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E se il padre dei liberal-conservatori fosse Gadamer?

Hans Georg Gadamer (1900-2002), forse il principale allievo di Martin Heidegger, è, come è noto, uno dei massimi pensatori del Novecento. Così come il suo capolavoro, Verità e metodo, del 1960, è sicuramente uno dei più profondi e originali testi filosofici dello stesso secolo.

Jurgen Habermas, come è risaputo, disse una volta che Gadamer aveva “urbanizzato” la filosofia di Heidegger, rendendola comprensibile e accessibile, oltre che meno perturbante, per un pubblico borghese mediamente colto. Che però dietro la compostezza dei toni e dello stile non sia presente nella sua opera la stessa radicalità, che è propria sempre della filosofia per principio, nessuno potrebbe dirlo.

Che io sappia Gadamer non si è mai espresso politicamente, e ha sempre conservato una sorta di reticenza, o semplicemente pudore, sulla adesione e la vicinanza che Heidegger aveva manifestato nei confronti del partito nazionalsocialista. Con una certa sfrontatezza intellettuale, si potrebbe però dire che Gadamer ha democratizzato Heidegger e ha convertito il suo deleterio estremismo politico in una posizione che non esiterei a definire liberal-conservatrice. O che almeno a una posizione siffatta offre non pochi elementi di sfondo, con una raffinatezza e profondità intellettuale che non è dato riscontrare in autori pur di enorme rilevanza come ad esempio Roger Scruton.

Il fatto è che queste idee sono inserite in Gadamer un orizzonte ontologico, da cui discendono con logica consequenzialità. Al padre dell’ermeneutica filosofica interessa il tema della comprensione che si esplica nel linguaggio, il quale delinea con il suo essere il perimetro della stessa realtà (“l’essere, che può venir compreso, è linguaggio”, dice Gadamer, e l’accento cambia notevolmente se si tolgono o mettono le virgole). Solo che la comprensione non nasce mai nel vuoto di un soggetto astratto o slegato dal suo contesto, di una coscienza che non è e né  può essere una “tabula rasa” che cerca inutili di immunizzarsi con quel “vaccino dell’anima” che è il “velo di ignoranza”. Essa nasce da una precomprensione, cioè da un pregiudizio che è quello da cui solo può mettersi in azione non per cancellarlo ma per articolarlo e organizzarlo in un ulteriore orizzonte di senso.

Nel centro teorico, o meglio speculativo, di Verità e metodo, quello che si dipana nella parte finale della seconda delle tre sezioni dell’opera, Gadamer, dopo aver reso onore al suo maestro che con l’elaborazione del cosiddetto “circolo ermeneutico” ha “scoperto” la precomprensione, non solo individua nei pregiudizi le “condizioni della comprensione” ma procede a criticare con rigorosa consequenzialità “lo screditamento del pregiudizio ad opera dell’illuminismo”.

E lo fa  con accenti che ricordano quelli tardo-settecenteschi di Edmund Burke (che è fra l’altro espressamente citato). Apertosi questo varco, in modo implacabile, Gadamer procede poi alla “riabilitazione di autorità e tradizione”, altri due concetti irrisi dal progetto razionalistico e astratto dell’illuminismo. Non in nome di un ideale irrazionalistico o nichilistico, ma di una ragione concreta, storica, situata, che egli ritrova nel “concetto di classico”. Certo, Gadamer non è mai sceso sul terreno concreto delle politica, e sarebbe stupido attendersi da lui indicazione di policies o “ricette” empiriche di azione. Restiamo, con lui, sul terreno della filosofia. Che è poi quello a cui, secondo chi scrive, dovrebbe avere il coraggio di elevarsi ogni cultura politica seria e non sloganistica.

  

Articolo proveniente da Huffington Post Italia