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Anche la tegola “Pegasus” su Orban. Ma Bruxelles alza le mani

Un’altra tegola si abbatte sulla reputazione di Viktor Orban dal punto di vista del rispetto dei diritti umani, ma stavolta Bruxelles non ritiene di dover intervenire. Secondo un’inchiesta condotta da 80 giornalisti di 17 media a livello globale per ‘Forbidden Stories’, organizzazione giornalistica no-profit con sede a Parigi, e da Amnesty international, il governo ungherese avrebbe utilizzato il software Pegasus, prodotto dall’israeliana Nso, per spiare gli smartphones di attivisti e giornalisti. Si tratta dello stesso programma usato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per spiare persone vicine al giornalista Jamal Kashoggi, firma del Washington Post che il 2 ottobre 2018 entrò nella sede del consolato saudita a Instanbul senza più uscirne. Un’indagine della Cia accusa il principe saudita Mohammed Bin Salman come mandante dell’omicidio Kashoggi, ma già prima della sua morte Edward Snowden, l’ex contractor statunitense che ha rivelato documenti riservati della National Security Agency, aveva denunciato che il giornalista dissidente era sottoposto a sorveglianza con Pegasus.

Ora, grazie a questa inchiesta intitolata ‘Pegasus project’, si scopre che anche Orban avrebbe fatto uso dello stesso ‘spyware’ per controllare i dissidenti. Ben 17 media a livello globale, tra cui il Guardian e il Washington Post, hanno riportato la notizia: 50mila utenze telefoniche sarebbero divenute pubbliche e oggetto di potenziale sorveglianza, tra cui quelle di capi di Stato, oltre che attivisti e giornalisti. Utenze che sono risultate ‘consultate’ in Marocco, Azerbaigian, Bahrain, Ungheria, India, Kazakistan, Messico, Marocco, Ruanda, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

“Il Pegasus Project rivela come lo spyware della Nso Group sia un’arma a disposizione dei governi repressivi che vogliono ridurre al silenzio i giornalisti, attaccare gli attivisti e stroncare il dissenso, mettendo a rischio innumerevoli vite umane”, spiega Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International, in riferimento all’inchiesta mirata su Pegasus. Il sistema sarebbe stato usato anche per spiare Cecilio Pineda Birto, giornalista messicano ammazzato nel 2017.

Gli israeliani di Nso respingono le accuse, sottolineando che Pegasus serve per combattere criminalità e terrorismo e semmai qualcuno ha fatto un uso improprio del software. “No – ribatte Callamard di Amnesty – è evidente che la sua tecnologia facilita sistematiche violazioni dei diritti umani. Afferma di agire legalmente, mentre in realtà fa profitti attraverso tali violazioni”.

Anche il governo di Budapest smentisce. Il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, dice di non avere notizia “di alcuna presunta raccolta di dati”, sottolinea che i servizi segreti d’Ungheria non usano questo software e non hanno alcun accordo di cooperazione con la società israeliana Nso, che lo ha sviluppato. Ma il caso Pegasus non aiuta Orban, principale obiettivo della stretta europea contro i governi che nell’est Ue non rispettano i diritti. La scorsa settimana, il governo ungherese e quello polacco sono stati i destinatari di una lettera della Commissione europea che annuncia una procedura di infrazione per violazione dei diritti Lgbtq. I piani nazionali di ripresa e resilienza dei due paesi sono bloccati in attesa di chiarimenti sul rispetto dello stato di diritto. L’inchiesta Pegasus non aiuta Budapest, sebbene stavolta la Commissione europea non voglia intervenire.

“La sicurezza nazionale è una questione che riguarda gli Stati membri, che devono garantire il rispetto delle regole” e l’indagine sull’eventuale spionaggio col software Pegasus dei giornalisti ungheresi “spetta all’autorità nazionale sulla protezione dei dati. Noi seguiamo comunque la vicenda da vicino”, dice il portavoce della Commissione europea, Christian Wiegand, escludendo un’indagine dell’Esecutivo comunitario. Anche perché molto probabilmente si tratterebbe di indagare anche sull’azienda israeliana che produce il software e sul suo eventuale coinvolgimento nelle violazioni.

Intanto, i ministri degli Esteri dei paesi di Visegrad sono riuniti oggi a Komarom, in Ungheria. L’appuntamento vuole celebrare l’inizio della presidenza ungherese, dopo quella polacca, ma per Budapest e Varsavia è anche il tentativo di ricostituire il blocco nazionalista dell’est e richiamare Repubblica Ceca e Slovacchia, ultimamente meno attive sul fronte dell’invettiva contro l’Ue. Oggi però anche il premier polacco Mateusz Morawiecki, usa toni di mediazione, dopo l’ultima polemica sul regime disciplinare per i giudici, che la Corte Costituzionale polacca difende contro quelle che vengono definite ‘ingerenze’ da parte della Corte di giustizia Ue. Morawiecki esclude che la Polext. “La Polonia è parte dell’Unione Europea”, dice il primo ministro commentando le recenti dichiarazioni di Elzbieta Witek, presidente del Sejm, la camera bassa del Parlamento di Varsavia, che sabato scorso aveva detto: “Qui siamo in Polonia e non nell’Unione”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia