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Intervista a Massimo Salvadori: “M5S progetto fallito, gli restano solo i parlamentari…”

DiRed Viper News Manager

Lug 21, 2021

PD-5Stelle: quell’alleanza non s’ha da fare. «Perché si è trattato di un progetto non soltanto fallimentare. Ma anche avventuroso, scriteriato». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici e studiosi della sinistra italiani: Massimo L.Salvadori, professore emerito all’Università di Torino. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni e saggi, ricordiamo i più recenti Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi (Donzelli, 2019); Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016 (Einaudi, 2018); Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà (Donzelli, 2016). Democrazie senza democrazia (Laterza, 2011).

«La costruzione del futuro del Pd risolto di fatto nella confluenza politica con il Movimento 5Stelle è stata la cifra della segreteria Zingaretti. Ed è una stagione politica chiusa da un fallimento. Dico chiusa proprio perché quel progetto politico è fallito. Riproporlo oggi sembra fuori tempo massimo. Concentriamoci tutti sulla ricostruzione del Pd di cui abbiamo un bisogno impellente». Così Matteo Orfini in una intervista a questo giornale. Lei come la vede?
Il giudizio di Orfini sul fallimento del progetto su cui aveva puntato Zingaretti di portare il Pd a confluire di fatto, se non addirittura formalmente, con i 5Stelle mi pare corrispondere esattamente alla realtà dei fatti. Si è trattato di un progetto non soltanto fallimentare, ma anche avventuroso, scriteriato, poiché significava voler legare le sorti del Pd ad un movimento nella morsa di una contraddizione sempre più vistosa: forte in sede parlamentare grazie alle ultime elezioni ma in caduta libera in termini di consenso nel paese, in preda ad una crisi interna profonda, segnato dai vistosi contrasti tra “moderati” e “intransigenti”, privo di un gruppo dirigente degno di questo nome, dotato di una cultura politica che è un vero e proprio guazzabuglio e quindi non può essere neppure considerata tale. La calamita che il movimento aveva e continua ad avere da offrire è il numero dei suoi parlamentari. Sennonché questa calamita resta venata da crepe insidiose, che è quanto meno da dubitare che il “salvatore” Giuseppe Conte possa rinsaldare.

Dopo insulti, scomuniche e scissioni evocate, tra Conte e Grillo è «tregua armata». Può reggere?
L’arte della previsione è un’arte infelice, che troppo spesso promette ciò che non è in grado di mantenere. In essa sta ora esercitandosi il funambolo Conte, che con slancio entusiastico promette ogni bene futuro ai suoi scomposti seguaci solo che accettino di coronarlo loro leader e facciano dello Statuto da lui proposto il testo sacro della nuova Lega di Pontida, mettendo a riposo lo stanco (?) Grillo. Conte e Grillo hanno siglato una tregua. Ma in quali termini? Con quali implicazioni? Precaria o durevole? Chi lo sa? Chi sa come i parlamentari e gli iscritti al Movimento reagiranno e si schiereranno? Con quale compattezza o mancanza di compattezza si esprimeranno in quella caricatura del populismo leaderistico che sono le loro votazioni “democratiche”? Presto avremo le verifiche. Conte, non appena si è sentito investito nelle vesti di capo, ha alzato orgogliosamente il tiro nei confronti del non amato governo Draghi. In tema di riforma della giustizia ha tuonato contro gli aspetti inaccettabili di essa; in tema di reddito di cittadinanza ha fatto altrettanto. Il suo linguaggio è stato quanto mai acceso: i 5Stelle non sono disposti a «svendere i propri valori». Questo il prezzo che si chiede a Draghi di pagare. Non mancheranno altri temi caldi. Intanto Letta ha già chiesto al governo di trattare sulla giustizia, accogliendo emendamenti migliorativi… L’interrogativo che si pone è quale atteggiamento vogliano assumere Grillo, Di Maio e l’ala più governativa del Movimento nei confronti della linea aggressiva di Conte e fino a che punto siano disposti a sostenerla.

In Parlamento si discute e si litiga sul ddl Zan. Professor Salvadori, è una vera battaglia politica e culturale o è l’avvisaglia di una “guerriglia” politica e istituzionale in vista dell’imminente avvio del semestre bianco?
Che in vista dell’inizio del semestre bianco possa aprirsi una guerriglia politica e istituzionale sembra probabile. Da partiti largamente decotti ci si può aspettare di tutto. Il loro tasso di responsabilità non è certo rassicurante, anche se ciascuno di essi ne possiede una quota variante più verso il basso e più verso l’alto. Il metro per misurare questo tasso è se la guerriglia possa spingersi al punto di far cadere il governo Draghi. Se a questo si arrivasse, ciò rappresenterebbe una catastrofe nazionale, che squalificherebbe l’Italia agli occhi dell’Europa e getterebbe nel caos le riforme di cui essa necessita in maniera imperativa. Quanto al ddl Zan, in merito io non mi sento per incompetenza di pronunciarmi. Non vado oltre all’osservare che le discussioni e i litigi che lo investono costituiscono l’ennesimo specchio delle divisioni che caratterizzano l’opinione sia dei politici sia del pubblico in materia di diritti civili e di libertà.

Dal dibattito, anche a sinistra, sembra essere del tutto, o quasi, scomparsa la “questione sociale”. Ma una sinistra in cerca di identità non dovrebbe partire proprio da lì?
Non credo possa dirsi che nel dibattito della sinistra la “questione sociale” sia del tutto scomparsa o quasi. La sinistra ne parla e cerca rimedi. Il problema sta altrove. Che essa, e in questo mi pare che condivida in buon sostanza la condizione dei 5Stelle, è in pressoché continua fase di assestamento, con le sue divisioni espresse dalle varie correnti e dagli ondeggiamenti e cambiamenti di leadership. Ciò è il segno di un grave malessere, che si protrae da tempo. Un partito come il Pd, che ormai affida la discussione e il confronto sui propri problemi interni non a congressi organizzati con serietà, ma alle esternazioni giornalistiche, non è in grado di dedicare alla questione sociale analisi approfondite sul piano culturale (dove sono in proposito i suoi documenti?), e troppo largamente si limita ad unirsi alle pur giuste lamentazioni umanitarie che si levano dai sottoccupati, dai precari, dai licenziati, dagli strati poveri. Ebbene non vi è da stupirsi che un tale partito rimanga di fatto tanto inerte di fronte alla questione sociale e in conseguenza non riesca ad allargare adeguatamente il proprio consenso. Matteo Orfini ha pienamente ragione nell’invocare la «ricostruzione del Pd, di cui abbiamo un bisogno impellente». Ma invocare significa limitarsi a manifestare un desiderio; e i desideri non sono i mattoni della politica, che ha bisogno dell’indicazione e del reperimento dei mezzi che possono far raggiungere lo scopo. È in questa materia che il silenzio si fa davvero pesante. L’attivismo personale di Letta merita plauso, ma, come già i suoi ultimi predecessori alla guida del partito, egli non mostra di possedere quella consistenza programmatica e capacità realizzatrice che è propria dei veri capi, e di cui è invece dotato Mario Draghi; che speriamo non sia l’ultima diga per questo nostro paese: la diga che gli scomposti partiti con cui egli si trova a operare e trattare sembrano impegnati a sforacchiare a proprio beneficio particolare per raccogliere quel tanto d’acqua che possono per mantenere in vita i loro orticelli.

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