove forme di lotta sul lavoro. Manca la potenza in campo, ma non sono del tutto scomparsi gli eredi di quella potenza critica. Anche se è sempre improprio parlare di eredi, si possono vedere le tracce nel movimento Black lives matter e in un certo senso anche in quello me-too, perché entrambi i movimenti, come altri che vivono nella nostra stagione, portano dentro essenzialmente una mozione critica dell’ordine esistente. Nel 2001, il G8 era il simbolo del potere costituito, della globalizzazione, e veniva contestato in radice. Oggi, quella critica non vive in potenza, ma vive in forme inedite nella pluralità delle esperienze critiche che cercano le loro strade. Vivono e ci parlano perché hanno capito anche vent’anni dopo quel grande conflitto, in un mondo del tutto cambiato, che senza la forza del contro e del fuori non c’è che l’adagiamento in un sistema che resta un pessimo sistema.

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