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I coloni in Israele, una questione politica

In Israele il neonato governo Bennett-Lapid, dopo essere andato sotto nel voto per introdurre la legge di ricongiungimento familiare tra arabi-israeliani e palestinesi, è al lavoro per smussare gli attriti interni in vista del prossimo scoglio che attende questa maggioranza, l’approvazione ad autunno della manovra di bilancio.

Quello dei conti pubblici non è tuttavia l’unica fibrillazione dell’esecutivo più eterogeneo della storia di Israele. A increspare le acque dell’arena politica è anche la questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Colonie in italiano, settlements in inglese, hitnakhluyot,hityashvut o yishuvim in ebraico. Quelle collocate oltre la Linea Verde stabilita pre ’67 dalle Nazioni Unite sono internazionalmente riconosciute illegali, in violazione della Convenzione di Ginevra. E dove oramai risiedono stabilmente oltre mezzo milione di israeliani: religiosi haredim, ferventi nazionalisti, “pionieri” americani e poi «famiglie, giovani coppie, e single – chi amante della terra di Israele, chi in cerca del silenzio e della natura, chi in cerca di poche spese…» (Assaf Gavron, La Collina, edito da Giuntina, 2015).

La presenza delle colonie in Palestina ha il carattere dello spezzatino territoriale, ed è indubbiamente un ostacolo alla nascita di uno stato palestinese sovrano. Se minano concretamente la possibilità di realizzare due stati per due popoli al contrario, sono un potenziale impulso alla creazione di uno stato binazionale. Dilemma onnicomprensivo su cui le strade si dividono, e la politica va in stallo.

Quando poche settimane fa è scoppiato il caso dell’insediamento illegale di Aviatar (“Dio è Grande”) – che il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz e leader di Kachol Lavan (Blue e Bianco) avrebbe voluto sgomberare – l’attuale premier Naftali Bennett, trovatosi in una situazione scomoda, visto che il movimento dei coloni è largamente la sua primaria fonte elettorale, ha cercato di evitare il deragliamento del governo con un compromesso. L’avamposto è stato momentaneamente congelato. Soluzione che ha permesso a Gantz, e ai militari, di salvare la faccia, ma non ha risparmiato il centrosinistra dal bere un amaro calice di critiche. Costretto a restare silente, e voltare lo sguardo altrove.

Non è stata la prima volta. L’occupazione è materia tormentata per la sinistra sionista. E si muove su un binario di paradossi, intrecciando dinamiche politiche e burocrazia fantasiosa, tra aspetti demenziali e tragici. Un labirinto di domande senza senso logico: «Chi ha preso la decisione di costruire un nuovo avamposto in Israele? Di chi è la terra e con che diritti? Si tratta di dominio dello Stato? O territori palestinesi? Proprietà privata occupata per motivi di sicurezza? Comprata dai palestinesi? Proprietà privata di palestinesi, lavorata o no? Proprietà regolamentate, registrate? Ci sono i permessi necessari? Chi ha autorizzato? …. E l’esercito cosa ne pensa?» (La Collina).

Beh, secondo un’inchiesta appena pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz ci sarebbero le prove che coinvolgerebbero il ministero della Difesa in uno scandalo, avendo “reclutato” una costola del Fondo Nazionale Ebraico per triangolare segretamente la vendita di terra palestinese ai coloni. Il coinvolgimento diretto di Israele nelle transazioni è comunque una prassi divenuta del tutto inusuale dopo Oslo. Mentre, l’Autorità Nazionale palestinese dal canto suo vieta la vendita immobiliare agli israeliani, e punisce con il carcere i trasgressori. Frequentemente, invece, l’esercito Tsahal impedisce, motivando con ragioni di sicurezza, l’accesso dei palestinesi alle proprie terre. 

Qualche anno fa abbiamo visitato l’insediamento di Kfar Tapuach, poco distante da Aviatar. Samaria, terra biblica e arida, pennellata dal verde degli alberi di olivo. Dalla collina su cui sorge Kfar Tapuach si scorgono i palazzi e i minareti della periferia di Nablus. Su quella petraia abbiamo incontrato Avraham, mentre era al pascolo con il suo gregge di capre. Il vecchio pastore, e colono, che ha perso la figlia in un attentato compiuto da miliziani palestinesi, ribadiva un concetto semplice e provocatorio: “La Linea Verde non esiste, almeno per me”.

L’ultimo politico israeliano ad essere entrato in collisione con i coloni è stato Ariel Sharon. Il “leone Arik” nell’arco della sua vita compirà una metamorfosi ideologica completa. Negli anni ’70 nelle file del Likud riveste la carica di ministro impegnandosi a deviare flussi ingenti di finanziamenti statali nell’occupazione della terra palestinese. Da Primo Ministro nell’estate del 2005 ordina lo sgombero unilaterale degli insediamenti a Gaza. Tutti fuori. Seguirono proteste, manifestazioni e resistenza all’esercito. Mesi caldi per quella piccola porzione di Medioriente. A uscirne vittoriosa alla fine fu l’immagine di Sharon e della sua nuova creatura politica, Kadima (Avanti). Le ragioni che portarono Arik al disimpegno dalla Striscia sono ancora oggetto di approfondito studio, e dibattito. Come spesso è accaduto nella storia di questo personaggio acclamato da molti e maledetto da altri: «Nessuno lo ferma, perché nessuno vuole fermarlo. È un capro espiatorio fin troppo utile. Svolge il lavoro sporco altrui, e per questo di sicuro lo crocifiggeranno» (Frank Schätzing, Breaking news, ediz. Nord, 2014).

Articolo proveniente da Huffington Post Italia