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Cartabia non boicotti la firma digitale

Il governo Draghi è nato per un salto di qualità nella gestione dell’emergenza sanitaria e per il rilancio socio-economico. Nelle dichiarazione programmatiche del presidente del Consiglio non c’è stata menzione dei diritti civili e politici ma è innegabile che dopo oltre un anno di limitazione di libertà personale vada da sé che costruire un futuro dopo la pandemia non possa che far tesoro della dimensione del OnLife che ci ha consentito di proseguire con moltissime attività malgrado le misure di confinamento.

Pare però che l’autorevolezza di Draghi, e di molti dei suoi ministri non provenienti da partiti politici, non sia riuscita a evitare che il primo “tecnico” di passaggio (nel caso di specie magistrato fuori ruolo) investito di una questione faccia risorgere l’azzeccagarbuglismo contro le riforme necessarie. Riforme peraltro già decise dal Parlamento.

Accade infatti che un emendamento al decreto semplificazioni a prima firma del radicale Riccardo Magi, presidente di Più Europa, che consentirebbe da subito, anziché dal 1 gennaio 2022 come già previsto dalla legge bilancio 2020, la sottoscrizione online di proposte di legge d’iniziativa popolare e referendum sia al centro di una serie di “riformulazioni” del Ministero della Giustizia.

La nuova versione limiterebbe la possibilità di sottoscrizione online esclusivamente alle persone con disabilità e andrebbe a creare ulteriori passaggi di certificazione cartacea che cancellerebbero gli aspetti digitali del meccanismo. Se il Ministero della Giustizia dovesse insistere con questa nuova versione la Repubblica italiana tornerebbe a imporre “ostacoli irragionevoli” al pieno godimento dei diritti civili e politici nel nostro Paese.

Nel 2019 infatti, le Nazioni Unite hanno richiamato il governo italiano al pieno rispetto dei propri obblighi internazionali disattesi in occasione di una campagna referendaria del 2013. Tornare alle carte bollate o circoscrivere la sottoscrizione a chi ha disabilità, in un Paese la cui età media è tra le più alte al mondo e ancor di più in una fase storica dove si prevedere l’acuirsi dei contagi del virus in virtù di nuove varianti sarebbe disattendere totalmente i rilievi dell’ONU.

Come ha ricordato qualche settimana fa Marco Gentili, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, in una lettera aperta alla Ministra Cartabia:

“Le procedure di raccolta firme per referendum e iniziative popolari, previste da una legge del 1970 – quando internet non esisteva neanche come parola! -, sono state giudicate dall’ONU contrarie al diritto a partecipare alla vita pubblica a causa di ‘irragionevoli restrizioni’ che ostacolano l’azione dei Comitati promotori. Le firme devono infatti esser autenticate e successivamente certificate da pubblici ufficiali o funzionari con modalità che non includono le possibilità tecnologiche già riconosciute dal nostro ordinamento in ambito digitale né quanto previsto dalla Commissione europea relativamente alla sottoscrizione online delle iniziative dei cittadini europei”. 

Le denunce dell’ONU fanno seguito a un ricorso depositato da Mario Staderini e Michele De Lucia, curato dal Professore Cesare Romano. Nel dicembre 2020 sono state adottate le prime misure di riparazione di quanto denunciato dalle Nazioni unite, prevedendo la possibilità di firmare referendum e leggi popolare con modalità digitali, e il ministro Colao ha immediatamente avviato tutte le procedure necessarie per dar seguito a tali decisioni andando incontro alle necessità della raccolta firme in corso.

In attesa dell’entrata in funzione della piattaforma governativa a cui il ministro Colao sta lavorando, di concerto con lui e i suoi uffici, che da subito hanno manifestato interesse e disponibilità ad accelerare la “transizione digitale” anche in questo ambito, sono state formulate alcune disposizioni che specificano le caratteristiche della piattaforma governativa e prevedono la validità da subito delle firme digitali raccolte dai Comitati promotori attraverso i servizi forniti da enti certificati e abilitati da Agid. 

Quella soluzione, tanto semplice quanto efficace e in linea con il progresso tecnologico già riconosciuto rispondente ai requisiti di legge, è stata presentata in forma di emendamento dagli onorevoli Magi, Radicali/Più Europa e Noja, Iv e sottoscritta dai capigruppo di Lega e M5s in Commissione Affari costituzionali, Igor Iezzi e Vittoria Baldino, Nicola Fratoianni (Si), Massimo Ungaro di Iv, Giuditta Pini, Francesca La Mara e Angela Schirò, PD e Giuseppina Versace di Fi. 

La riformulazione del Ministero della Giustizia, rivista recentemente (in peggio!) bloccherebbe questo consolidamento di “transizione digitale”  verso la democrazia. 

L’ultimo podcast della Corte Costituzionale affronta l’accesso a internet come diritto da garantire con addirittura una modifica della Carta come proposto nel 2010 da Stefano Rodotà. Sarebbe molto grave se un governo che gode di ampia fiducia dentro e fuori dai palazzi dovesse ostacolare il pieno godimento di quanto previsto dalla nostra Costituzione all’articolo 75 (e non solo) ritenendo attuali norme di 50 anni fa. Leggi dichiarate contrarie al diritto internazionale dalle Nazioni unite, che vietano quanto consentito dal progresso tecno-scientifico e le sue applicazioni.

Da tre giorni è in corso un digiuno a staffetta, guidato da Lorenzo Mineo che assieme ad altri ha coordinato la stesura dell’emendamento riformatore, per chiedere alla Ministra Cartabia di togliere il veto all’emendamento che dovrebbe esser votato questa settimana in Commissione.

Si tratta di una questione pienamente politica e non tecnica, come vorrebbe far pensare chi la sta riformulando, e che va contro gli obblighi internazionali della Repubblica italiano e, ultimo ma non ultimo, rischia di boicottare la raccolta di firme in atto per chi non dispone di migliaia di autenticatori di partito. Cartabia ci ripensi.

 
 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia