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Conte si barcamena su Cartabia e Cingolani, la pancia del Movimento ribolle

È nel limbo il Movimento 5 stelle dopo l’incontro di oggi tra Giuseppe Conte e Mario Draghi. “No a impunità”, ha detto il nuovo capo politico M5s, “sì a qualche modifica ma no a stravolgimenti della riforma della giustizia e rispetto dei tempi di approvazione”, ha risposto il premier. Un incontro durato una quarantina di minuti che non hanno portato allo scossone che qualcuno aveva temuto. O che si era augurato.

Già perché la pancia del Movimento ribolle. C’è un’ala barricadera alla Camera che va da Vittorio Ferraresi a Giulia Sarti passando per il capogruppo in commissione Giustizia Eugenio Saitta che continua a non voler vedere smantellato l’impianto messo a punto ormai nel lontano 2019, ai tempi che sembrano ormai lontanissimi del governo gialloverde. Uno zoccolo duro che si salda, come è ovvio che sia, intorno ad Alfonso Bonafede, che di quella legge da ministro della Giustizia era promotore. 

“Il problema sono proprio gli emendamenti proposti da Cartabia, non va bene praticamente nulla”, si sfoga un onorevole. Draghi ha spiegato a Conte che il margine di manovra è pochissimo: qualche aggiustamento da recepire in un maxi emendamento, che non tocchi i capisaldi del lavoro di mediazione fatto da via Arenula e che non rompa un delicato equilibrio senza il quale i tempi di approvazione rischiano di allungarsi a dismisura. Perché Matteo Salvini, proprio mentre l’incontro era in corso, ha già avvertito che “la riforma non si tocca”, identica posizione di Forza Italia e di Italia viva. Anche Enrico Letta, che ieri ha aperto a modifiche sbattendo sull’irritazione di Palazzo Chigi, oggi si è “rallegrato” del vertice “andato bene”, facendo tuttavia una sia pur parziale marcia indietro rispetto ai toni possibilisti di domenica: “Il nostro auspicio è quello di una approvazione rapida di una buona riforma della giustizia come quella portata avanti dalla ministra Cartabia”.

Come muoversi nel perimetro strettissimo imposto da Draghi senza scontentare i duri e puri è il cruccio di queste ore di Conte. Che dall’ultimo fine settimana è al lavoro con i deputati per mettere a punto una serie di emendamenti. Non necessariamente con lo scopo di approvarli tutti, ma per marcare il terreno e valutare poi come procedere. L’obiettivo è sicuramente quello di correggere il testo, ma i paletti imposti da Draghi lasceranno poco spazio di manovra. Ecco che Conte sta studiando un modo per dare un segnale ai suoi, piantare una bandierina che non faccia storcere il naso a Palazzo Chigi. Da quelle parti nel frattempo si sta valutando di porre la fiducia, che azzererebbe le discussioni e che metterebbe nell’angolo l’ala ribelle M5s, una sorta di dentro o fuori in un voto che a quel punto sarebbe sull’operato del governo.

L’ex premier si tiene aperte tutte le possibilità, anche quella di far esprimere la basa con una votazione lampo, idea che al momento non sembra fare molta strada, per la contrarietà dei governisti M5s, per i quali tenere appeso il voto del partito all’espressione della base sarebbe uno schiaffo in faccia a Draghi. Prima, e ai ministri che nel Consiglio dei ministri hanno votato a favore del testo, e che continuano in un costante lavorio di sminamento del campo.

All’improvviso si è aperto un altro fronte per il presidente in pectore M5s. Quello relativo alla transizione ecologica. “Pieno sostegno al ministro Cingolani”, ha detto Conte uscendo da Palazzo Chigi. I parlamentari sono rimasti allibiti. Soprattutto tra quelli della commissione Ambiente, che da mesi contestano al titolare del Mite un approccio che “pensa più alla tecnologia che all’ecologia”. “Parole che non aiutano”, spiegano riferendosi alla battaglia per orientare le attività del ministero. Carne al fuoco per l’assemblea congiunta che si terrà domani sera. La prima con il nuovo leader.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia