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Vita, opere e miracoli di Lawrence: sulle orme del colonnello britannico

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Lug 17, 2021

Torna con 338171 T.E., il piccolo libro che Victoria Ocampo, scrittrice argentina di esclusive passioni letterarie, dedicò nel 1942 a Thomas Edward Lawrence, per la prima volta tradotto in italiano da Fausto Savoldi (Edizioni Settecolori, prefazione di Fabrizio Bagatti, 16 euro), il grande colonnello inglese, la cui vita fu come un romanzo, secondo la perfetta diagnosi dell’autrice da lui magneticante attratta: «Egli possedeva quel ‘gift of language’, quel dono del linguaggio che spesso perverte coloro che lo possiedono fino a diventare non uno strumento indispensabile, ma un fine a se stesso».

In Lawrence non era così: «Il pensiero e l’azione impegnati fianco a fianco, lo stile nella materia scritta e nella materia vissuta, lo stile nella scelta degli atti come nella scelta delle parola», coi rischi connessi, compreso l’estetismo di facciata col quale Thomas Edward è stato spesso confuso e frainteso, pagati tutti a caro prezzo. Ricordiamo in sintesi il suo tragico destino. Nacque a Tremadoc, in Galles, nel 1888, fra quattro fratelli. Studiò a Oxford: lingue classiche, civiltà antiche. Divenne archeologo e si recò in Siria per seguire degli scavi sull’Eufrate. Imparò l’arabo e, al ritorno, si offrì al governo inglese che lo utilizzò come ufficiale dei servizi segreti durante la Prima guerra mondiale. Al Cairo prese contatti con l’emiro Feisal, il futuro sovrano del nuovo vagheggiato Stato arabo, e organizzò le tribù indigene guidando una temeraria guerriglia contro i turchi che lo rese famoso. Fece saltare viadotti, nodi ferroviari. Conquistò sul campo l’incrollabile fiducia dei combattenti che per lui sarebbero stati pronti a gettarsi nel fuoco ottomano. Fu imprigionato subendo indicibili violenze. A Damasco, dopo la fine del conflitto, l’emiro Feisal fu rassicurato dal maresciallo Allenby, comandante in capo delle forze inglesi in Medio Oriente, che gli arabi avrebbero ottenuto quanto desideravano.

Pareva l’annuncio dell’agognato trionfo, la realizzazione di un sogno, ma il leggendario comandante, pur fra brindisi e salamelecchi, fiutò storto. Il deserto lo aveva cambiato. Non era più il romantico ragazzo innamorato dei castelli costruiti dai crociati in Terra Santa. Tutti lo consideravano un eroe che in realtà divenne davvero tale soltanto dopo aver sperimentato sulla propria pelle gli intrighi di Downing Street. Alla conferenza di Versailles il tradimento venne presentato in pompa magna a lui e ai suoi antichi compagni. La ragion di Stato calpestò il sentimento di un intero popolo. La vittoria si trasformò nella più cocente delle sconfitte. Thomas Edward Lawrence, stupefatto e allibito, si dimise dall’alto grado che ricopriva, rinunciò alla lucrosa pensione militare che gli spettava e si ritirò a vita privata dedicandosi alla composizione dei Sette pilastri della saggezza (citazione dal libro dei Proverbi compreso nel Vecchio Testamento), il resoconto delle sue avventure, forse l’unico vero grande romanzo epico del Novecento, sotto forma diaristica, pubblicato in tre redazioni sempre più ampie (1926, 1927, 1936). A rileggerlo oggi provoca l’impressione di un gioiello di vecchia dama: il pur scenografico film di David Lean, girato nel 1962 con Peter O’Toole nel ruolo di protagonista, è una lontana approssimazione rispetto all’opera originaria da cui è tratto.

Il titolo del prezioso studio di Victoria Ocampo fa invece riferimento alla seconda parte dell’esistenza di Lawrence, non meno intrigante e misteriosa: 338171 era infatti il suo numero di riconoscimento alla Raf. Nel 1922 l’ex colonnello aveva trentaquattro anni e si sentiva un angelo caduto. Il più profondo desiderio che lo animava corrispondeva alla volontà, spesso dichiarata, di espiare un’antica colpa, legata alla drammatica coscienza della propria incompiutezza. Come scrisse Albert Camus nel Mito di Sisifo (1942): «Cominciare a pensare è cominciare a essere minati». Poche righe dopo: «Noi prendiamo l’abitudine di vivere prima di acquistare quella di pensare. Nella corsa che ci precipita ogni giorno un po’ più verso la morte, il corpo conserva questo irreparabile vantaggio». Nel capitolo autobiografico dei Sette pilastri della saggezza, il CIII, che Ocampo giustamente definisce “la chiave del libro”, Lawrence aveva confessato: «Assoggettarsi agli ordini altrui consente di risparmiare la sofferenza dei propri pensieri, e di tenere in serbo carattere e volontà, conducendo senza dolore all’oblio dell’agire… Nella volontaria schiavitù stava l’orgoglio profondo del mio spirito malato, e nel dolore sofferto per gli altri il mio maggior premio».

Sembra la prefigurazione di ciò che avvenne qualche anno dopo quando l’antico condottiero decise di arruolarsi nell’aviazione inglese come semplice aviere. Al deposito di Uxbridge un sergente alzò gli occhi su quell’uomo esile e smunto chiedendogli l’identità. E lui rispose: John Hume Ross. Dopo qualche mese, scoperto, venne espulso. Non si perse d’animo. Ritentò con le truppe corazzate sotto il nome di T.E. Shaw e poi ancora nei reparti marinai dell’Aeronautica. Da questa seconda decisiva esperienza militare nacque The mint (zecca, matrice – uscito postumo per Garzanti nel 1955 come L’aviere Ross, storica traduzione di Agostino Lombardi, quindi riproposto da Adelphi più di quarant’anni dopo con il titolo Lo stampo, versione di F. Bovoli), altro libro capitale del Novecento: settanta capitoletti di tre, quattro pagine sulla vita di caserma.

Ogni parola è un sasso che non si può masticare, non si può mandar giù come se niente fosse. Ecco, infine, cosa restava del colonnello d’Arabia: «Gli avieri non possiedono nulla, hanno pochi legami, poche cure quotidiane. Per me, il dovere ora ordina soltanto lo splendore di questi cinque bottoni che ho davanti». Fu sempre estremo, anche quando nel 1935, a quarantasette anni, salì in motocicletta (una Brough Superior oggi visibile dietro una teca all’Imperial War Museum di Londra) e scivolò mortalmente a Cloud Hill, in una bella giornata di maggio.

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