• Ven. Set 17th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

“Dopo le alluvioni in Germania acceleriamo: transizione green subito”

Rossella Muroni/alluvione in Germania

(di Antonio Cianciullo)

In Germania la pianura cede sotto il peso di piogge che non si fermano. In Canada un intero villaggio è stato cancellato dai roghi innescati da temperature vicine ai 50 gradi. La California combatte da più di dieci anni contro una siccità che non dà tregua assetando i frutteti che rappresentano un’icona dello Stato. E l’Italia? Ci limitiamo a provare a scansare, con un po’ di fortuna, i colpi della crisi climatica? Oppure abbiamo un progetto che dà una mano a chi guarda al futuro, al 2050 che l’Europa vuole a impatto serra zero?

“Leggo che il ministro della Transizione ecologica parla della transizione ecologica come un possibile bagno di sangue”, risponde Rossella Muroni, deputata di Facciamo Eco, la componente ecologista in Parlamento. “È curioso che sia questa la prima reazione del ministro Cingolani. Questo rischio esiste, ma esiste se continuiamo a guardare al passato. In Italia nel 2008 avevamo un governo che voleva costruire centrale nucleari ovunque. Non abbiamo creduto nell’auto elettrica finché tutti i nostri competitor non l’hanno scelta. Oggi puntiamo sulle trivelle anche quando l’Agenzia internazionale dell’energia ci spiega che gli investimenti nei combustibili fossili non hanno futuro. Continuare così ci porta sicuramente verso un bagno di sangue. Ma un’alternativa esiste”.

I comitati del no che bocciano ogni proposta d’innovazione tecnologica?

“Quella è la curva ecologista che fischia l’arbitro. Non ne abbiamo più bisogno. Ci serve un regista al centro del campo che sappia sviluppare il gioco a vantaggio di tutta la squadra. I Verdi in Europa vincono quando si prendono carico degli interessi complessivi della collettività. C’è un’urgenza di cambiamento che spinge a un’alleanza vasta tra tutte le forze che sono realmente interessate a tenere assieme il rilancio dell’occupazione, l’aumento del benessere e la difesa dell’ambiente”.

Un’affermazione su cui è difficile essere in disaccordo. Come si traduce in pratica?

“Partiamo da quello che è successo nei giorni scorsi Germania. La responsabilità diretta è di un’eccezionale intensificazione delle piogge coerente con il quadro della crisi climatica. Dunque bisogna eliminare rapidamente le emissioni di gas serra. Ma la cementificazione è un’aggravante perché riduce la capacità di assorbimento delle piogge da parte del terreno, ne esaspera l’effetto. E in Italia abbiamo impermeabilizzato più del 7% del territorio nazionale, una percentuale quasi doppia rispetto alla media europea. Neppure il blocco di tante attività determinato dal covid-19 è riuscito ad arrestare il consumo di suolo. L’Ispra ha calcolato che, se non interveniamo, questo trend ci costerà tra gli 81 e i 99 miliardi di euro tra il 2012 e il 2030, circa la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza”.

La cura è riutilizzare il suolo già impermeabilizzato migliorando qualità e funzionalità delle strutture edilizie. In fondo una forma di economia circolare, usare il suolo come una risorsa preziosa. Come siamo messi più in generale in questo campo?

“L’Italia è stata definita una superpotenza dell’economia circolare perché ha imprese che nell’arco dei secoli hanno imparato a fare molto con poco. Perché siamo un Paese che ha più ingegno che risorse. Abbiamo la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti: il 79%, il doppio della media europea. Ma non si può dire che la politica aiuti. I decreti end of waste, cioè le norme che dettano le regole per trasformare i rifiuti in risorse, da noi vanno avanti con il contagocce. E questo è un danno grave per le imprese. Si ipotizza un doppio sistema di controlli, che frena gli investimenti perché rende incerto il diritto, e nello stesso tempo si fa mancare all’Ispra, al sistema pubblico di controllo, il personale necessario. Non è la direzione giusta”.

I problemi ci sono. Ma elencarli è facile. Quali sono le soluzioni?

“Dobbiamo aiutare un tessuto imprenditoriale green che l’Europa ci invidia. Faccio un esempio. Abbiamo fatto una battaglia parlamentare durissima per permettere di produrre e vendere bottigliette di plastica al 100% riciclata, fino a ieri vietate per una vecchia ordinanza. Sono sicura che chi legge questa frase rimane perplesso. Come, con tutti i disastri che combina la plastica usa e getta bisogna combattere per avere bottiglie di plastica riciclata? Purtroppo la risposta è sì. Abbiamo un sistema politico che non si è ancora adeguato alla sfida in atto. Se le raccontassi il perché di una delle opposizioni alle bottiglie in plastica riciclata non ci crederebbe”.

Proviamo.

“Una delle opposizioni veniva dal ministero dell’Economia e finanze. Dicevano che, siccome stava per scattare la tassa per scoraggiare l’uso della plastica usa e getta, una norma del genere avrebbe abbassato il gettito fiscale”.

Come dire, meglio non parlare male del fumo visto che sulle tasse sulle sigarette lo Stato guadagna bene.

“Proprio così’”.

Guardiamo avanti. L’Unione Europa ha lanciato la proposta Fit x 55, un piano per arrivare al taglio del 55% delle emissioni serra al 2030. L’accelerazione dei disastri ambientali dimostra che una stretta è necessaria. Cioè che bisogna far pagare chi inquina. Ma se a fare le spese di questa manovra fiscale sono quelli che comprano i prodotti con maggior impatto sull’ambente perché costano meno e non hanno alternative, si rischia il replay dei gilets jaunes.

“Per questo l’ambientalismo non può essere il bel gesto di pochi. Deve corrispondere all’interesse di molti. Dobbiamo partire dal fatto che l’Italia ha un sistema di imprese, anche medio piccole, molto duttile, capace di reagire con rapidità alle richieste del mercato creando lavoro. Nel campo della bioedilizia ad esempio siamo molto forti. Ma se mettiamo in piedi un sistema di incentivi che premia solo le caldaie a gas, perché per riempire i moduli dell’ecobonus ci vogliono due lauree, facciamo autogol. Così come se ignoriamo il fatto che abbiamo il doppio delle aziende agricole bio della media europea e che dobbiamo aiutarle, non ostacolarle bloccando la legge di rilancio del settore. Ci conviene sia per agevolare una voce di export importante che per aumentare la capacità di assorbimento di carbonio da parte della terra”.

Quali sono gli altri punti forza del sistema Italia da utilizzare?

“Oltre 432 mila imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti hanno investito tra il 2015 e il 2019 in prodotti e tecnologie green: quasi una su tre. Sono anche quelle che esportano di più, fanno più innovazione e creano più posti di lavoro. Secondo i dati raccolti dalla Fondazione Symbola, i lavoratori della green economy sono già oggi 3,1 milioni, pari al 13,4 % degli occupati. Questa è la forza da cui dobbiamo partire”.

La prossima sfida?

“Tra qualche giorno a Napoli avremo il G20 su clima, ambiente e energia. Mettersi d’accordo sui capisaldi e soprattutto sulla velocità della transizione ecologica sarà la vera sfida a livello globale”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia