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Sono una mamma e assumo microdosi di funghi allucinogeni. Ecco come sta cambiando la mia visione del mondo

Questo blog è apparso per la prima volta su Huffpost Us ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Di Christina Rivera Cogswell

Non siamo negli anni ’60 e io non sono una hippie. E non sono neanche un’adolescente o una ventenne in fase di sperimentazione. Eppure, eccomi qua: una mamma fatta di funghi. Non gli champignon che metto nell’omelette a colazione né gli shiitake secchi che reidrato in acqua calda per poi aggiungerli al ramen, no. Sono proprio quei funghetti che tutti conosciamo come “magici”.

Com’è possibile che una mamma di oggi, tra lavoro, commissioni varie e gruppi di lettura, si sia ritrovata tra le mani dei funghi allucinogeni? Domanda interessante, ma prima ce n’è una ancor più importante: come le è venuta l’idea di provare dei funghi allucinogeni?

Perché le droghe, specie gli psichedelici, non sono mai state il mio forte. Certo, anche io al liceo mi sono ritrovata a far girare una canna di dubbia provenienza su un terrazzo durante una festa. Ero anche velocissima a sparire senza salutare, barcollando sulla strada del ritorno – il mio cervello da diciassettenne era già iperattivo di suo, non c’era bisogno di amplificarne le paranoie adolescenziali.

E poi, verso la fine degli anni ’80, alla TV americana mandavano di continuo una “pubblicità progresso” in cui un tizio, con le maniche arrotolate e l’aria da poliziotto cattivo, stringeva in una mano una padella bollente e con l’altra rompeva un uovo come fosse una testa sul cemento, fissando gli spettatori con uno sguardo raggelante mentre in sottofondo uno scatto e uno sfrigolio ci ricordavano quello che succedeva al “cervello sotto effetto di droghe”. Per indole ero una che seguiva le regole e quelle immagini non mi lasciarono indifferente.

Quindi perché proprio adesso? Perché, a 44 anni, ogni mattina mi sveglio e stacco un pezzetto dal gambo di uno Psilocybe cyanescens? Il primo istinto sarebbe quello d’incolpare Michael Pollan e il suo saggio “Come cambiare la tua mente”, perché soltanto un nerd della scienza poteva farmi passare al lato oscuro. Ma a dirla tutta “il lato oscuro” è sempre stato il mio preferito, ci ho solo messo 44 anni ad accettarlo.

Lato oscuro, aggiungerei, che non si merita la sua cattiva reputazione. Anzi, direi persino che la società è ossessionata da certe stronzate da psicologia positiva – ma questo meriterebbe un altro articolo. Quando dico “lato oscuro” intendo, ad esempio, i sogni in cui ci avventuriamo ogni notte per poi ignorarli alla luce del giorno. Mi riferisco al cielo notturno in cui occupiamo un singolo pianeta degli otto che girano intorno al sole, appartenenti a un sistema oltre il quale – secondo gli astronomi – potrebbero esserci miliardi di altri mondi. Parlo dell’oscurità della nostra assurda esistenza – e del suo perché.

D’altronde, fare domande è nella nostra natura. Tutti i giorni, mi destreggio tra quelle dei miei figli:

“Mamma, quand’è nato il primo bambino della storia”? chiede mia figlia.

“Mamma, che succede quando moriamo?”, vuol sapere mio figlio.

“Mamma, secondo TE cos’è Dio?”, domandano mentre arrotolano una matassa di spaghetti sulla forchetta. 

Sono domande che, a me, sembrano le più importanti nel nostro mondo tra miliardi di mondi, eppure non capisco perché i miei figli di 5 e 8 anni siano le uniche persone che conosco a porsele. Non fosse che siamo sempre di corsa e io sono altrettanto colpevole quando scelgo di trascurarle. 

Perché per trovare una risposta dovrei smettere di tagliare le carote, smettere di dar da mangiare al cane e smettere di leggere i messaggi di mio marito che mi dice a che ora pensa di rientrare. Sono domande che richiederebbero una coperta e un divano o magari un’amaca e un sacco a pelo sotto il cielo stellato. Richiedono distensione, fiducia e tutta la capacità della mia immaginazione. E invece che risposta rifilo ai bambini? “Nessuno lo sa, amore”. E continuo a tagliare carote.

Probabilmente rallentare è il vero scopo della mia decisione di smangiucchiare gambi di funghi magici. E voglio essere chiara, sono abbastanza sicura che “smangiucchiare gambi” sia un approccio molto poco professionale. Ho iniziato a sentir parlare di microdosing, l’assunzione di dosi molto ridotte di una droga o di una sostanza, più o meno quando la psilocibina (l’ingrediente attivo dei funghi allucinogeni) è stata depenalizzata in Colorado e legalizzata in Oregon.

Ho amici che conoscono entrambi i volti della terapia (c’è chi assume e chi cura con la psilocibina) che dicono meraviglie dei primi trial clinici in cui si è riscontrata un’attenuazione dei sintomi di ansia e depressione. Ho anche sentito parlare di una ragazza del posto che fa le cose “per bene”. Incapsula i funghi secondo precisi calcoli, grazie a strumenti precisi, e poi organizza delle esperienze guidate molto soft per i neofiti come me. Ma, dopo aver lavorato come guida nell’apprendimento esperienziale per oltre 16 anni, sono parecchio stufa delle esperienze guidate. Quindi continuo a smangiucchiare psilocibina nella mia personale ribellione “gentile”. 

Ora, se siete tra quelli che accostano quando mio figlio di otto anni percorre i sei isolati dall’ufficio di mio marito a casa nostra solo per chiedergli “Dov’è tua madre!?”, consentitemi di rassicurarvi sul fatto che non mi faccio dei veri trip con questi funghi. E sebbene su di me l’effetto immediato più evidente sia meno forte di una tazza di caffè (che non bevo perché mi fa tremare e mi rende insonne), riservo le mie microdosi a quelle giornate lente, quando i bambini sono già a scuola e mi aspettano ore e ore da dedicare alla scrittura (ambito in cui la psilocibina aiuta).

Lo scopo del microdosing, dopotutto, non è farsi un viaggio. È difficile definire gli effetti esatti o gli scopi del microdosaggio di psilocibina perché gli studi scientifici sono ancora in corso. I ricercatori vi si sono dedicati solo negli ultimi dieci anni, e i risultati sono ancora parziali.

In genere, un microdosaggio viene considerato “subterapeutico” senza effetti collaterali avversi. Ma secondo alcuni riscontri aneddotici potrebbe esserci una risposta cellulare che agisce sull’umore e sulla salute in maniera analoga ai dosaggi più alti (per cui esistono tantissimi studi scientifici con risultati sorprendenti). Nella mia esperienza con la psilocibina, inclusi gli ultimi sei mesi in cui ho assunto microdosi regolarmente, non ho riscontrato effetti allucinogeni. (O meglio, non ancora. Perché in effetti, il mio piano a lungo termine è una macro dose). Ma una cosa l’ho imparata in questi 44 anni: rallentare.

Quindi, qual è il mio obiettivo? Il mio obiettivo si ispira al titolo di un paragrafo nel sesto capitolo del libro di Pollan “Fine vita”.

Pollan scrive dei pazienti oncologici che assumono psilocibina (in dosaggi allucinogeni) per affrontare la morte imminente con un approccio psichedelico. E secondo studi preliminari, funziona: “Nei trial condotti dalla New York University e dalla Hopkins, circa l’80% dei pazienti ha riportato riduzioni clinicamente rilevanti nei livelli standard di ansia e depressione”.

Perciò mi domando: se i pazienti malati di cancro possono far pace con l’idea della propria morte, io posso affrontare in maniera simile la mia angoscia esistenziale per l’imminente sesta estinzione di massa sulla Terra? Cosa succederebbe se provassi a guardare negli occhi la mia stessa estinzione? Esiste un regno in cui posso scendere a patti con la qualità e la quantità degli anni che i miei figli e i loro discendenti dovranno fronteggiare in vista della prossima crisi climatica?

Se non avete figli, immaginate di andare a letto ogni sera con questo elefante che vi pesa sul petto. Perché per me è così: rimbocco le coperte a mia figlia e lei chiude gli occhi e sorride, perché crede di sapere cosa sia la pace. E quando ha gli occhi chiusi, e le coperte tirate fin sotto il mento, io penso: Che cosa ho fatto? Cosa abbiamo fatto? Questo è il futuro che la attende… non sono sicura che valga la pena viverlo. 

Non so da dove venga l’istinto materno di mia figlia (perché io non ce l’avevo da piccola), ma dice spesso che, tra tutti i suoi desideri per il futuro, vorrebbe “diventare mamma”. Come e quando le dirò che la Terra non è stabile ed è già oberata dal numero di esseri umani che la abitano?

So che mia figlia sente cambiare la sua idea di pace. Ha avvertito un fremito lo scorso autunno, di fronte alle colonne di fumo nero degli incendi che ha visto divampare dai tetti di casa nostra. Lo ha avvertito quando abbiamo dovuto annullare la sua festa di compleanno per colpa di una pandemia che ha già ucciso 3,8 milioni di persone.

E poi ci sono quei sussulti che avverte tramite me. Il cambiamento del clima in Colorado, passato a una “nuova normalità” fatta di siccità perenne. L’incerto futuro degli avocado e dei lamponi che tanto adora, minacciati dallo spopolamento degli alveari da parte delle api che impollinano i frutti. Le lacrime di sua madre per gli uccelli canterini caduti dal cielo durante la migrazione. Usignoli gialli, rondini e acchiappamosche verdi e viola, morti d’inedia a migliaia. Sono caduti in Arizona dopo aver attraversato i cieli del Colorado. I cieli di mia figlia.

Di recente, ho ricevuto il mio ultimo lotto di funghi da un amico fidato di un amico fidato, che li coltiva a scopi terapeutici in Oregon. Mio marito voleva tritarli e incapsularli, ma non gliel’ho permesso. È una vera e propria famiglia di funghi: una nonna fungo enorme, alta circa sette centimetri, con il suo cappello ondulato che si estende a proteggere più di 13 gambi e cappelli più piccoli, di varie altezze. Questa famiglia di gambi condivide un apparato radicale poroso – che non sono sicura sia edibile. 

Il mio attuale metodo di microdosaggio consiste nello strappare un fungo, dopo avergli chiesto il permesso ovviamente (perché sotto sotto, forse, sono un po’ hippie), e mordicchiarne il gambo. Mi piace immaginare che tra noi – tra me e il piccolo bosco – ci sia già un’affinità, perché amo il loro odore come i feromoni della prima cotta: legnoso con una nota dolce e una consistenza farinosa. 

Prima mordo con gli incisivi, assaporo bene il mio bocconcino, lo macino con i molari per assorbire i sapori più intensi sul retro della lingua, e poi deglutisco. Dopodiché vado avanti con la mia giornata. L’effetto, su di me, è così discreto che spesso me ne dimentico completamente, tranne – tranne – quando noto un luccichio nell’erba alta cosparsa di neve. O quando, all’improvviso, sento tutti i richiami degli uccelli che incrocio sulla strada. O mi ritrovo a osservare per cinque minuti una cincia che saltella sui rami di un abete, prima di risvegliarmi dall’incantesimo. Oppure mi accorgo di un andamento o di un vezzo in ciò che scrivo, e mi domando se lo avrei notato anche senza funghi. 

Quando noto questi dettagli, non sono in preda a un’allucinazione. Sto solo osservando il mondo. E sospetto che queste intuizioni, i nuovi percorsi che si formano nel mio cervello, mi stiano guarendo da una certa ansia ristagnante.

Da quando ho iniziato col microdosaggio, le frequenze più alte delle mie paure esistenziali si sono abbassate. Non so se sia normale ma spesso, il giorno dopo, per un attimo sento che le cose si riequilibrano. In quel secondo, non mi sento triste, sopraffatta, arrabbiata, sola o disperata. In quel secondo, sono colei che perdona e colei che viene perdonata al tempo stesso. È un lampo, che va via veloce com’è arrivato. Ma lascia una tenue impronta – come quella di una lepre sulla neve.

Il dottor Robin Carthart-Harris, a capo del gruppo di ricerca sugli psichedelici dell’Imperial College di Londra, ha paragonato gli effetti degli psichedelici sul cervello a quelli di una palla di vetro che viene agitata: “La scuoti e c’è disordine. Ma poi la neve si posa di nuovo”. Ha spiegato che un cervello in preda a schemi patologici può trarre beneficio dalla riorganizzazione. 

E questi nuovi percorsi sono proprio quello che cerco. Un rito di passaggio. Non un rito che mi faccia penetrare ancora di più nella cultura umana, ma un passaggio che mi faccia penetrare nella natura. Un sacramento. Un’esperienza spiritualmente significativa – che poi è il modo in cui i popoli indigeni del centro America e del Messico hanno utilizzato la psilocibina per secoli.

Non intendo sostenere le droghe in quanto tali. “Non drogatevi”, dico (e a gran voce), quando ce n’è bisogno. Quello che difendo è il cambiamento radicale di ciò che riteniamo importante, un’esplorazione consapevole del buio che ci circonda, e l’accoglienza di tutto ciò che ci avvicina alla nostra natura di esseri naturali. 

Nel mio studio della psilocibina ho imparato tante parole nuove. Gli psichedelici si indicano anche con i nomi entactogeni (generatori di contatto interiore), empatogeni (generatori di uno stato di empatia), e poi il mio preferito: enteogeno (che contiene Dio al suo interno). Non penso che la psilocibina sia il solo modo per raggiungere simili effetti, ma credo che i nostri ristagni neurali, alimentati da una vita di condizionamenti capitalistici, abbiano bisogno di una scossa sismica. 

Una volontaria partecipante allo studio della NYU ha parlato della sua esperienza psichedelica in questi termini: “È come se conoscessi un’altra lingua”. Ho come la sensazione che ciò di cui abbiamo bisogno – come specie che ha perso di vista il contatto, la connessione empatica e l’allineamento mistico con tutte le altre specie del pianeta – sia proprio un nuovo linguaggio.

Carl Jung ha scritto: “Il pomeriggio della vita è pregno di significato proprio come il mattino”. La ricerca di un senso è importante quando siamo giovani e accumuliamo esperienze, ma è altrettanto necessaria e indispensabile da adulti. 

Direi anzi che la ricerca di un senso è ancor più fondamentale, accelerata da un’urgenza pressante, in vista dell’imminente morte ecologica a cui assisteremo nei prossimi cinque, dieci, venti, cinquant’anni. Jung si è spinto oltre, giungendo alla conclusione che nell’ultima parte della nostra vita siamo destinati a fare cose per noi stessi, per la società, per il bene della nostra anima. 

La luce del pomeriggio di cui parlava Jung ci investe collettivamente proprio in questo momento.

Stamattina, quando i bambini hanno aperto la porta per uscire e andare a scuola, mi sono accorta che alle loro spalle ogni cosa scintillava. Non ero sotto effetto di psilocibina. Era uno di quegli eventi rari – che suppongo accadano più in Colorado che in qualsiasi altro posto – in cui c’è il sole eppure nevica. Il cielo era di quell’azzurro sorprendente possibile solo quando il clima ad alta quota è secco, dove non c’è nulla a confondere i colori e l’orizzonte. Eppure, stava nevicando. Fiocchi grossi che soffiavano, sospetto, da una nuvola solitaria che si stava nascondendo dietro casa nostra. Sono uscita in balcone sotto quella cascata di cristalli cubici, e ho cercato la nuvola, ma senza trovarla. 

L’effetto dei fiocchi di neve alla luce del sole, se non l’avete mai visto, è uno spettacolo da non perdere. Immaginate ogni angolo di un cristallo di ghiaccio che riflette la luce di quell’enorme stella fiammeggiante del nostro sistema solare. E poi moltiplicatelo per un miliardo. L’effetto è impressionante. Sono tornata dentro e ho messo in infusione il tè senza staccare gli occhi dalla finestra. Poi mi sono seduta a osservare. 

È stato come se mi fossi fermata per la prima volta da quando sono diventata madre. E mi sono chiesta se posso davvero mantenere un equilibrio. Tra luce e buio, tra dolore e gratitudine, tra neve e sole. Non ho trovato una risposta. Mi sono limitata a farmi la domanda.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia