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“Major Grom”, boom su Netflix del cinecomic dark sulla Russia d’oggi

Major Grom

“Lei ha picchiato il suo vicino!” dice il poliziotto ad un anziano nella centrale della polizia di Pietroburgo. E il vecchietto risponde: “In Russia non esiste legge sulla violenza domestica e lui, per me, è come un fratello”. Non solo nella sede del nucleo operativo delle divise, ma forse in ogni vita russa vale la battuta di uno dei personaggi del colossal più visto su Netflix nelle ultime settimane: “Senza senso dell’umorismo sarà dura”. Per sopravvivere serve riflettere: “Dumay. Dumay”. Pensa, pensa. Non fa altro che ripeterselo il protagonista del film, “Il maggiore Grom”, costato cinque milioni di dollari ed ispirato all’omonimo fumetto russo. 

Il poliziotto Igor, (o Igorek, come lo chiamano i suoi amici), combatte ininterrottamente: a volte criminali, a volte le altre divise assuefatte all’apatia o al compiacimento degli interessi del potere. Non tratta, ma rischia sempre. È indisponibile verso ogni tipo di compromesso. Alternata da flashforward sulla sua probabile morte imminente per azioni sconsiderate, c’è la ricerca di giustizia del solitario, fascinoso ed incorruttibile maggiore, che rimbalza da un’esplosione all’altra tra scorci ed orizzonti fatali della meravigliosa Pietroburgo. Al rigore che tiene in piedi Grom, sempre senza divisa, si oppongono le sue incongruenze e i suoi dubbi, pericolosi come le sue contraddizioni. Se li trascina dietro nella città costruita sulla palude dallo zar Pietro lungo strade dritte, che una dopo l’altra, vanno a fuoco mentre tenta di arrestare il “chumnoy doktor”, il medico della peste, il cui mantello nero e maschera bianca ricordano l’armatura invulnerabile di Guy Fawkes in V per Vendetta.

Ma lo sfondo non è quello distopico della futura società britannica. Il panorama in cui si agita Grom è reale: c’è la corruzione delle forze dell’ordine, uomini grigi dei Servizi segreti spediti a intimorire, ci sono gli insopportabili figli dei miliardari che la fanno franca in tribunale se ammazzano orfani, toghe corrotte, poveri, poverissimi e “plebe”. Non mancano perfino gli edifici storici divorati dalla cementificazione di quelli che per tutto il film vengono indicati come “i ricchi”, l’élite che infrange la legge senza mai essere punita. Contro di loro combatte il mascherato doktor che tenta di curare con sangue ed omicidi la “peste” che ha contagiato la città fin dentro le sue viscere. 

Tra giornalisti in cerca di scoop ed imprenditori in odore di mafia, c’è anche un genio digitale capace di manipolare algoritmi per criptare i dati dei cittadini. Nel personaggio di Sergey Razumovsky (un cognome che deriva dalla parola “razum”, mente, e una capigliatura rutilante), repentini, i giornali russi, hanno rintracciato l’ombra di Pavel Durov, l’imprenditore che ha creato Telegram quando il Cremlino ha preteso il controllo della sua prima creazione, Vkontakte. La V è anche l’iniziale del social inventato del film: Vmeste (in traduzione: insieme). Sarà proprio il web incontrollato a trasformare il maligno nemico del maggiore in una superstar che ottiene migliaia di like quando ammazza banchieri che hanno frodato i pietroburghesi.

Nato di carta, trasformato in cellulosa, Grom non diventerà mai un uomo in carne ed ossa: “i ricchi” si possono perseguitare tra le pagine dei fumetti o sul grande schermo, non nella vita reale, soprattutto se sono gli autori dell’opera. C’è solo una ricostruzione non astratta che può essere documentata dai fatti: il figlio di un milionario esiste davvero ed è Artem Gabrelianov, uno degli autori di Grom e proprietario della Bubble studio, la casa editrice del fumetto. Anche se autore di fantasy e amante di foto amichevoli in cui sfoggia un sorriso bianco sotto il cappellino alla rovescia, Artem deve la sua fortuna a quella del padre giornalista. È figlio di Aram, magnate armeno nato in Daghestan, che ha fondato il suo impero mediatico seguendo pochi, fondamentali principi: non criticare il governo né quello che in un’intervista, tempo fa, ha chiamato “padre della nazione”, il presidente Vladimir Putin. Gabrelianov padre è stato spesso accusato di diffusione della propaganda del Cremlino tramite la punta di diamante del suo arsenale digitale: il canale di notizie Lifenews, che segue certosino le direttive dei vertici politici fino all’estremo. Un telegiornale è anche quello che si vede nelle ultime scene del film.

Nella storia dark l’utopia massima è nel finale a lieto fine: dopo assassini, salvataggi, tradimenti e molotov, la giornalista annuncia che “il Governo ha deciso di riformare il sistema giudiziario” in Russia.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia