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L’accusa di Amara: “I Pm fecero sparire il video del fratello di Pignatone”

DiRed Viper News Manager

Lug 21, 2021

Esiste un altro video, anche questo mai depositato al processo Eni-Nigeria, in cui l’avvocato Piero Amara, sempre nell’ufficio romano dell’imprenditore torinese Enzo Bigotti, discute di strategie per condizionare le attività del colosso petrolifero di San Donato e dei suoi vertici. La “prima” videoregistrazione, di cui si ebbe notizia in maniera assolutamente casuale all’udienza del 23 luglio 2019 grazie al difensore di un imputato che l’aveva rinvenuta in un altro procedimento, riguardava l’incontro del 28 luglio 2014 tra lo stesso Amara, l’ex manager dell’Eni Vincenzo Armanna ed alcuni faccendieri.

Negli uffici di Bigotti, uno dei protagonisti del “Sistema Siracusa”, Armanna, fresco di licenziamento per falsi rimborsi spese, manifestava l’intenzione di vendicarsi nei confronti dei suoi ex capi. Ed infatti due giorni più tardi si presenterà in Procura a Milano per denunciare episodi corruttivi asseritamente commessi da Eni e dai suoi vertici, diventando il principale teste d’accusa nel processo imbastito dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. Nella sentenza milanese, presidente Marco Tremolada, depositata il mese scorso e che ha assolto i vertici dell’Eni portati alla sbarra da De Pasquale per il reato di corruzione internazionale, la circostanza del video “nascosto” era stata duramente stigmatizzata. «Risulta incomprensibile – scrivono i giudici – la scelta del pubblico ministero di non depositare il video con il rischio di eliminare dal processo un dato di estrema rilevanza».

La “nuova” videoregistrazione, invece, fatta il 18 dicembre 2014, sempre negli uffici di Bigotti, riguarda un incontro tra il manager, gli imprenditori Andrea Bacci e Giancarlo Cecchi, e il solito Amara. Nella conversazione si parla di Eni, del cittadino nigeriano chiamato KK, molte volte menzionato anche nell’incontro del 28 luglio, dell’amministratore delegato dell’azienda petrolifera Paolo Scaroni, poi imputato nel processo milanese, della gestione dei servizi in Eni-Congo e di una gara che vale venti milioni di euro e di una operazione, sempre riferita a Eni-Congo, che vale 250milioni di euro all’anno. Sennonché di questa videoregistrazione si sono perse le tracce. Per capire il motivo è necessario fare un passo indietro. Entrambe le registrazioni vennero acquisite durante una perquisizione effettuata dai carabinieri che nel 2015 stavano svolgendo accertamenti su Bigotti a proposito di un appalto per la linea ferroviaria Torino-Ceres. Titolare del fascicolo era il procuratore aggiunto del capoluogo piemontese Andrea Becconi.

Le registrazioni per competenza territoriale vennero poi trasmesse da Torino a Roma. La Procura di Roma, visionati i nastri, decise di inviare a sua volta a Milano per competenza solo quella del 28 luglio 2014, mentre quella del 18 dicembre 2014 la inserirà in un fascicolo “atti non costituenti notizia di reato” assegnato dall’allora procuratore Giuseppe Pignatone all’aggiunto Paolo Ielo. Quest’ultimo, poi, lo assegnerà al pm Mario Palazzi il quale, a fine 2020, lo archivierà “de plano”, senza passare dal gip, con la controfirma del neo procuratore della Capitale Michele Prestipino.

Nella lunga conversazione, trascritta dai carabinieri e che il Riformista ha potuto leggere, Amara e soci parlano anche del fratello di Pignatone, il tributarista Roberto e degli incarichi che costoro gli hanno conferito nel corso degli anni.
Una circostanza, quella degli incarichi, che verrà riportata nel celebre esposto che l’ex pm romano Stefano Rocco Fava depositerà nel 2019 al Csm e di cui si sono perse le tracce. Il video del 18 dicembre 2014, “oscurato” ai giudici milanesi, agli imputati ed ai loro difensori nella sua interezza, ha certamente impedito ogni possibile valutazione da parte dei soggetti interessati in un processo così importante come quello Eni-Nigeria.

C’è solo da sperare a questo punto che la Prima commissione del Csm, svegliandosi dal torpore ora che sta facendo le audizioni proprio su questa vicenda, e la Procura di Brescia che ha indagato De Pasquale, si interessino alle ragioni che hanno indotto la Procura di Roma a non trasmettere a Milano il video del 18 dicembre 2014 e ad archiviarlo in un fascicolo che non è passato al vaglio di alcun giudice.

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