• Dom. Set 19th, 2021

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L’insostenibile paradosso della fortuna

LONDON, ENGLAND - JULY 11: Marcus Rashford of England looks dejected after hitting the post in their team's third penalty as Gianluigi Donnarumma of Italy celebrates in a penalty shoot out during the UEFA Euro 2020 Championship Final between Italy and England at Wembley Stadium on July 11, 2021 in London, England. (Photo by Andy Rain - Pool/Getty Images)

Marcus Rashford ha aspettato a lungo. Dopo il fischio dell’arbitro, è rimasto qualche secondo in posizione centrale, qualche metro dietro il pallone. Poi ha cominciato una lenta rincorsa: si è spostato a sinistra, ha accelerato, poi rallentato, e infine ha calciato. Il portiere, Gigi Donnarumma, spiazzato, si è buttato a sinistra; il pallone si è stampato sul palo opposto ed è uscito. Questione di millimetri: qualche millimetro più in là, e la palla dopo aver colpito il palo sarebbe entrata; una differenza di qualche frazione di millimetro nell’impatto tra palla e piede, e le cose sarebbero andate diversamente. E quanto.

“Ogni cosa succede per una ragione”, amano dire certe persone. Se l’Inghilterra ha perso è per via della sua arroganza, del suo “It’s coming home”, del karma che li punisce per la Brexit. Se l’Italia invece ha vinto, è perché è stata premiata dopo un anno di grande sofferenza, perché la squadra è stata più umile e unita, perché è giusto che il Campionato europeo lo vinca una nazione che fa parte dell’Unione europea. E ora onore e slancio per l’Italia, candidatura al pallone d’oro per Jorginho o Donnarumma con quotazioni che si impennano, unità nazionale ritrovata; e, dall’altra parte, umiliazione e disdoro per i vecchi e arroganti colonialisti inglesi, beffe a Boris Johnson e persino al principino George, minacce e insulti per i calciatori che hanno sbagliato i rigori finali. Questione di millimetri.

Il nostro cervello è fatto per vedere i collegamenti, trovare cause ed effetti, stabilire relazioni. Il mondo ai nostri occhi è fatto di segnali, di significati, di senso: tutto deve averne. Insomma, dobbiamo trovare una spiegazione a tutto: e se non la troviamo, allora non vuol dire che non c’è, ma che non stiamo guardando abbastanza bene; che siamo miopi, non sciocchi. Prendiamo ad esempio la nostra conoscenza dell’universo: oggi pensiamo che il 95% dell’universo sia a noi invisibile e intangibile, ma siamo convinti che sia così perché… Altrimenti i nostri calcoli sarebbero sbagliati. Quindi ci deve essere qualcosa che ci sfugge; non può essere che ci sbagliamo.

LONDON, ENGLAND - JULY 11: Marcus Rashford of England hits the post from their team's third penalty in a penalty shoot out during the UEFA Euro 2020 Championship Final between Italy and England at Wembley Stadium on July 11, 2021 in London, England. (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

 

Si potrebbe pensare che tutto ciò sia nella nostra natura, ma a pensarci bene forse non è così. Probabilmente i nostri antenati non avevano questa fregola per trovare le ragioni, i significati: per loro le cose accadevano e basta. Fu solo a partire da quella che viene chiamata la “rivoluzione culturale”, circa 70mila anni fa, che lentamente fu via via più necessario trovare un significato alle cose – e da lì nacquero gli spiriti e poi gli dèi quali cause di ciò che non si poteva spiegare – e poi di dargli un senso, cioè un ruolo in una sovrastruttura universale – e da lì i monoteismi e le varie filosofie sistematiche. Ma oggi che abbiamo “ucciso Dio” a tutte le cose deve essere dato un significato e un senso terreno: devono essere trovati cause e responsabili; effetti e meritevoli.

Pare una discussione “filosofica” – e in effetti è così – ma ha molteplici e profonde conseguenze pratiche. Se ogni cosa accade per una ragione, infatti, allora vuol dire che premi e punizioni sono di massima “meritati”. Si pensi, tanto per stare nella cronaca, alle vicende di Santa Maria Capua Vetere: a come molti abbiano in parte giustificato le violenze della polizia perché rivolte a “criminali” che in fondo “se lo meritavano”. Si pensi alla discussione sul greenpass, e come per molti renderlo obbligatorio per l’accesso ad alcuni servizi sia giusto perché chi si è vaccinato è una persona ragionevole e quindi meritevole, mentre chi non lo è in fondo è uno zotico anti-scientista e quindi si merita di rimanere recluso in casa e non avere le stesse opportunità.

La realtà però – che tanto ci infastidisce vedere – è che nelle carceri ci sono tante persone innocenti, e tra i non vaccinati tante che non hanno potuto proteggersi o che la vita ha colpito e reso scettici. Si pensi alla sorte di un immigrato maliano che, per sfuggire alle bande armate del suo Paese, parte per un viaggio pericolosissimo, arriva in Italia, vive di espedienti e viene – magari senza colpa alcuna – arrestato in una retata anti-droga e messo in carcere cautelare, senza acqua ed esposto al covid, e poi viene pure pestato dalle guardie: se lo è meritato? Si pensi alla sorte di un giovane che vorrebbe vaccinarsi ma sta ancora aspettando il suo turno; o quella di una madre che ha visto una figlia ammalarsi o persino morire per combinazione poco dopo una vaccinazione e che quindi ora rifiuta il vaccino: si meritano di restare confinati in casa mentre gli altri si divertono, e magari essere biasimati?

Più avanziamo con la nostra conoscenza del mondo, più ci sembra evidente il ruolo preponderante del caso, della fortuna. Tra le cose scoperte di recente: la metà della differenza di reddito nel mondo si spiega solo con il Paese di nascita; l’impatto accademico degli studi scientifici sembra praticamente casuale; le probabilità di diventare amministratore delegato pare legato al mese di nascita; le persone con nomi facili da pronunciare hanno maggior accesso al credito; eccetera. “Le correlazioni non sono cause” si usa spesso dire, ma anche limitando molto il ruolo della fortuna rimane spesso decisivo. In una simulazione che ha provato a ricreare una selezione di 11 astronauti su oltre 3.000 candidati si è dimostrato che anche solo dando un peso del 5% alla fortuna sul punteggio di ogni candidato, quasi sempre i vincitori ne avevano una quantità elevata.

È quindi quasi come se la complessità fosse un frattale: più cerchiamo di imbrigliarla, più esplode nei dettagli; e più si guarda a quei dettagli, più si rivelano governati dal caso e determinanti anche per lo scenario generale. Ma esiste anche l’altra parte della medaglia: più la ricerca psicologica avanza, più ci si rende conto che le convinzioni delle persone hanno un impatto assai rilevante sul risultato. Si è per esempio dimostrato che dando a caso un punteggio di intelligenza a degli studenti e rendendolo noto a loro e insegnanti, gli esiti scolastici si allineavano a questi punteggi arbitrari (lo chiamano “effetto Pigmalione”). Oppure che la percezione di avere le capacità di risolvere un problema aumenta in maniera rilevante le probabilità di successo (“Auto-efficacia”), ma anche che questa capacità è in gran parte “ereditaria”.

Il paradosso è quindi questo: il caso ha un impatto assai rilevante nelle fortune di una persona, ma allo stesso tempo essa dovrebbe convincersi che questo non sia vero. Avendo passato la gran parte della nostra storia evolutiva in balia degli eventi, il nostro cervello si è abbastanza ben evoluto nella seconda parte del paradosso, cioè nel convincersi che fortuna o sfortuna non ci riguardino – per questo, per esempio, pensiamo che gli altri siano molto più esposti di noi ad ammalarsi, o che le partite vengano decise dalla tattica dell’allenatore. Ora però che controlliamo di più l’ambiente e i processi, dovremmo forse sforzarci maggiormente sulla prima parte del paradosso, cioè riconoscere l’impatto che la fortuna e il caso hanno sulla nostra vita.

Si tratta, in sostanza, di accettare di “perdere il controllo”; di, invece di sforzarci di aumentare la potenza dei nostri strumenti, scegliere di alimentare la forza della nostra comunità; di non ossessionarci più con la prevenzione dei rischi, e invece di accettare l’inevitabile imprevedibilità della complessità. È una sfida epocale; quasi assurda per quanto ci può sembrare oggi paradossale, dal momento che organizziamo la nostra vita sociale sulla base dell’idea di merito, e quindi di meritocrazia, e se essa si dimostra fallace o inconsistente ci sembra non avere alternative per costruire una società produttiva, equa e pacifica. D’altronde, sembra evidente che si tratta di un cambio di paradigma necessario.

La convinzione dei “vincenti” di essere in situazione di privilegio soprattutto per proprio merito, e quella dei “perdenti” di essere tali soprattutto a causa o delle proprie limitate capacità o di una scarsa abilità dei “vincenti” nel difendere i loro diritti e opportunità, stanno creando fratture sociali profondissime. Allo stesso tempo, il sovrainvestimento in strumenti e processi atti ad aumentare il controllo e limitare i rischi sta producendo una quantità enorme di effetti collaterali, iatrogeni, e quindi paradossalmente una perdita di controllo e un aumento dei rischi. Un po’ come succede nel calcio: cercando di evitare gol fantasma, rigori non dati e fuorigioco non fischiati, ne stiamo uccidendo lo spirito. Dovremmo forse dimenticarci di avere il VAR e tornare a dire che “la palla è tonda”, e accettarne i risultati. Perché in fondo il fine è il gioco, non il goal. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia