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Perché è fondamentale ricordare le vittime Lgbt dell’Olocausto

Pierre Seel, un diciasettenne francese proveniente da una famiglia benestante alsaziana, era un ragazzo estroverso e alla moda, che sognava di studiare sartoria a Lille. Era un giovane come tanti altri, con una vita tranquilla e spensierata, eccetto per un segreto che nascondeva a tutti: la sua omosessualità.

Un giorno la sua vita cambiò per sempre. A sua insaputa, finì per trovarsi su una lista di omosessuali stilata dalla polizia locale – siamo a poco dopo l’invasione tedesca dell’Alsazia – e venne convocato dalla Gestapo. Dopodiché, fu sottoposto a un interrogatorio serrato e venne mandato al campo di Vorbruck-Schirmeck. In mezzo alle atrocità e alle torture che visse in quei mesi, vi fu un episodio che segnò per sempre la sua vita: fu obbligato dalle guardie ad assistere all’esecuzione pubblica del suo amante, che venne denudato e sbranato da un branco di cani.

Seel sopravvisse a quell’incubo di sei mesi, e venne rilasciato a novembre del 1941. Fu successivamente arruolato come soldato per la Francia Vichy, e quando anche questa esperienza terminò, tornò a casa dicendo di sentirsi come un “fantasma” e uno “zombie”, di sentirsi come annientato dalle atroci esperienze che aveva vissuto.

L’esperienza di Seel è solo una delle innumerevoli storie di omosessuali le cui vite furono stravolte a causa delle persecuzioni subite sotto il Terzo Reich.

Quando i nazisti salirono al potere, modificarono l’articolo che penalizzava i rapporti sessuali tra uomini (il Paragrafo 175 del codice penale tedesco), prevedendo una pena più lunga e severa per questi reati. Questo rappresentò un notevole cambiamento rispetto alle politiche precedenti, poiché durante la repubblica di Weimar, la comunità Lgbt godeva di una specie di immunità. Nonostante i rapporti omosessuali maschili fossero già legalmente proibiti, sia i gay che le lesbiche avevano creato organizzazioni e club durante gli anni ’20 che attraevano migliaia di persone da tutto il paese, al tal punto che Berlino venne soprannominata la “capitale gay del mondo”.

Sotto le politiche naziste, tuttavia, e in particolare quelle di Heinrich Himmler, questo periodo di apertura terminò improvvisamente. Secondo l’ideologia nazista, l’omosessualità maschile rappresentava una minaccia ai valori della famiglia e della “razza ariana”; era una “malattia” da estirpare. Per tale motivo i nazisti chiusero i centri di raduno gay e iniziarono ad arrestare un gran numero di omosessuali. Si stima che mandarono tra i 10 e i 15,000 gay nei campi di concentramento. Molti di questi furono obbligati ad indossare l’infame “triangolo rosa”, insieme ai pedofili e agli zoofili. Fra i deportati vi erano anche donne lesbiche, nonostante il codice penale non le condannasse esplicitamente. Si calcola che più della metà dei detenuti omosessuali morirono nei campi, e molti di loro si tolsero la vita in seguito alle condizioni ostili in cui si trovavano a vivere. 

A chi si domanda per quale motivo queste storie siano sfuggite all’attenzione del pubblico dopo la guerra, si potrebbe rispondere che, tristemente, il ’45 non portò a una vera e propria “liberazione” per le vittime Lgbt dell’Olocausto. Le modifiche apportate dai nazisti al Paragrafo 175 vennero mantenute dalla Repubblica Federale Tedesca fino alla fine degli anni ’60, e l’articolo stesso fu interamente abrogato nel 1994, quattro anni dopo la riunificazione della Germania. Se a questo si aggiunge la dilagante omofobia che continuò a persistere durante il ventesimo secolo, si può capire perché i superstiti gay dell’Olocausto furono privati dell’opportunità di poter condividere le proprie esperienze e ottenere giustizia.

Negli ultimi decenni, si sono levate alcune voci di uomini coraggiosi, tra cui quella di Pierre Seel, il quale decise di testimoniare apertamente sulle sue esperienze negli anni ottanta, e pubblicò la sua autobiografia, Io, Pierre Seel, deportato omosessuale nel 1994. Grazie a loro, le vittime Lgbt dell’Olocausto vengono oggi ricordate in vari paesi del mondo tramite articoli, opere letterarie, piazze o monumenti dedicati a loro e persino un documentario (Paragraph 175) che venne rilasciato nel 2000. 

Detto questo, c’è ancora molto lavoro da fare. In Italia, il cosiddetto “Omocausto” ha ricevuto solo una marginale attenzione da parte dei mainstream media, e viene raramente menzionato al di fuori della nicchia di accademici che si occupano del tema o degli attivisti Lgbt. La traduzione italiana dell’autobiografia di Seel è stata pubblicata soltanto a luglio dell’anno scorso, dopo che il libro era già stato tradotto in varie lingue.

Nonostante negli ultimi anni l’Italia abbia fatto grandi passi per riconoscere l’uguaglianza degli individui Lgbt, resta ancora il paese più arretrato su questi temi in Europa occidentale. 

Dopo essermi trasferito da Cambridge a Roma per le mie ricerche di dottorato, non mi ci è voluto molto per accorgermi delle attitudini profondamente diverse verso le tematiche Lgbt nei due paesi. Durante il Pride a Londra, la città si riempie ovunque di bandiere arcobaleno, dalle finestre delle strade principali alle insegne, e la gente mostra il proprio sostegno ai diritti Lgbt. A Roma, invece, è una manifestazione che è ancora un pò di nicchia. Camminando per le strade del centro il mese scorso, ho notato qualche negozio o ristorante che mostrava la bandiera arcobaleno per esprimere il proprio sostegno, ma il Pride qui si può paragonare più a un sussurro che a un urlo.

In un paese come l’Italia, dove un disegno di legge come il Ddl Zan contro l’omobitransfobia è fonte di forti scontri e dove la destra rischia di vincere le prossime elezioni, c’è ancora molto lavoro da fare per favorire l’accettazione della comunità Lgbt. 

Onorare la memoria delle persecuzioni subite da persone Lgbt durante l’Olocausto non è soltanto un modo di onorare il passato. Serve a ricordarci della fragilità del presente, e a darci un’ammonizione per il futuro.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia