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Intervista a Glauco Giostra: “Al carcere serve una vera riforma, ma al governo c’è chi affossò la mia”

DiRed Viper News Manager

Lug 18, 2021

Il professor Glauco Giostra, ordinario di procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ci racconta di non essere fiducioso per una riforma dell’ordinamento penitenziario, come auspicato dalla Ministra Cartabia. Al Governo oggi ci sono le stesse forze politiche – Pd, Cinque Stelle e Lega – che per motivi diversi non fecero propria la parte più qualificata del lavoro della “Commissione per la riforma dell’ordinamento penitenziario nel suo complesso” da lui presieduta recependo gli stimoli e le riflessioni degli Stati Generali dell’esecuzione penale, istituiti tra il 2015 e il 2016 dal Ministero della Giustizia di Andrea Orlando.

Un lavoro immane: 245 pagine di proposte con un articolato normativo che aspettava solo i decreti attuativi. 10mila detenuti erano in sciopero della fame, capitanati dalla radicale Rita Bernardini, per chiedere che si corresse l’ultimo miglio ma il Governo Gentiloni abbandonò la gara. Come scrisse Massimo Bordin quando tutto quel lavoro fu archiviato: «La sconfitta del governo è tutta politica. Hanno preferito arrendersi allo scomposto berciare di Salvini e dei Cinque stelle senza nemmeno combattere. A meno di due settimane dalle elezioni diventa un segnale equiparabile al peggiore dei sondaggi». E infatti la sconfitta arrivò impietosa. Ora la Ministra Cartabia torna a parlare di una riforma organica del sistema carcere. Probabilmente riprenderà in mano anche i risultati della Commissione Giostra, ma il professor Giostra teme che non ci sono le condizioni politiche. Vediamo perché.

Professore, nel suo discorso a Santa Maria Capua Vetere la Ministra ha detto: «Ritengo che sia anche giunta l’ora di intervenire sull’ordinamento penitenziario e sull’organizzazione del carcere». Lei ha presieduto la Commissione che ha realizzato un vero articolato, che poi fu messo nel cassetto dal Pd per paura di perdere le elezioni. Oggi Lei ritiene che i tempi siano diversi da allora per poter pensare ad una riforma seria?
Spero molto, ma non credo. Sostengono l’attuale governo, in precarissima coabitazione, le forze politiche che non trovarono allora il coraggio per difendere le proprie idee e quelle che quelle idee respinsero recisamente. Se è possibile che le prime tornino ad impegnarsi per la loro riaffermazione, non credo che le altre possano abbandonare la raffinata ideologia del “chi sbaglia, paga”, “certezza della pena”, “sbattiamoli in galera e buttiamo le chiavi”, “deve marcire in galera”.

Il tema carcere è comunque tornato al centro del dibattito politico. Cosa ha provato nel guardare i video dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere?
Non riesco ancora a capacitarmi di tanta cinica, preordinata brutalità. Non meno inquietante è l’idea che sta dietro a quella spedizione punitiva, che nessun antefatto può giustificare. Mi sono tornate alla mente le parole del direttore del carcere nel film “Fuga da Alcatraz”: «Se disobbedisci alle regole della società, ti mandano in prigione. Se disobbedisci alle regole della prigione, ti mandano da noi. Noi non creiamo buoni cittadini. Però creiamo dei buoni detenuti». La nostra Costituzione vuole proprio invece che la pena tenda a restituire alla società dei buoni cittadini. Un obiettivo, per coloro che hanno subìto quel forsennato pestaggio, irreparabilmente compromesso. Anzi è verosimile che restituiremo alla società persone animate da un aggressivo rancore: se persino coloro che dovrebbero rappresentare lo Stato e il diritto ricorrono a ogni forma di sopruso per far valere le loro distorte ragioni, quale remora dovrebbero trattenere dal ricorrere alla violenta sopraffazione per raggiungere i propri obbiettivi coloro che su questa strada si erano già incamminati e che ora vi hanno incontrato addirittura i tutori della legalità?

Cosa pensa invece della visita della Cartabia e di Draghi nel carcere sammaritano?
Penso, anzitutto, che sia di per sé un’iniziativa dal grande valore simbolico: lo Stato non distoglie lo sguardo dalle ignominie commesse in suo nome. Ribadisce che non ci possono essere zone franche sottratte al diritto, meno che mai là dove lo Stato toglie la libertà a suoi cittadini per riaffermarlo, il diritto. Le parole usate dal premier e dalla ministra, poi, dimostrano la consapevolezza che non si tratta solo di un gravissimo ed isolato episodio da stigmatizzare e da punire, ma del preoccupante tralignamento di un sistema, che richiede, appunto, riforme di sistema.

Il Governo precedente ha parlato di ‘ripristino della legalità’. Ha detto che non poteva allontanare in autotutela gli agenti indagati perché, seppur conosceva i loro nomi, non sapeva il reato contestato. Che ne pensa di questo? Si poteva gestire diversamente la situazione?
La risposta è esattamente speculare a quella data alla domanda precedente. Non so dire se si trattò di condotta “colposa” o “dolosa”. Di certo, fu -come è da sempre del resto- quella su cui i violenti sopraffattori pensavano di poter far affidamento. Ma non mi interessa dare pagelle politiche. Anzi, questo è un terreno su cui vorremmo vedere meno bandierine partitiche e più conoscenza della realtà, meno interesse a coniare slogan elettoralmente redditizi e più impegno a creare le condizioni per fare in modo che il carcere torni ad appartenere alla comunità, accrescendone il livello di civiltà e di sicurezza ad un tempo.

Dovevamo vedere quei video dell’‘orribile mattanza’ per capire davvero cosa accade nelle nostre prigioni, non essendo quei fatti un caso isolato?
Se il carcere è il luogo della extraterritorialità legale e civile, lo dobbiamo proprio a questa rimozione sociale, a questa volontà di non sapere e di non vedere. Entro quelle mura segreghiamo le persone che hanno violato fondamentali regole della convivenza sociale, e con esse tutte le nostre paure. Poi, quando una evasione, una rivolta, una brutale repressione escono da quel pozzo d’ombra, torniamo nostro malgrado ad occuparcene con preoccupazione o con riprovazione per il tempo breve dell’attenzione mediatica. Spenti i riflettori, ci affrettiamo subito a risospingere quel mondo, con inconfessato sollievo, fuori dal nostro sguardo e dalla nostra coscienza. Fatalmente l’implicito messaggio sociale e politico che arriva ai responsabili di quel mondo mentre torna nel buio è: «Non importa come, ma non dateci più altri problemi, non turbate più la serena quotidianità della società libera e giusta».

La proposta della Commissione Giostra quale ruolo prevedeva per la polizia penitenziaria?
In una realtà carceraria come quella che abbiamo immaginato, in cui ai detenuti si dovrebbe richiedere ed offrire molto di più, il compito della polizia giudiziaria si farebbe ancor più delicato e complesso. Non un compito assimilabile a quello di altre forze dell’ordine, con la sola particolarità di essere svolto entro il perimetro delle mura di un penitenziario. Mentre le altre forze dell’ordine hanno l’arduo compito di assicurare delinquenti alla giustizia, le donne e gli uomini della polizia penitenziaria dovrebbero avere il non meno impegnativo compito, garantita la sicurezza di questi soggetti e da questi soggetti (usando metodi rispettosi della loro dignità, ma non imbelli), di collaborare con gli altri operatori del trattamento per cercare di riconsegnarli migliori alla società. Dovrebbero saper essere agenti di custodia e di recupero. Tanto che si era ipotizzato che dovessero seguire e controllare anche lo svolgimento di alcune delle misure alternative al carcere, in quella delicatissima fase di “convalescenza sociale” rappresentata dal graduale ritorno alla vita libera. Per questa complessa funzione, sin dagli Stati generali, si raccomandava che alla valorizzazione del ruolo corrispondesse una più impegnativa e multidisciplinare formazione professionale.

L’articolo Intervista a Glauco Giostra: “Al carcere serve una vera riforma, ma al governo c’è chi affossò la mia” proviene da Il Riformista.