• Ven. Set 17th, 2021

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Ma perché l’Italia non riesce a darsi un grande festival di teatro come hanno Francia, Germania, Austria, Spagna, perfino Olanda che pure non possono tutte vantare tradizioni teatrali alla nostra altezza? Le premesse ci sarebbero tutte: dal punto di vista climatico almeno in alcune zone del Paese si possono tenere spettacoli all’aperto da maggio a ottobre. La quantità di teatri greci o romani, castelli, ville sei settecentesche di cui è dotata l’Italia è competitiva con qualunque paese del mondo.

Se abbondiamo di contenitori non ci difettano certo i contenuti. La tragedia greca è nel nostro dna e in effetti solo su quel versante tramite Siracusa l’Italia tiene alta la sua bandiera. Ma abbiamo una moltitudine di testi del settecento napoletano, di Goldoni poco frequentati. Il novecento siciliano è uno scrigno di meraviglie di cui conosciamo abitualmente solo Pirandello.

Inoltre i nostri registi, sperimentali e non, sono contesi dai grandi festival europei.

E allora? Perché non si riesce più a creare un polo del teatro e della danza, un Luogo, preferibilmente non grande, che possa diventare per un mese la città del teatro in Italia?

Recentemente Franco Cordelli ha scritto che non aveva voglia di andare né a Spoleto né a Venezia, Napoli o Siracusa. È difficile non concordare. Eppure basterebbe copiare. Allargare lo sguardo ad Avignone o Edimburgo oppure rivolgerlo all’indietro al nostro passato, al festival di Spoleto di Valli, a quello di Venezia di Scaparro a quello di Taormina di Lavia.

La ricetta per un grande festival si insegna ai primi anni di DAMS: molti spettacoli concentrati in uno spazio non grande e in un ristretto periodo temporale. Questa formula determina aggregazione non solo turistica ma anche di teatranti, che si danno appuntamento durante i festival perché d’inverno non possono incontrarsi dato  che girano ognuno coi propri spettacoli.

Non si capisce perché in Italia si voglia fare sempre gli originali: dimenticare la vocazione teatrale di Spoleto, mandare in decadenza Taormina, collocare il festival di Venezia nel periodo in cui Mann ambientò “Morte a Venezia“.  E non si capisce perché l’ex Napoli teatro festival si debba trasformare in Campania teatro festival come se il Festival di Avignone diventasse festival della Provenza o quello di Edimburgo lo Scozia teatro festival.

È ovvio che questo non succederà mai perché Avignone può essere letteralmente trasfigurata dall’arrivo del festival ma così non potrà mai succedere in Provenza. Se ci si reca ad Avignone durante il festival si respira gioia di fare teatro in ogni angolo di strada, in ogni cortile, ovunque. Questo effetto è impossibile da spalmare su un’intera regione. In questo modo quello che con Rutelli doveva essere il Festival d’Avignone italiano è diventato una pregevole rivitalizzazione dei centri minori della Campania.

Nulla di male ma il ruolo di grande festival di prosa e danza italiano resta vacante. Non diamo altrettanti forfait in lirica. Il Rof di Pesaro è uno splendido esempio di come si possa e si debba copiare con successo. Gli inventori del festival rossiniano devono aver pensato che come prosperavano festival mozartiani e wagneriani era giusto che l’Italia si dotasse di un grande festival rossiniano nella città natale del compositore. Semplice ed efficace. Lo stesso ora sta succedendo per Verdi.

C’è un’altra formula vincente nei festival italiani di musica e in quelli teatrali europei di successo: sono festival di produzione. Una buona parte, se non tutti, degli spettacoli presentati vengono materialmente costruiti in loco. Questo ha innanzitutto un risultato sociale: i siracusani si intendono di tragedia greca in modo sostanzioso e diffuso. C’è poi una felice circolazione di idee e persone. Dopo le prove di ciascun spettacolo i teatranti si incontrano, cenano assieme,  si scambiano stimoli e proposte. Ha poi molta più attrattiva mediatica una rassegna di trenta spettacoli importanti prodotti in loco piuttosto che oltre un centinaio di non particolare rilevanza.

Le grandi produzioni sostengono anche un elemento tipico dei grandi festival,  quello della vetrina, perché le  piccole compagnie hanno occasione di essere conosciute solo se possono approfittare della capacità attrattiva delle grandi.

Naturalmente per promuovere un grande festival teatrale italiano ci vogliono fondi e spero che non si commetta l’errore di considerare strutturali i finanziamenti agli edifici e sovrastrutturali quelli destinati a chi potrà farli vivere. In altre parole: che ne facciamo di uno splendido anfiteatro perfettamente restaurato se dentro quel luogo non abbiamo i finanziamenti per fate spettacoli?

Forse, come successe con Rutelli, solo su impulso del governo centrale, e dell’Europa, si potrà fare un nuovo tentativo per vedere nascere finalmente una Avignone del mediterraneo.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia