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Campo di Lipa, migliaia di migranti ancora rinchiusi nel ghetto bosniaco

DiRed Viper News Manager

Lug 16, 2021

A Natale 2020 le immagini delle persone che sprofondavano con le ciabatte infradito nella neve del campo di Lipa (Bihac, Bosnia), una distesa di tende e container in un gelido altopiano lontano 30km dal più vicino centro abitato, hanno fatto il giro del mondo facendo conoscere la drammatica realtà dei migranti e dei rifugiati in Bosnia. Dopo poche settimane però su quella vicenda calò il silenzio e molti pensarono che l’emergenza fosse finita. L’accurato rapporto curato dalla Rete Rivolti ai Balcani “Bosnia Erzegovina. La mancata accoglienza. Dall’emergenza artificiale ai campi di confinamento finanziati dall’Unione Europea” appena edito dal mensile AltrEconomia, ha rotto questo silenzio evidenziando come la situazione generale in Bosnia sia invece in rapido peggioramento.

A fine maggio 2021, secondo i dati forniti dall’OIM, i migranti (compresi i richiedenti asilo) presenti nei diversi “Temporary Reception Centres” e “Provisional Camps” erano solo 3.242. Anche in presenza di numeri così contenuti le strutture di accoglienza continuano ad avere standard estremamente bassi o sono del tutto degradate e insicure nonostante i finanziamenti europei alla Bosnia ed Erzegovina siano stati dal 2018 ad oggi piuttosto cospicui. Parallelamente il numero dei migranti che non accedono ad alcuna struttura di accoglienza ma sono semplicemente abbandonati a loro stessi, vivendo in ogni stagione dell’anno nei boschi e nelle case e fabbriche abbandonate in condizioni estreme, è pressoché uguale a quello di coloro che vivono nei centri (3.220 migranti secondo lo stesso rapporto OIM).

La situazione bosniaca è stata acutamente definita una crisi umanitaria artificiale; non certo nel senso che non sia dolorosamente vera per le persone che vivono il degrado e l’abbandono, ma nel senso che si tratta di una crisi che non è generata da una difficoltà di gestione di grandi numeri. Nonostante la Bosnia sia stata coinvolta dall’arrivo e transito dei migranti già da circa da quasi quattro anni (vi sono passate 70mila persone) non esiste ancora nel Paese alcun sistema di accoglienza che possa essere denominato tale, ovvero un sistema che preveda standard adeguati, strutture abitative ordinarie e per quanto possibile diffuse, e un coinvolgimento della società civile nella gestione di una situazione che è inedita e difficile in un Paese fragile e ancora profondamente diviso, ma affatto ingestibile. In particolare nel cantone di Bihac, quello a maggior concentrazione di migranti per ragioni geografiche, la strada scelta dalle istituzioni locali è stata quella della risposta feroce: già dal 2019 il governo ha istituito posti di blocco per impedire (inutilmente) agli stranieri l’ingresso nel Cantone, ha vietato di prendere in affitto stanze in hotel e ostelli o in abitazioni private lasciando le persone nelle strade, assiderate dal freddo, e ha persino criminalizzato le organizzazioni che gestiscono gli aiuti umanitari.

Per cercare di spostare i migranti dall’area urbana, a maggio 2019 il Comune di Bihac pe ha puntato addirittura su una ex discarica a 10 km dalla cittadina, sulla Plješevica (la montagna a confine con la Croazia): un luogo privo di energia elettrica e di fognature ammassandovi fino a 1500 persone, compresi bambini. I migranti furono evacuati a inizio dicembre, appena poco prima di una catastrofe umanitaria dovuta alle condizioni meteo. Anche senza giungere a un tale livello di violenza, nel resto della Bosnia (più precisamente della Federazione, visto che la Repubblica serba di Bosnia ha sempre rifiutato ogni presenza di rifugiati sul suo territorio) comunque non è mai stato avviato alcun programma di accoglienza e di integrazione sociale dei richiedenti asilo, neppure dei casi più vulnerabili, mentre per dissuadere chiunque nutra aspettative, i tempi di attesa dell’esame delle domande di asilo, pur trattandosi di numeri quasi insignificanti (244 domande in tutto il Paese nel 2020, meno di quelle che si registrano in una piccola città di provincia italiana) superano i due anni e i tassi di rigetto sono altissimi (in tutto il 2020 lo status di rifugiato è stato riconosciuto, in Bosnia ad una sola persona).

Invece di supportare la Bosnia a sviluppare un proprio piccolo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati, procedendo in parallelo a reinsediare quote di rifugiati dalla Bosnia verso l’Unione Europea, Bruxelles ha creato nel Paese un’emergenza umanitaria: ha cercato di bloccare l’ingresso nella Ue dei rifugiati e ha esasperato le condizioni di vita di chi già vi era arrivato, nella speranza illusoria che tutto ciò generasse un effetto deterrente verso persone che, respinte violentemente dalla confinante Croazia, tuttavia non avevano e non hanno alternative diverse da quella di infilarsi nel tritacarne bosniaco. In questo scenario si colloca la parabola di Lipa, campo costruito intenzionalmente su un altopiano disabitato, inizialmente presentato come necessario per garantire misure di isolamento dal covid-19 ma nel quale erano stati poi ammassati i migranti provenienti dal campo “Bira” anch’esso gestito da Oim, una ex fabbrica fatiscente che era il più grande campo dell’area, chiuso per ordine del governo cantonale il 30 settembre 2020. Con l’inverno si determina il collasso e Lipa viene abbandonata da Oin alla vigilia di Natale 2020 perché le condizioni di vita vengono considerate inaccettabili. La chiusura però è solo annunciata e non produce l’effetto di chiudere quella sciagurata esperienza e riportare le persone nella ex fabbrica dismessa a causa di dure opposizioni politiche interne alla Bosnia.

Già il 30 dicembre 2020, mentre ancora il mondo finge di indignarsi sulla situazione di Lipa, il Consiglio dei ministri bosniaco decide che nell’arco di tre o quattro mesi il campo di Lipa sarebbe stato riconvertito a centro di accoglienza ufficiale, a diretta gestione governativa con finanziamenti provenienti dall’Unione europea e con un ruolo di supporto tecnico da parte dell’OIM. Come in una sorprendente metamorfosi, ciò che era stato presentato come l’inferno in terra, risorge, identico e nello stesso tempo diverso, quale luogo di accoglienza nel quale collocare migliaia di persone; non più solo uomini soli ma persino donne e bambini, compresi minori non accompagnati: al momento 1000 uomini singoli, 300 appartenenti a nuclei famigliari, 200 minori non accompagnati. Ma i numeri aumenteranno perché il piano d’azione in atto nell’estate 2021, con il consenso e i fondi dell’Unione europea, prevede la chiusura di altre strutture di accoglienza presenti nell’area, scadenti ma pur sempre migliori, per realizzare un unico mostruoso campo di confinamento fatto di tende e container in cui rinchiudere i migranti (teoricamente liberi di uscire dall’alba fino alle ore 16.00, ma senza nessun luogo dove poter andare nel disabitato altopiano per decine di chilometri).

La scelta del confinamento di migliaia di persone in un non-luogo produrrà quei fenomeni di segregazione, marginalità e violenza indissolubilmente connessi a tali strutture, mentre il totale isolamento geografico del luogo, lontano sia da ogni area urbana sia dalle vie di transito usate dai migranti per cercare l’ingresso nella Ue, avrà come conseguenza che molti rifugiati eviteranno il campo ingrossando gli accampamenti di fortuna in tutta l’area.
L’effetto combinato della generale diminuzione di posti nel cantone e di un presumibile aumento degli accampamenti potrà portare, specie nella stagione invernale, all’ennesima crisi umanitaria artificiale di cui porterebbero la responsabilità diretta tanto il governo del Cantone Una-Sana che il governo della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina ma soprattutto le istituzioni dell’Unione europea.

È l’Unione infatti che deve scegliere se continuare nell’appoggio incondizionato alle politiche di respingimenti violenti ed illegali ai propri confini esterni e alla costruzione dei campi di confinamento dentro l’Ue e ai suoi confini, oppure cambiare impostazione e strategia, bloccando i finanziamenti destinati alla realizzazione dei campi di confinamento e dirottando le risorse verso la nascita di un vero sistema di accoglienza bosniaco. Quest’ultimo potrà svilupparsi solo se il processo sarà molto attento e graduale e quindi solo se l’Unione deciderà che i rifugiati oggi intrappolati in Bosnia e oggetto di respingimenti a catena da Croazia, Slovenia, Austria (e fino a poco tempo fa anche Italia) vanno ricollocati nei diversi paesi dell’Unione. Come su Lipa, il silenzio avvolge anche l’urgenza politica e umanitaria di questo cambio di registro. E alla domanda se e quale sia la voce dell’Italia, primo grande stato UE confinante con l’area balcanica, la risposta è: non pervenuta.

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