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Intervista a padre Camillo Ripamonti: “Parlamento complice dei torturatori, crimine contro umanità trasformato in male minore”

DiRed Viper News Manager

Lug 17, 2021

Migranti, profughi, rifugiati. I più indifesi tra gli indifesi. Il mondo dei senza voce senza diritti. Il mondo degli esclusi, degli “invisibili”. Quel mondo sofferente che padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, conosce dal di dentro come pochi altri. Da questa esperienza e dalle profonde riflessioni che ne conseguono, nasce La trappola del virus. Diritti, emarginazione e migranti ai tempi della pandemia (Edizioni terra santa) scritto assieme a Chiara Tintori. Il libro, scrivono gli autori ha “l’umile ambizione di essere una sorta di vaccino alla globalizzazione dell’indifferenza, un virus di cui siamo affetti tutti”.

Considerazioni che acquistano una straordinaria attualità politica alla luce del voto con cui la Camera dei deputati ha dato il via libera al rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Quello del presidente del Centro Astalli è un possente j’accuse: “Quel voto – dice a Il Riformista – è un grave errore che si paga col prezzo di vite umane”. E ancora: “Siamo passati dall’indifferenza alla complicità”. E in questa intervista spiega il perché.

Con trenta contrari, la Camera dei deputati ha dato via libera, a stragrande maggioranza, al rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Padre Ripamonti, che valutazione dà di questo voto?
È stato un errore, un errore grave che se nell’immediato può essere risolutivo, resta comunque un errore che si paga al prezzo di vite umane che, molto speso, vengono riportate in Libia. In questo senso, i numeri dell’Oim sono molto chiari: nei primi 6 mesi del 2021 sono aumentati di moltissimo i rimpatri attuati dalla Guardia costiera libica. Il costo di questo “sì” del Parlamento italiano è molto alto sulla dignità di queste persone che in quei centri di detenzione vedono calpestati i più elementari diritti umani. Persone, tra cui anche donne e bambini, che subiscono violenze inaudite, torture, abusi sessuali. Il costo di questo voto è altissimo in termini di prezzo da pagare da parte di decine di migliaia di persone, le più fragili.

A proposito di questo. Video choccanti, testimonianze drammatiche, denunce documentate delle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali e delle stesse agenzie Onu, come Unhcr, Oim, Oms. Nessuno può più dire: non sapevo.
Io credo che siamo ormai nella fase della complicità. Siamo complici di molte morti delle quali ormai non possiamo più dire non sapevamo, non potevamo trovare un’alternativa al nostro modo di comportarci. Il nostro Paese, e l’Unione Europea nel suo insieme, sta portando avanti queste politiche di esternalizzazione e di contenimento che non sono politiche lungimiranti perché non fanno altro che rimandare il problema, rendendoci complici di situazioni sulla vita delle persone, sulla loro stabilità. C’è un limite a tutto. Anche all’ipocrisia e alle lacrime di coccodrillo. Nessuno può più sostenere “non sapevo”, e ancor meno ciò è consentito a quanti svolgono importanti ruoli istituzionali e politici.

Cambiano i governi, variano le maggioranze, si succedono primi ministri, ma sui migranti la linea sostanzialmente resta la stessa…
Purtroppo sì. C’è stato un tempo in cui sul sostegno delle persone più fragili, più vulnerabili, si facevano politiche contrapposte. In questo momento, invece, si è visto che fare delle politiche a favore delle persone più svantaggiate, fa perdere i voti. Perché siamo in una società sempre più ripiegata su se stessa. Una società sempre più attratta dall’interesse individuale piuttosto che dallo sguardo di orizzonte, che è uno sguardo di solidarietà. Purtroppo c’è questa omologazione delle forze politiche. Per fortuna, penso ai 30 che hanno votato “no” in Parlamento, c’è ancora qualcuno che ha una coscienza critica. Resta il fatto, grave, preoccupante, dell’inseguire il voto del momento, piuttosto che fare politiche di largo respiro, che vadano nella linea della solidarietà e della costruzione di società sempre più coese.

“Siamo tutti sulla stessa barca”; “Tutti uniti nella guerra al Covid”….Padre Ripamonti, quanta retorica c’è in queste affermazioni? Ai tempi della pandemia, gli indifesi lo sono ancor di più, così come i poveri.
Il Papa lo ha detto in modo molto chiaro: dalla pandemia o si esce migliori o il rischio è anche che se ne esca peggiori. Dipende da noi questa scelta. Purtroppo le avvisaglie di queste prime decisioni anche in ordine ai migranti e più in generale alle persone più fragili, sembrano confermare che siamo ripartiti dal punto in cui c’eravamo lasciati, piuttosto che immaginare un mondo nuovo, un mondo più a misura d’uomo sulla dignità e i diritti.

A chiedere la fine del finanziamento alla Guardia costiera libica è stato, compatto, quel mondo solidale, di cui il Centro Astalli è parte attiva, fatto di associazioni, gruppi di base, movimenti della società civile. C’è chi liquida il tutto sostenendo che è “solo testimonianza”. Ma qual è oggi il valore della parola “testimonianza”?
Ha il valore di dire “io non sono d’accordo”, not in my name. Tengo la posizione rispetto ad un principio, ad un ideale, ad una dignità della persona che non può essere sacrificabile. Lo dice anche papa Francesco nella Fratelli tutti: il rischio è che ci siano oggi delle persone sacrificabili per degli interessi. Non può essere così. Non ci sono persone sacrificabili. E allora essere in piazza, testimoniare appunto il proprio disaccordo su queste questioni, dice che non siamo disposti a sacrificare la dignità delle persone, perché il rischio è che sacrificando la dignità di alcune persone si indebolisca poi la dignità di tutti noi.

Il Centro Astalli aveva rivolto un accorato appello ai parlamentari perché non votassero il rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Del voto si è detto. Ma quali politiche alternative andrebbero messe in campo?
Le abbiamo indicate da tempo: un’operazione di ricerca e soccorso in mare con regole di ingaggio volte espressamente al salvataggio dei naufraghi e all’approdo in un porto sicuro che non può essere la Libia. La via da seguire è l’apertura strutturale di canali umanitari per chi scappa da guerre e persecuzioni e visti legali per quote stabili e adeguate di migranti di cui si faccia carico l’Ue con una distribuzione equa e razionale tra tutti gli Stati membri. Quello che si chiede è un cambio di visione, e di politiche che rimettano al centro dignità e diritti dei migranti che cercano di giungere in Europa. Purtroppo il voto del Parlamento di cui stiamo parlando non va in questa direzione.

In precedenza si è fatto riferimento alle responsabilità della politica. Ma quanto c’è, di responsabilità, in questa indifferenza che si trasforma in complicità, da parte dei media. Ormai le tragedie in mare, il dramma dei lager libici, non sembrano fare più notizia, salvo rare eccezioni.
È tutto collegato. Un certo tipo d’informazione ha alimentato la paura dell’opinione pubblica, che ha spostato e sposta l’asse della politica, per cui abbiamo visto che né da destra né da sinistra ormai si fanno scelte coraggiose in termini di migrazione. Tutto si tiene e tutto si alimenta fino a far diventare quasi una routine il fatto che delle persone muoiano in mare oppure vengano torturate in centri di detenzione in Libia. Perché quello che dovrebbe essere un crimine contro l’umanità lo si è trasformato in una sorta di male minore, di “effetti collaterali”, e quindi l’opinione pubblica non si lascia più attivare da queste notizie. Il tutto si autoalimenta nel tempo, e quindi non fanno più notizia neppure dieci, cento bambini morti, situazioni che in passato ci lasciavano sgomenti.

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