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La vicenda Whirlpool ci insegna che solo un piano per l’industria può salvare il Sud

DiRed Viper News Manager

Lug 16, 2021

Con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per i lavoratori dello stabilimento di via Argine, decisa dalla dirigenza della multinazionale Whirlpool, si è consumato l’ultimo atto di una lunga e drammatica vicenda durata più di due anni.

Difficile comprendere le motivazioni di questa scelta, l’azienda ha sostenuto di non poter creare alcuna prospettiva industriale per lo stabilimento di Napoli, rendendo di nuovo competitiva la produzione, e ha respinto ogni tipo di incentivo (decontribuzione, contratti di sviluppo, fondi industria 4.0, la garanzia Sace) messo a disposizione del governo Conte e del ministro Patuanelli nell’ottobre 2020. Una decisione senza appello, quindi, che disegna una strategia di disimpegno della multinazionale dall’Europa e dal Medio Oriente, annunciata nel gennaio 2017 e che ha portato alla chiusura degli impianti francesi di Amiens nel 2017 e nel maggio 2021 dello stabilimento turco di Manisa. L’apertura di un grande centro di produzione e distribuzione a Tulsa, in Oklahoma, nel marzo 2020, lascia intendere che la multinazionale americana ha aderito agli indirizzi della politica dell’amministrazione Trump di contrasto nazionale alla concorrenza cinese. È chiaro che le scelte compiute in Europa sono strettamente legate alle opportunità aperte negli Stati Uniti.

Si tratta di scelte di localizzazione, anche motivate da interessi nazionali dei centri decisionali del Michigan, e non di una crisi di ristrutturazione del settore dei grandi elettrodomestici che prima della pandemia, nel 2019, aveva registrato una crescita complessiva del 2,7% con un fatturato totale di 182 miliardi di euro a livello mondiale, mentre in Italia, nello stesso anno, il settore lavatrici era cresciuto del 2% confermandosi il segmento più importante e rappresentando il 44% del fatturato totale. Dati molto positivi, sicuramente rafforzati dalla ripresa post-pandemica. In questo contesto, nel 2020, il gruppo Whirlpool, con i suoi 35 stabilimenti di produzione e i 78mila dipendenti, ha realizzato un fatturato di 16,1 miliardi di euro e un utile netto di 830 milioni di euro. I 359 operai di via Argine sono quindi sacrificati da complesse strategie, così come quindici anni fa furono cancellati 6.500 posti di lavoro negli Stati Uniti. In questa nuova logica di impresa ciò che conta non è il lavoro, ma le opportunità di profitto, legate alla temporanea acquisizione di benefici fiscali e vantaggi di costo. Oggi tocca allo stabilimento di via Argine, domani toccherà a un impianto indiano o polacco: stessa sofferenza, stesse proteste, stessa rabbia per l’impotente risposta della politica.

Lo stabilimento Whirlpool di via Argine è uno degli ultimi presidi produttivi di quella che fu la zona industriale di Napoli Est, tra i quartieri di San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, cuore operaio della città insieme con Bagnoli. Di quel passato glorioso, fatto di sudore e sacrifici ma anche di storie di emancipazione, resta poco, cioè gli scheletri imponenti di capannoni e fabbricati, mentre e le ciminiere, come obelischi dedicatori, ci ricordano quale doveva essere la frenetica attività di quella zona e quante speranze ha contribuito a realizzare. In questi lunghi 26 mesi la politica non ha saputo trovare una soluzione realizzabile. Se questo è il modo di essere del capitalismo industriale che sposta i suoi impianti come valigie – oggi qui, domani altrove – allora la politica si deve attrezzare per difendere l’occupazione e il futuro industriale del Paese. L’Unione europea ha stabilito rigidissime regole per gli aiuti di Stato, come se il libero mercato fosse sempre il miglior strumento per garantire il benessere. Ma non è così.

D’altra parte l’assenza di una concreta politica industriale, da parte della classe politica nazionale, ha pesato sulla ricerca di una soluzione. In questi due anni si sono avvicendati tre governi e tre ministri dello Sviluppo economico: il “super-ministro” Di Maio, fuggito poi al più tranquillo ministero degli Esteri; il più competente Patuanelli, schiacciato dalla pandemia; infine Giorgetti, molto vicino agli interessi del Nord e forse poco interessato a quelli del Sud. La chiusura di una stabilimento in una zona già fortemente deindustrializzata e notoriamente soggetta agli avidi appetiti della criminalità organizzata non è il miglior incentivo per trovare altri investitori nell’immediato. L’unica possibilità è di definire subito un piano industriale per lo stabilimento, attraverso le competenze di Invitalia, e tentare di attivare capitali nazionali o accedere alle opportunità aperte dal Recovery Plan e dalla attuazione delle Zone economiche speciali, favorendo anche una riconversione della produzione in altri settori.

Intanto i lavoratori dovrebbero conservare il loro posto di lavoro e, nel frattempo, dovrebbero essere inseriti temporaneamente in programmi di formazione coerenti con il piano industriale adottato. I turchi sono riusciti a evitare una crisi occupazionale favorendo il passaggio degli stabilimenti Whirlpool, chiusi a Manisa, alla impresa turca Arçelik. Una soluzione simile si può trovare anche per lo stabilimento di via Argine? Il prestigio del premier Mario Draghi può essere decisivo in tal senso. Ma resta il dato che al Paese manca da anni una politica industriale. E queste sono le conseguenze.

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