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La corporazione si ribella, ma adesso c’è Draghi

Nicola Gratteri, Mario Draghi e Federico Cafiero de Raho

Forse non ci siamo capiti. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è legato da cima a fondo alla riforma della giustizia. Non vi è l’uno senza l’altra. E i 25 miliardi di anticipo sui 248 miliardi del PNRR che stanno arrivando per direttissima dimostrano che non si può più cincischiare e che si fa sul serio. L’impegno del governo, di decurtare del 40 e del 20% rispettivamente i tempi del processo civile e penale, non può più essere procrastinato. Mario Draghi ci ha messo la faccia e non sembra proprio uno che tentenna.

Se poi qualcuno se lo fosse scordato, c’è sempre un Dombrovskis pronto a incombere tra i corridoi di Bruxelles come una nube nera su una vallata verde e a ricordarci con orgoglio e altrettanta stizza che l’approvazione del Piano italiano è appunto un tutt’uno con l’implementazione delle riforme strutturali, con un “cambiamento vero” e non finto del nostro sistema giudiziario e della nostra burocrazia. Se no, addio investimenti esteri e rimbalzo gioioso del Pil.

Non stupisce per nulla che la più corporativa delle corporazioni abbia subito reagito; i magistrati auditi oggi in Commissione Giustizia hanno smontato la riforma Cartabia pezzo dopo pezzo come una casetta di lego paventando rischi altissimi per il nostro paese. Per citarne alcuni: la diminuzione del livello di sicurezza nazionale, l’incentivazione a delinquere, l’azzeramento della qualità del lavoro dei magistrati per la tagliola rappresentata dai termini fissati per l’improcedibilità (2 e 1 per appello e Cassazione), la crescita smisurata di appelli e ricorsi in Cassazione, la cancellazione di importanti maxiprocessi per mafia, e altre fosche previsioni (così Gratteri e, in sintonia, Cafiero). Meglio tornare al passato, ma non alla riforma Bonafede, ad ancora prima se possibile. Secondo notizie in attesa di conferma, anche il CSM starebbe preparando i lanciafiamme contro la riforma.

Non c’è molto di nuovo nelle sollevazioni anche assai aggressive dei magistrati; e queste vanno spiegate non tanto con la solita tesi di una magistratura politicizzata che entra a piè pari nelle decisioni del governo, ma semmai con le caratteristiche organizzative e con le amplissime prerogative di indipendenza che ne hanno fatto un unicum in giro per il mondo. Questa volta, tuttavia, la più auto-referenziale delle corporazioni ha di fronte uno tostissimo; uno che ha messo la faccia su tutti i quattrini che arriveranno nelle nostre tasche da Bruxelles e cioè Mario Draghi. A cui si aggiunge tutto sommato l’atteggiamento morbido di Mattarella, peraltro a capo del CSM che ha espresso dubbi solo sull’inserimento di un potere di indirizzo del parlamento nei confronti dell’azione penale, che potrebbe andare contro al principio costituzionale della sua obbligatorietà. Insomma, Draghi-Mattarella contro Giudici, 6 a zero 0.

Certo, alcune richieste sottolineate dai magistrati sono del tutto legittime; il riferimento a un organico ormai ridotto al lumicino, soprattutto sul piano degli assistenti e dei funzionari amministrativi, le scarse infrastrutture per una digitalizzazione piena, i locali e gli uffici fatiscenti, tutto vero. Così come è vero che la durata ragionevole del processo deve anche scendere a patti con il diritto delle vittime di chiedere e ottenere giustizia.

Ma, come ci spiegano gli studi di scienza dell’amministrazione, il modo in cui la magistratura ha ormai internalizzato una propensione totale all’autotutela non può tenere fermo il paese. Le prerogative di completa autonomia, nelle decisioni di carriera e di status, tramite il CSM, una carriera completamente inamovibile, retribuzioni più alte che in ogni altro paese, e la tendenza sempre più estesa a produrre giurisprudenza creativa hanno rafforzato enormemente il potere della magistratura, senza grandi contrappesi.

Nel frattempo, i nodi del nostro sistema giudiziario restano tutti lì. Ormai non si contano le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo per i ritardi nei processi. Siamo ultimi in Europa per i tempi del processo civile. Secondo l’ultimo Rapporto della Commissione europea sulla Giustizia (riferito al 2019), per un processo civile in Italia occorrono in media 1.302 giorni per arrivare all’ultimo grado di giudizio, 791 per il secondo e 531 per il primo. Anche sul piano dei processi amministrativi siamo ampiamente fuori media, anzi terz’ultimi. Tanti i processi pendenti e tante le pratiche arretrate da smaltire. Per non parlare del processo penale che dura ben 1.600 giorni, non proprio una quisquiglia. E si sa che justice delayed is justice denied.

Come possa fare un paese zavorrato in questo modo a rivoluzionare sé stesso tramite la gigantesca opportunità dei fondi europei? E si fa fatica a comprendere come possano i parlamentari del Movimento 5 Stelle nello stesso tempo presentare oltre 900 emendamenti alla riforma e continuare a sostenere che i soldi del PNRR sono arrivati solo grazie a Conte e che quindi vanno usati subito.

Draghi ce l’ha ben chiaro. Basta con la melina delle riforme annunciate e mai fatte, degli accordi presi in nome di questo o quel governo e poi saltati nei drink di una spiaggia (come il patto Bonafede-Salvini), dei mille disegni di legge affossati da questo o quel partito, in un pendolo insopportabile tra garantismo e giustizialismo che non ha mai portato nemmeno a una riforma purchessia, ma semmai a inasprire la lotta tra tifoserie. Tra i poli opposti serve più che mai buonsenso e pragmatismo. Se non ce la fa Draghi, dubitiamo che altri potranno.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia