• Dom. Set 19th, 2021

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Lea Seydoux (a casa col Covid) verso la palma da attrice. In “France” è simbolo della nazione

Lea Seydoux poses for photographers on the red carpet at the world premiere of the new James Bond 007 film

Léa Seydoux, a casa col Covid, è la grande assente di questo Festival, ma ne è la star incontrastata, con quattro film nella selezione ufficiale, “The French Dispatch” di Wes Anderson, “L’histoire de ma femme” dell’ungherese Ildiko Enyedi, “France” di Bruno Dumont, e “Tromperie” di Arnaud Desplechin, fuori concorso. Non è un azzardo pronosticare la Palma da interprete femminile per un’attrice senza frontiere (è stata anche una Bond-Girl col cervello) di sicuro talento. In più, vuoi mettere la valenza simbolica, in un mondo ancora stritolato dalla pandemia?

Bruno Dumont nel suo “France” erige Léa Seydoux addirittura a simbolo della nazione, della sua oscenità morale ma anche di una coscienza sofferente che continua a palpitare. Lei è France Les Meurs (moeurs, che in francese indica i costumi di un Paese, si scrive diversamente ma quello è il senso). Regina della tv, è il volto su cui si consuma questa tragicommedia contemporanea sulla macchina mediatica. Lo è letteralmente, risucchiata dall’inizio alla fine del film dai piani stretti della cinepresa.

“France” è un film raggelante, che fa del suo meglio per respingere. Come satira del cinismo tv, è tematica saccheggiata dal grande e dal piccolo schermo. Per Dumont il suo è un fotoromanzo, bizzarra definizione per un’opera con ambizioni di denuncia epocali. La tesi è che i media si sono appropriati della finzione, impoverendo il cinema che ne era il regno. Nei suoi reportage dai teatri di guerra o sui barconi dei migranti, France è il burattinaio che manovra ogni gesto, ogni espressione dei disperati. 

È una potenza, che può permettersi smorfie e gestacci in prima fila davanti a Macron, alle conferenze stampa dell’Eliseo, istigata da un’assistente leccapiedi (Blanche Gardin) che possiede un solo aggettivo – “Génial!” – e una sola  massima: “Il peggio è il meglio”. L’equazione guida è spettatori=elettori. Alla domanda di una fan che l’ha intercettata alla toilette – “Me lo chiedo da sempre, lei è di destra o di sinistra?” –  France risponde: “Perché, per lei fa differenza?”. In questo senso il titolo del film è intercambiabile: potrebbe chiamarsi “Italia”, “Germania”, “Spagna”..

Fonte d’ispirazione è il saggio di un polemista assai caro a Dumont (da lui aveva già tratto i due film su Giovanna d’Arco) che nel 1905 parlava di una nuova barbarie che minaccia il mondo. Il titolo è “Grazie a un semichiaro mattino – Socialismo e Totalitarismo nell’Europa del primo Novecento”. Questo, per la cronaca, era anche il titolo provvisorio di “France”. 

Se pensiamo a “L’Humanité” o a “Ma Loute”, che hanno fatto di Dumont un vero culto cinefilo, questo è un film esoterico, troppo involuto per centrare il bersaglio. Ma è portatore di verità incontestabili. Dice, il regista, che noi giornalisti siamo tutti pedine- soffrendone, spesso- della ‘banalità del male’. Che il reale in tv diventa un alibi, a servizio della fiction maggioritaria  mascherata da moralità purificatrice. Per farsi ascoltare, però, bisogna tenere gli spettatori incollati alla sedia. Molti, qui a Cannes, se ne sono andati a metà.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia