• Gio. Set 23rd, 2021

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“L’Italia non è un paese razzista”. Il negazionismo che impedisce un vero dibattito sul razzismo sistemico

di Laetitia Leunkeu

Gli europei di calcio sono stati, tra le altre cose, una fiera di simboli. Tra questi si è diffusa un’immagine che parla più delle parole che si vorrebbero forzare sulla pelle del suo soggetto: un bambino, nero, immortalato mentre in un momento di gioia sbandiera il tricolore per festeggiare insieme agli altri la vittoria sudata contro gli inglesi. Il suo corpo in breve diventa simbolo politico. Sui profili su cui gira la sua immagine si parla di prova di integrazione, di inclusione, di appartenenza. “Questa è l’Italia!” gridano.

Paradossale l’uso strumentale di un bambino, che nel quadro in cui è ritratto e per come viene raccontata l’immagine appare come una anomalia, una irregolarità di un ordine costituito, un vessillo per rivendicare una famigerata normalità. Paradossale quanto esplicativo di una realtà piuttosto deludente.

Sì l’Italia è questa. È quella tendenza all’”io non vedo i colori”, detto sbrigativamente per liquidare qualsiasi discorso cerchi di sviscerare i meccanismi attraverso cui il razzismo si manifesta, per evitare di veder messi in discussione i propri a priori. È quel paese in cui, sia a destra che a sinistra, i corpi neri e migranti diventano mezzi, strumenti utili talvolta a sanare questa e quella crisi economica (le famose “risorse”), talvolta per guadagnare consensi elettorali su promesse vuote, per poi decidere di rifinanziare chi partecipa in primo luogo alle loro sofferenze.

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Quella foto è esemplificativa di come il dibattito pubblico attorno al razzismo in Italia abbia ancora forme elementari in cui, spesso, la lotta contro le discriminazioni si riduce a una constatazione passiva delle realtà più clamorose. Una performance sociale attorno alla quale gravita un alone di deresponsabilizzazione costante.

Qualsiasi tentativo di analisi che cerchi di andare alla radice del problema, che affianchi al piano istituzionale (come ad esempio la legge Bossi-Fini e le sue problematiche) anche una critica delle dinamiche individuali, una denuncia delle micro-aggressioni quotidiane e delle insidie del linguaggio politico-mediatico attorno all’immigrazione, viene visto come un’estremizzazione “inutile” del dibattito, specialmente se fatto dalle minoranze etniche stesse.

“L’Italia non è un paese razzista”

“Siamo il paese meno razzista d’Europa”

“Gli italiani non sono razzisti, sono solo stanchi”

A ripetercelo nelle tv, sui giornali, sui social, alle conferenze, sono italiani bianchi di sangue ai quali cittadinanza, uguaglianza, costruzione identitaria e appartenenza sono date per scontate, coloro per cui le battaglie (degli altri) rimangono teoriche, questioni filosofiche su cui dibattere ponendo la propria voce e le proprie prospettive al centro della discussione.

Lo storico e ricercatore Angelo del Boca, massimo studioso del colonialismo italiano, analizzò il processo di mitizzazione dell’italiano, che per secoli ha usato il sotterfugio della clemenza, il mito dell’italiano buono, per ripulirsi la coscienza dalle atrocità che ha compiuto e che continua a compiere, scriveva nel suo saggio Italiani brava gente?:

“Il mito degli «italiani brava gente», che ha coperto tante infamie, […] appare in realtà, all’esame dei fatti, un artificio fragile, ipocrita. Non ha alcun diritto di cittadinanza, alcun fondamento storico”

Anziché essere turbati per l’universo disumano che avevano creato, ne erano palesemente fieri. Ciò emerge chiaramente dai documenti ufficiali come dalla corrispondenza privata. Questa fierezza era associata alla convinzione che soltanto gli italiani, per il loro carattere aperto, bonario, tollerante, erano in grado di portare gli indigeni a un grado superiore di civiltà. Riaffiorava dunque anche in Africa, e si imponeva subito con vigore, il mito dell’italiano «buono», «bene accetto», «non razzista», «accomodante»”

Il negazionismo odierno, quindi, dipenderebbe da un mancato processo di decolonizzazione, di analisi e decostruzione dei retaggi storici di quelle pagine di storia che ancora si fatica a riconoscere.

Possiamo vederlo all’opera nelle frasi di chi, da tipico salvatore bianco, invita gli “stranieri” a essere grati all’Italia per la sua accoglienza e a non lamentarsi della propria condizione; di chi afferma che in Italia il razzismo ,“quello vero”, non esiste perché “ci sono solo alcuni ignoranti”; di chi, infine, pur riconoscendo in alcune persone atteggiamenti discriminatori, rifiuta di mettere in discussione i propri preconcetti e analizzare i modi in cui egli stesso potrebbe contribuire a quel sistema al quale vorrebbe essere contrapposto.

Ne risulta una miopia selettiva caratteristica non solo nelle destre, che si nascondono dietro ai nazionalismi per fare le loro uscite palesemente xenofobe, ma anche del benaltrismo di chi da “sinistra” vorrebbe farsi portavoce dei diritti degli ultimi.

Analizzare le diverse modalità in cui i fenomeni sociali si manifestano nel contesto specifico del proprio paese, evitando l’assimilazione acritica delle battaglie altrui, è quanto di più corretto per trovare soluzioni coerenti e dunque efficaci. Vivere nella negazione, estraniandosi da una realtà evidente, non aggiunge nulla alla discussione, ma dà ancora più spazio alla discriminazione, che viene allora percepita come normalità, rendendo chi preferisce la cecità esso stesso parte integrante del problema.

Il razzismo in Italia dilaga da anni: traspare nel modo in cui si percepisce, rappresenta e racconta l’altro, sia egli effettivamente straniero nella terra in cui abita o italianissimo.

Le storie di Jerry Boakye, 34 anni morto l’anno scorso dopo aver passato gli ultimi tre anni della sua vita paralizzato in seguito ad un’aggressione razzista su un autobus, quella di Musa Balde  suicida nel Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) di Torino, di Edith picchiata da 6 donne e poi discreditata dall’infermiera che l’ha soccorsa o ancora Soumaila Sacko ucciso dai caporali per aver denunciato le condizioni di schiavitù in cui vertevano lui, i suoi compagni e molti altri come loro in Italia, sfruttati nella loro situazione di precarietà per portarci i pomodori a basso costo in tavola, sono solo la parte più evidente di un sistema ben radicato.

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Il razzismo si manifesta quotidianamente, quando la gente non si fa problemi a perpetrare ignoranza e xenofobia davanti a te perché non si stanno riferendo a te, perché tu sei diversa, tu “non sembri africana”, perché non incarni lo stereotipo di persona africana che hanno dipinto nella mente. Quando entri in un ufficio e la prima cosa che ti chiedono è “parli italiano?”, anche qualora tu in Italia ci fossi nato, perché il nero — sempre rappresentativo di una pluralità — è ovviamente solo l’immigrato, non “integrato”, che non può avere una conoscenza adeguata della lingua. Quando una ragazza con il velo viene additata di essere terrorista per strada, tra le risate di chi ascolta.

Il razzismo è istituzionalizzato quando i bandi per posti di lavoro nel settore pubblico sono quasi tutti riservati ai soli titolari della cittadinanza italiana e, per legge, nessun cittadino non italiano può esercitare mansioni che necessitino di qualifica dirigenziale, quei lavori che “implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri”.

Il razzismo è culturale quando modi di dire come “lavorare come un ne*ro” fanno parte del nostro linguaggio quotidiano.

In quelle televisioni, dove sfilano con fierezza politici e opinionisti a dirci che in Italia non vi è un grosso problema di iniquità sociale legato all’etnia dei suoi cittadini (o meglio residenti perché il titolo di “cittadino” è un lusso ancora per pochi), quanti giornalisti non bianchi conoscete? Conduttori? Meteorologi? Comici?

Il velo di Maya che ognuno si crea per deresponsabilizzarsi non cancella la realtà a cui devono far fronte gli immigrati e i loro figli, perfettamente allineata alla loro perenne condizione di “diversi”, alieni in una narrazione sempre in terza persona. Chi emigra resta per tutta la vita sotto processo. E in questo processo, spesso ad andare a giudizio sono le colpe dei padri e delle madri trasferite su figli innocenti. Il peccato originario è eterno. È il colore della tua pelle, i tuoi capelli, i tuoi tratti che ti tradiscono.

Ciò che si perde a volte anche nell’attivismo antirazzista in Italia è la critica strutturale del razzismo, che non riguarda solo i leader populisti e le loro esternazioni esplicitamente discriminatorie.

Viviamo in un paradosso in cui risulta più scomodo parlare di razzismo che essere razzisti. La metà delle volte in cui parlo della mia esperienza in quanto donna nera in un contesto sociale in cui l’etnia ha ancora valore predominante nei rapporti interpersonali e non, mi sento rispondere “non tutti gli italiani” e per l’altra metà “ma questo succede a tutti, non solo ai neri/immigrati”.

La difficoltà di molti nel capire che ci siano esperienze statisticamente più comuni tra un gruppo di persone, perché questi soggetti hanno delle caratteristiche che spingono gli altri a quei comportamenti nei loro confronti, rappresenta la nostra difficoltà nell’arginare i problemi che ne derivano.

Ciò che emerge da questa tendenza a difendere, contestare, minimizzare o ignorare le esperienze dei diretti interessati è una sorta di fragilità razziale (ovvero la tendenza a sentirsi minacciati ogni volta in cui vengono messi in discussione i propri preconcetti su razza e razzismo) estremamente dannosa, a partire dal fatto che ogni critica al sistema viene percepita come attacco personale.

Cercare di mettere in discussione gli atteggiamenti razzisti considerati rilevanti — sempre da altri e mai dai diretti interessati — nella retorica politica mainstream è lecito, ma far sentire a disagio il tuo interlocutore, implicando una sua responsabilità nel sistema dominante in cui si inserisce e di cui assimila il punto di vista, è inammissibile.

La lotta per i tuoi diritti va bene fintanto che è cauta, poco fastidiosa e magari anche silenziosa.

Questa tendenza a vedere le rivendicazioni odierne come inutili o troppo estreme parte dalla convinzione piuttosto diffusa che oramai le lotte “vere e proprie”, quelle d’altri tempi, siano ormai superate e che ciò che permane siano solo degli echi di una realtà non più attuale e quasi superata, che non necessitano della stessa ferocia e degli stessi mezzi.

Ogni secolo ha i suoi moderati, i suoi “veri combattenti”, quelli che sanno meglio di te come portare avanti le tue battaglie, poiché imparziali e razionali.

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Ogni secolo ha, quindi, il suo “moderato bianco” colui che “ha a cuore l’ordine più della giustizia; che preferisce la pace negativa, ossia l’assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza della giustizia; che dice sempre: «Sono d’accordo con voi per quanto riguarda gli obiettivi che vi prefiggete, ma non sono d’accordo con i vostri metodi di azione diretta»; che crede, nel suo paternalismo, di poter essere lui a determinare le scadenze della libertà di un altro; che vive secondo un concetto mitico del tempo e continua a consigliare ai neri di attendere un momento più propizio”.

Il moderato bianco qui descritto da Martin Luther King nella lettera aperta scritta durante i suoi giorni di prigionia a Birmingham nel 1963, è colui che oggi parla di polarizzazione politica come causa di fratture nella società, delle lotte delle minoranze come temi divisivi, chi dice “giusto battersi per questo, ma forse ci sono temi più importanti di cui occuparsi ora” oppure chi, di fronte alle accuse di razzismo nei confronti di un soggetto (pubblico), invita alla cautela, ad analizzare le intenzioni del soggetto in questione piuttosto che il gesto stesso e le sue conseguenze. 

Quando si tratta di razzismo o di qualsiasi altra forma di oppressione, la tendenza a voler giustificare le sue manifestazioni con argomenti inerenti alla moralità è piuttosto comune.

«Non era fatto con cattiveria!»

«Non è per niente razzista, non voleva offendere!”

Invocare un’intenzione mal compresa è in realtà un processo comune che scredita la rabbia di chi viene costantemente sottoposto alle conseguenze di queste azioni. 

Perché, quando parliamo di razzismo e dei suoi ​​soggetti correlati, diamo tanta importanza all’intento che si nasconderebbe dietro all’atto razzista? Perché l’accusa di razzismo è quasi sistematicamente percepita come un difetto inconfessabile.

Dire a qualcuno che sta mettendo in atto comportamenti razzisti o pregiudizievoli e sottintendere una qualche sua responsabilità diretta in queste dinamiche, si configura come una dichiarazione di guerra, un requisito sufficiente perché chi subisce passi dalla parte del torto.

Tuttavia, il razzismo è raramente circoscritto entro i limiti rappresentati da individui fondamentalmente malvagi (e infatti, poche sono le persone che ancora credono alle teorie gerarchiche della razza del XXI secolo). 

“L’intenzione” ha poca importanza in questo contesto: quello che interessa è chiedersi cosa rende le nostre società così permissive riguardo al razzismo, è capire perché nonostante quasi tutti si dicono pronti a condannarlo, questo continui ad affermarsi attraverso politiche razziste, e a condizionare i nostri rapporti sociali.

Focalizzarsi sull’intenzione cancella le interconnessioni sistemiche all’interno dei processi individuali e collettivi che determinano il razzismo. Così facendo non ci interroghiamo sulle condizioni di produzione ed esistenza del razzismo. Allo stesso modo dichiararsi “non razzista” serve a poco. Non è altro che una dichiarazione di neutralità che maschera la deresponsabilizzazione verso queste questioni e, soprattutto, permette di liquidare tutti gli interrogativi riguardo ai rapporti di forza in gioco.

Immagine in anteprima via Djarah Kan

Articolo proveniente da Valigia Blu