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Orban rilancia sulla legge anti-Lgbtq: referendum anti-Ue per non parlare di Pegasus

Viktor Orban, the Prime Minister of Hungary, is photographed during the Visegrad Group Heads of State meeting in Katowice, Poland on June 30, 2021. The meeting concluded V4 Polands presidency and passed it to Hungary. (Photo by Beata Zawrzel/NurPhoto via Getty Images)

Cinque anni fa, quando lanciò il referendum anti-immigrati per dare una risposta definitiva alle insistenze di Bruxelles affinché pure l’Ungheria accogliesse una quota dei nuovi arrivati ai confini esterni dell’Ue, Viktor Orban non vinse la scommessa del tutto. Nel senso che i no all’accoglienza furono il 98 per cento, ma il referendum non raggiunse il quorum: votò solo il 43 per cento degli aventi diritto. A maggior ragione, può essere che oggi il nuovo referendum annunciato dal premier ungherese per difendere la sua legge anti-Lgbtq dagli attacchi di Bruxelles sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica dalla nuova tegola che gli si è abbattuta addosso qualche giorno fa: il caso Pegasus.

Secondo un’inchiesta condotta da 80 giornalisti di 17 media a livello globale per ‘Forbidden Stories’, organizzazione giornalistica no-profit con sede a Parigi, e da Amnesty international, Orban avrebbe usato lo spyware Pegasus, prodotto dalla israeliana Nso, per spiare dissidenti e giornalisti ungheresi. L’inchiesta fa molto rumore anche perché tra coloro che sarebbero stati intercettati con questo sistema ci sono anche autorità di governo a livello mondiale: nella rete anche Emmanuel Macron.

Finora Orban non ha commentato, non una sola parola sull’ultimo caso di violazione di diritti e privacy che lo vede coinvolto. Oggi riprende fiato deviando l’attenzione. “Bruxelles ci ha attaccato sulla legge di protezione dei bambini – dice in un video sui social – chiede emendamenti. Non approvano il fatto che noi vogliamo vietare ciò che è sdoganato nell’Europa occidentale” dove “gli Lgbtq visitano le scuole e insegnano educazione sessuale. Lo vogliono fare anche in Ungheria e questo è il motivo per cui i burocrati di Bruxelles ci minacciano e hanno avviato una procedura di infrazione abusando del loro potere. Non possiamo permetterlo. Solo la volontà popolare può proteggere l’Ungheria”.

Il ricorso al referendum avviene in barba ai Trattati che anche Budapest dovrebbe rispettare, in quanto membro dell’Unione nonché praticamente dipendente dai fondi europei. Come quelli nuovi del Next Generation Eu, che però ora la Commissione Europea, su spinta dell’Europarlamento e guardando al voto dell’anno prossimo in Ungheria, sta usando come strumento per ottenere il rispetto dello stato di diritto, norme anti-corruzione, garanzie che le risorse europee non siano usate illegalmente. È il motivo per cui il piano di ripresa e resilienza ungherese è bloccato per approfondimenti, come quello della Polonia, altro paese nel mirino di Bruxelles per le stesse questioni (nel caso di Varsavia, la contestazione è sulla mancanza di indipendenza della magistratura).

Una scelta “faziosa e politicamente motivata dai palesi doppi standard”, attacca il portavoce del governo ungherese Zoltan Kovacs, che accusa Bruxelles di voler “ritirare alcuni meritati finanziamenti all’Ungheria e al suo popolo”. Ragionamento sul quale si ritrova tutto il gruppo dei Conservatori Europei, guidati da Giorgia Meloni. “La Commissione – scrivono in una nota – sta tirando fuori strumenti di tortura con cui intimidire quei governi nazionali che proteggono stili di vita che contraddicono la presunta maggioranza europea. E chiude un occhio invece su quei Paesi che non mettono in dubbio la sua onnipotenza così apertamente, ma solo di nascosto”.

Il nuovo referendum di Orban rientra in questo clima da resa dei conti tra Bruxelles e Budapest. I quesiti sarebbero cinque. In sostanza si chiederà alla popolazione ungherese se sia d’accordo sul fornire un’educazione sull’orientamento sessuale ai minori senza il consenso dei genitori, se condivida l’opportunità di fornire percorsi di transizione sull’identità sessuale per minori, se sia d’accordo sul fatto che contenuti mediatici Lgbtq possano essere mostrati ai minorenni.

Ma è anche campagna elettorale in Ungheria. Non a caso, il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, che dovrebbe essere l’avversario di Orban alle elezioni dell’anno prossimo, ha indetto una consultazione su alcune delle iniziative chiave dell’esecutivo. Tra queste, la discussa costruzione di un campus dell’università cinese di Fudan nella capitale. Un progetto contro cui sono già piovute proteste, nel timore che possa accrescere l’influenza del Dragone in Ungheria.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia