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Vaccini e pazienti fragili, gli esperti: “Efficaci anche contro le varianti, niente paura se dopo la seconda dose non ci sono anticorpi”

DiRed Viper News Manager

Lug 19, 2021

Con il progredire della campagna vaccinale e la copertura pressochè completa della categoria di soggetti fragili e con comorbidità, di fronte all’emergere di nuove varianti nel contesto pandemico, sempre più persone tra questi soggetti – e non solo – cominciano a porsi domande importanti, che ancora non hanno risposta. Questi pazienti infatti possono avere un vario grado di compromissione del sistema immunitario dovuto alla patologia di base e/o ai farmaci assunti, e sta accadendo che dai prelievi praticati dopo circa un mese dalla seconda dose del vaccino (a mRNA, quello ad essi destinato, cioè Pfizer o Moderna) gli anticorpi anti-spike non risultano presenti, o, se lo sono, sono a basso titolo. Cosa significa? Non c’è stata risposta? Se c’è stata, copre contro tutte le varianti? Solo su alcune?

Tutti questi dubbi ovviamente stanno destando preoccupazione in questa fascia di popolazione, già provata dalla propria condizione di base, e la cui numerosità non è trascurabile. Abbiamo dunque chiesto a Marco Laccetti, Direttore della Uoc Medicina 1 del Cardarelli di Napoli, a Pasquale Morella Direttore Uoc Medicina 3 e alla professoressa Carmen Gianfrani, direttrice dell’Istituto di Biochimica e Biologia Cellulare (IBBC) del CNR del capoluogo partenopeo di rispondere a questi dubbi. Cardarelli e Cnr stanno infatti studiando questo caso specifico con uno studio che in autunno potrebbe dare già risposte abbastanza certe.

I pazienti fragili e con comorbidità prima dell’inizio della campagna vaccinale sono stati tra le vittime principali del COVID-19, essendo i soggetti più frequentemente ospedalizzati e con prognosi più complicate. Qual è stata l’esperienza nel reparto internistico Covid del Cardarelli allestito lo scorso inverno?

“La unità di degenza Covid a direzione internistica congiunta (Laccetti e Morella, ndr) ha assistito tra novembre 2020 e maggio 2021 circa 350 pazienti tutti fragili perché polipatologici o perché affetti da patologie oncoematologiche. Abbiamo registrato un tasso di mortalità pari a circa il 13% che, rispetto al 2% di mortalità per Sars Cov 2 registrato nel mondo ,testimonia come le comorbidità sia di natura internistica sia oncoematologica abbiano rappresentato un fattore di grave peggioramento della prognosi per i nostri pazienti , così come abbiamo potuto notare come la durata di malattia sia stata significativamente più lunga nei pazienti fragili così come più numerosi siano stati gli esiti della malattia configurando il quadro clinico del cosiddetto long –Covid”, spiegano Laccetti e Morella.

Dalla pratica clinica cosa è emerso riguardo i pazienti oncologici che contraggono il Covid?

“I pazienti affetti da tumori solidi hanno sofferto mediamente di un decorso clinico più grave e di complicanze più severe rispetto ai pazienti polipatologici di tipo internistico costituendo quindi un sottogruppo nei confronti del quale bisogna adoperare la massima allerta assistenziale – continuano Laccetti e Morella – Quello che abbiamo imparato è però che quando ,in corso di infezione da Covid 19 , ci fosse bisogno di non interrompere la chemioterapia ciò è possibile ovviamente in corso di ricovero ospedaliero sotto stretto controllo di una equipe multidisciplinare formata da internista oncoematologo infettivologo, come abbiamo più volte fatto nella nostra Unità assistenziale Covid di Medicina Interna”.

Che efficacia hanno i vaccini sui pazienti fragili o affetti da comorbità? Sono efficaci anche per le varianti?

“L’efficacia di un vaccino va valutata in termini di protezione dall’infezione e/o dallo sviluppo di forme gravi o complicate della malattia che richiedano il ricovero ospedaliero e che possano avere un esito fatale: in quest’ottica gli ottimi risultati della campagna vaccinale sono sotto gli occhi di tutti e la popolazione dei pazienti fragili è sicuramente, essendo a maggior rischio di sviluppare malattia e complicanze in forme gravi, è quella che più si giova della vaccinazione – continuano Laccetti e Morella – Le varianti del virus rappresentano un serio problema anche alla luce di quanto sta emergendo dalle analisi fatte in paesi, come Israele, che hanno già completato la campagna vaccinale: ma se è vero che i vaccini a mRNA mostrano una ridotta capacità ( attorno al 60-65%) nel prevenire la infezione restano ancora molto elevate ( > 90%) le percentuali di protezione fornite dallo svilupparsi di forme gravi anche nel caso della variante Delta. Ciò che deve essere chiaro è che maggiore è la copertura vaccinale minore è la circolazione del virus e di conseguenza minore è il rischio di sviluppare altre varianti potenzialmente meno responsive ai vaccini attualmente disponibili, in altri termini la estensione della copertura vaccinale rallenta la evoluzione del virus verso forme più pericolose. Diverso è ( e non corretto) interpretare la efficacia del vaccino sulla base della ricerca del titolo anticorpale ricercato in ogni singolo individuo vaccinato. La determinazione del tasso di anticorpi anti-proteina S del capside virale non è la sola espressione della capacità del singolo organismo di difendersi dall’attacco del virus, ancor più qualora venga effettuata dopo la somministrazione della sola prima dose del vaccino: il nostro organismo risponde infatti alle infezioni con la attivazione di una risposta immune che coinvolge sia la produzione diretta di anticorpi neutralizzanti sia la creazione di cloni di cellule ,i linfociti T che sono un tipo di globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infettate da virus e sono una parte essenziale del sistema immunitario. Entrano in gioco come seconda linea di difesa, come il cuore della risposta adattiva, dopo l’attivazione degli anticorpi che rappresentano solamente una manifestazione della risposta immunitaria non necessariamente la più efficace. Per cui un basso titolo anticorpale documentato dalla ricerca di anticorpi anti proteina S non rappresenta affatto la dimostrazione di inefficacia della vaccinazione a maggior ragione in pazienti sottoposti a terapie steroidee o immunoterapia o chemioterapia come nel caso dei pazienti oncoematologici”.

Com’è possibile che un paziente oncologico dopo la prima e seconda dose di vaccino Pfizer, risulta non avere gli anticorpi?

“Gli anticorpi non sono l’unica arma con cui il sistema immunitario sconfigge il virus. Un ruolo importante nell’eradicazione delle infezioni virali viene svolto dai linfociti T. I soggetti affetti da patologie come quelle oncoematologiche o autoimmuni possono presentare un assetto immunologico diverso rispetto ai soggetti sani, che può condurre a tali quadri”, spiega Gianfrani.

C’è da preoccuparsi in una situazione come questa, soprattutto per le varianti in circolazione? Un paziente oncologico rischia maggiormente di contrarre il Covid?

“Sicuramente la situazione va seguita con attenzione – continua Gianfrani – È stata una saggia decisione da parte degli organi competenti di vaccinare prima questi soggetti con fragilità, i quali hanno guadagnato certamente un vantaggio temporale in vista di un eventuale contatto con il virus; generalmente ci si aspetta una infezione di minore entità, non letale. Riguardo le varianti, nonostante quella indiana sia oramai predominante anche nel territorio Italiano, le persone che la contraggono sono per lo più soggetti non vaccinati”.

Qual è il meccanismo per il quale un soggetto fragile, come ad esempio un paziente oncoematologico, che non ha anticorpi dosabili dopo il vaccino potrebbe essere lo stesso protetto?

“Una componente fondamentale per la risposta ai virus è l’immunità cellulare, che consta tra l’altro di un gruppo di globuli bianchi, i linfociti T CD8 citotossici, in grado di distruggere le cellule infettate dal virus – spiega Gianfrani – Sono questi linfociti l’elemento chiave che può garantire la protezione post-vaccinale ai soggetti fragili e/o immunodepressi che non hanno una risposta anticorpale dosabile (soggetti sieronegativi)”.

I vaccini alla popolazione fragile e affetta da comorbidità hanno inciso sul calo dei casi?

“L’impatto della vaccinazione sulla circolazione del virus, sulla significativa riduzione dei casi di positività al Covid 19 e sulla riduzione della gravità dei quadri clinici osservati è un dato inoppugnabile e conferma una volta di più come la vaccinazione sia , insieme alla rigida osservanza delle norme igieniche e di distanziamento, se non l’unica certamente la più efficace arma per contrastare la Sars Cov 2 attualmente in nostro possesso, l’aver messo da subito in sicurezza con la vaccinazione la popolazione fragile ha sicuramente risparmiato costi sociali elevatissimi sia in termini di vite salvate direttamente o indirettamente (consentendo cioè il regolare prosieguo dei percorsi terapeutici), sia in termini di ridotta pressione sulle strutture ospedaliere e quindi di disponibilità risorse, umane e tecniche, da poter nuovamente dedicare a tutti gli ‘altri’ pazienti”.

Come si può rispondere ai legittimi dubbi di questa popolazione sull’efficacia dei vaccini?

“In questa ottica è nata l’idea di studiare, in collaborazione col CNR, proprio la entità della risposta immune cosiddetta cellulomediata che si determina dopo la somministrazione del vaccino e che già in uno studio condotto dal Karolinska Institutet e dal Karolinska University Hospital di Stoccolma nel Novembre 2020 sembrava avere un ruolo preminente nel determinare la capacità immunitaria dei pazienti rispetto al Covid 19”, spiegano Laccetti e Morella, continuando, “Lo studio di collaborazione con il CNR coordinato dal dott. A. Del Mastro è partito e sta procedendo grazie alla collaborazione multidisciplinare cui partecipano UO dedicate all’assistenza ( UO Medicina Interna Ematologia Oncologia ) sia UO dell’area dei Servizi ( Genetica Centro di Biotecnologia Laboratorio di Analisi ) e si avvale della partecipazione volontaria di medici ,biologi e tecnici. Questa ricerca avrà nell’immediato futuro una gemella dato che è allo studio del Comitato Etico la approvazione di un Progetto di ricerca analogo condotto su pazienti pediatrici dell’Ospedale Santobono per ampliare il più possibile la conoscenza immunità al Covid 19”.

Come studierete questa immunità cellulare?

“Diverse sono le indagini di laboratorio per testare l’immunità cellulare specifica verso questo nuovo coronavirus. Vengono effettuate su cellule isolate da un prelievo di sangue ed includono l’analisi dello stato di attivazione con tecniche citofluorimetriche, e il dosaggio ELISpot per misurare il rilascio di interferone-y, una citochina chiave nella risposta anti-virale. Questi saggi, poichè richiedono una strumentazione specifica, lunghi tempi di esecuzione, esperienza ed elevati costi non possono essere impiegati su larga scala. È per questo che nella routine si dosano solo gli anticorpi: è un’indagine più rapida ed economica e che fornisce comunque una informazione importante, anche se non sempre sufficiente per capire se c’è protezione immunologica, come nel caso di alcune categorie di individui”, spiega Gianfrani.

Sono previsti altri saggi?

“Si – dice Gianfrani –  C’è un progetto di studio che coinvolge un nutrito gruppo di ricercatori del CNR dell’Area di Ricerca Napoli 1, di cui faccio parte. In particolare, l’idea è di tipizzare in un ampio gruppo di soggetti vaccinati i geni HLA, ovvero quel corredo genetico che dà alla cellule l’informazione per i recettori cellulari in grado di segnalare al sistema immunitario la presenza del virus all’interno della cellula: verificheremo così l’eventuale correlazione tra i vari tipi di recettori HLA con l’ effettiva capacità di risposta cellulare in seguito alla somministrazione del vaccino e con l’intensità e durata della risposta immunitaria. Inoltre si valuterà comunque in tutti i pazienti oggetto di questo studio la eventuale presenza di anticorpi con attività neutralizzante sia nei confronti del ceppo Wuhan sia nei confronti di tutte le varianti del virus ad oggi identificate”.

Questo studio consentirà di stabilire anche l’efficacia dei vaccini a mRNA sulle varianti?

“Indubbiamente riusciremo a ottenere delle informazioni base che potranno servire a caratterizzare l’eventuale copertura per le varianti attualmente in circolo, o future”, spiega la biologa. “I finanziamenti alla ricerca sono quanto mai necessari, in un momento storico eccezionale, in cui la ricerca clinica e di laboratorio possono dare un supporto fondamentale al contenimento e risoluzione della pandemia. Al momento il nostro progetto è in fase di valutazione per l’eleggibilità al finanziamento”, spiega ancora.

Quando si potranno avere dei risultati concreti per questo studio?

“Il prossimo autunno speriamo di poter produrre i primi dati”, dice Gianfrani. “Le istituzioni hanno già fatto tanto per la ricerca dall’inizio della pandemia – conclude la biologa del Cnr – Il nostro progetto però ha delle caratteristiche innovative e può rivelarsi utile per la successiva pianificazione della campagna vaccinale, nonché costituire il nucleo iniziale di una piattaforma di ‘sorveglianza immunologica’. In tal senso speriamo che le Istituzioni supportino concretamente sia il CNR che il Cardarelli, il nostro partner clinico. Siamo convinti che unendo le forze potremo dare un contributo importante alla sconfitta di questo virus e al contenimento delle future epidemie”.

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