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Così Gratteri e l’antimafia hanno distrutto la mia azienda e la mia vita

DiRed Viper News Manager

Lug 16, 2021

Mi chiamo Roberto Corbo. Oggi ho 45 anni. Sono un imprenditore edile. Forse. Certo, prima lo ero.
Nel gennaio 2018, sono arrestato nell’ambito dell’operazione Stige della Procura di Catanzaro. Il capo di imputazione dice: concorso esterno in associazione mafiosa. Si racconta che avrei avuto contatti con un noto esponente della ndrina calabrese, e di avergli messo a disposizione la mia azienda, una Società per Azioni.
Procediamo con ordine. Sono casertano e le mie attività si sviluppavano, principalmente, nel centro nord Italia.

A fine 2012/2013 mi reco alla Banca MPS di Siena per richiedere un mutuo edile per la costruzione di un complesso immobiliare a Monteriggioni, Siena. La banca per prassi nomina un perito di fiducia per le necessarie verifiche. Il perito di fiducia era il noto affiliato alla ndrina, residente e con studio a Siena. Il mutuo non viene erogato. Qualche tempo dopo il perito mi contatta per presentarmi un cugino che avrebbe mostrato interesse ad acquistare la mia operazione. Non si conclude nulla e i rapporti cessano a metà 2014. Dopo quattro anni, nel 2018, vengo tratto in arresto insieme ai due, al noto perito e a suo cugino. Trascorsi venti giorni di carcere, il Tribunale del Riesame annulla l’ordinanza cautelare per carenza di gravi indizi. Il tribunale, in particolare, affermava che dal contenuto delle intercettazioni telefoniche non emergessero elementi sufficienti per sostenere una agevolazione alle attività del clan coinvolto. È finita. Pensavo. E invece la mia storia doveva ancora iniziare.

Sempre nel 2018, la Prefettura di Caserta emette, facendo suo l’impianto accusatorio di Catanzaro, una informativa antimafia (interdittiva). Di conseguenza mi vengono revocati tutti gli appalti e le concessioni. Sono costretto a licenziare tutti i dipendenti. Il giudice della cautela espressamente afferma che non vi è stata attività di agevolazione e nessun tentativo di infiltrazione. Il Prefetto, al contrario, sulla base degli stessi fatti, ritiene che vi sia stata agevolazione e infiltrazione mafiosa nella Corbo Group S.p.A. Non mi arrendo e decido di chiedere al tribunale delle misure di prevenzione che la mia società sia sottoposta alla misura del controllo giudiziario di cui all’articolo 34 bis del Decreto Legislativo n. 159/2011, chiedendo la “bonifica” dell’azienda per poter tornare a lavorare. Nel frattempo, la mia vicenda cautelare ha un sussulto: la procura appella la sentenza del Tribunale del Riesame in Cassazione. Si è trattato di un sussulto. A Roma quel ricorso è dichiarato inammissibile.

Nel settembre 2019, sono assolto dal Gup di Catanzaro perché il fatto non sussiste. Dopo poco, arriva il decreto del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che dichiara conclusa positivamente la procedura del controllo giudiziario. I Giudici scrivono che bisogna prendere atto del fatto che per la società non sia emerso… alcun dato significativo sintomatico di fatti estranei alla normale gestione aziendale. La white list mi viene allora concessa. Sembra tutto finito: inizio a lavorare e a contrattualizzare con la pubblica amministrazione. Ancora una volta non è così. Le cose precipitano di nuovo. Nel giugno 2020, la Procura di Catanzaro propone appello contro la sentenza di assoluzione. A gennaio 2021, il Consiglio di Stato rigetta il ricorso contro l’interdittiva. I giudici di Palazzo Spada ritengono che quei fatti (ma quali? Una teorica messa a disposizione agevolatrice deducibile da una telefonata!) pur non essendo idonei a sostenere una condanna in sede penale sono, però, idonei a sostenere l’interdittiva antimafia. Il controllo giudiziario è come se non ci fosse mai stato. Né conta quanto detto dal Tribunale del Riesame che ha escluso del tutto la contiguità compiacente dell’impresa Corbo Group ritenendo che la stessa non abbia mai svolto attività di agevolazione a beneficio del sodalizio criminoso.

Lo ripeto, perché a me appare incredibile: sia il Tribunale del Riesame sia il controllo giudiziario sia il GUP hanno escluso qualunque contiguità. Il decreto che dichiara la chiusura del controllo giudiziario riporta espressamente che le accuse rispetto ai tentativi di infiltrazione mafiosa si sono rivelate “del tutto infondate”. Ma per il Consiglio di Stato nulla di questo ha valore. È l’autonomia dei giudicati, mi spiega il mio avvocato. Autonomia dei giudicati che mi rende un imprenditore dimezzato: estraneo e bonificato per taluni, marcato per sempre per altri. La Prefettura, notizia da poco giunta, sembra decisa a emettere una nuova informativa. Alla mia istanza di ammissione alle white list ha risposto: ci sono ostacoli. Quali? Quelli soliti. Da lì non si passa. Lì sono incatenato.

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