• Mer. Set 22nd, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

Omicidio Vannini, la Cassazione: “La condotta di Ciontoli fu spietata”

La madre di Marco Vannini, Marina Conte, allÕuscita del Palazzo di Giustizia dopo la sentenza di condanna in Cassazione sullÕomicidio Vannini, Roma, 03 maggio 2021. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

“La condotta di Antonio Ciontoli fu non solo assolutamente anti doverosa ma caratterizzata da pervicacia e spietatezza, anche nel nascondere quanto realmente accaduto, sicché appare del tutto irragionevole prospettare, come fa la difesa, che egli avesse in cuor suo sperato che Marco Vannini non sarebbe morto”. Lo scrivono i giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione nelle 62 pagine di motivazioni della sentenza con cui lo scorso 3 maggio hanno confermato la condanna a 14 anni di carcere per Antonio Ciontoli, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale in relazione alla morte di Marco Vannini, avvenuta a Ladispoli la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015.

I giudici della Suprema Corte respingendo i ricorsi delle difese avevano rese definitive anche le condanne dei figli di Ciontoli e della moglie a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio volontario. “Ciontoli – scrivono i giudici – era ben consapevole di aver colpito Marco Vannini con un’arma da fuoco e della distanza minima dalla quale il colpo era stato esploso; era inoltre consapevole che il proiettile era rimasto all’interno del corpo del Vannini, come gli aveva fatto notare anche il figlio Federico dopo il ritrovamento del bossolo, e, sebbene la ferita avesse smesso di sanguinare dopo essere stata tamponata, egli ha necessariamente immaginato, rappresentandosi e, nonostante ciò accettando il verificarsi dell’evento che quel proiettile potesse essere causa di una emorragia interna.

“Tutti si preoccuparono subito della presenza del proiettile ancora nel corpo di Vannini, tutti ebbero immediata cognizione di tale circostanza e tuttavia nessuno si attivò per allertare tempestivamente i soccorsi, fornendo le informazioni necessarie a garantire cure adeguate al ragazzo ospitato nella loro abitazione e che, sino a quella sera, avevano trattato come uno di famiglia”, scrivono ancora i giudici. “Eppure – proseguono i giudici della Suprema Corte – Vannini si era lamentato per il dolore, aveva invocato aiuto e lo aveva fatto in modo talmente forte che le sue urla erano state distintamente avvertite dai vicini di casa e registrate nelle conversazioni telefoniche con gli operatori del 118.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia