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Whirlpool, via ai licenziamenti: il flop della politica dopo anni di promesse

DiRed Viper News Manager

Lug 15, 2021

Il dado è tratto e il dialogo è finito: al via i licenziamenti per i 359 operai della fabbrica Whirlpool di via Argine a Napoli. La multinazionale americana, dopo il tavolo convocato al Ministero dello Sviluppo Economico (Mise), ha deciso di rifiutare le 13 settimane di cassa integrazione proposte dal Governo per lo stabilimento produttivo chiuso alla fine di ottobre 2020. A nulla sono serviti decine di discussioni, scioperi, incontri, presidi e la fortissima attenzione mediatica e dell’opinione pubblica alla vicenda. Mai come in questo momento i roboanti annunci dei politici che hanno accompagnato la vertenza Whirlpool rappresentano, ancora una volta, il fallimento di una classe politica incapace di tener fede alle promesse e alle dichiarazioni “urlate” dalle pagine dei giornali. «L’epilogo della vicenda Whirlpool – commenta l’ex segretaria Cisl campana Lina Lucci – è il risultato della politica peggiore che si possa vedere, quella fatta da chi non ha idea di dove si debba andare a parare e si riempie la bocca di slogan. Bisogna capire una volta per tutte che la politica non si può improvvisare».

Il primo che fece credere che tutto si fosse risolto per il meglio fu l’attuale ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che orgoglioso annunciò: «Whirlpool non licenzierà nessuno, anzi riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia». Alla sua voce si unì poi quella dell’ex ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, che a novembre 2020 annunciò che il governo Conte avrebbe di lì a poco trovato «un imprenditore serio e con voglia di investire in quella fabbrica». Anche in questo caso, però, i risultati sono stati pari a zero. «Si tratta della politica dall’animo populista e rivoluzionario, pericolosa e dannosa su cui oggi tutti gli esponenti politici sono chiamati a riflettere», sottolinea Lucci. E non vanno dimenticate le dichiarazioni dei politici locali. Nell’ottobre del 2019 il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, intervenne nel caso Whirlpool e annunciò: «In caso di chiusura dello stabilimento attiveremo un centro produzione collettiva di lavatrici tutto italiano».

Lo stesso de Magistris andò personalmente a parlare con quei 359 lavoratori che presto si troveranno senza uno stipendio e un impiego, ma nemmeno il suo intervento ha portato risultati apprezzabili. «Il caso Whirlpool – sostiene Lucci – ha come principale responsabile proprio il sindaco che non ha monitorato il contratto di programma: avrebbe dovuto pensare a quello invece di indossare le magliette della Fiom e gridare alla rivoluzione». Quando Ministero e Regione siglarono il contratto di programma, l’idea era quella di creare attorno alla Whirlpool delle “aziende satellite” dalle quali la multinazionale avrebbe dovuto attingere per ridurre i costi. «De Magistris avrebbe dovuto monitorare i piani industriali, l’iter delle risorse erogate e l’impatto occupazionale che quelle stesse risorse avrebbero dovuto generare – prosegue Lucci – Mi chiedo con quale coraggio oggi si candidi alla presidenza della Calabria, quando dobbiamo solo augurarci di non avere mai più un modello politico come il suo».

Se le responsabilità delle istituzioni locali hanno influito in maniera importante sulla chiusura dello stabilimento di Napoli, enormi sono le responsabilità delle istituzioni a livello nazionale. L’ultimo impegno assunto dal Governo era stato quello di affidare a Invitalia un’attività di scouting per individuare un nuovo soggetto industriale o un piano industriale che fosse utile a riconvertire le produzioni per tenere in vita lavoratori e stabilimento. «Possibile che un’agenzia governativa non sia stata in grado di trovare un soggetto industriale affidabile? – chiede Lucci – E soprattutto, se l’Italia non è in grado di dare risposte rispetto a una vertenza territoriale, che affidabilità può avere agli occhi del mondo?» Gli interrogativi assumono un tono ancora più allarmante se il tutto avviene proprio mentre l’Italia incassa i primi 26 miliardi del Recovery Fund e si trova di fronte alla necessità di riconvertire molte aziende.

«Mi chiedo come sarà possibile affrontare tutto ciò con i politici che ci ritroviamo e dopo un fatto così grave come il licenziamento dei dipendenti Whirlpool – conclude Lucci – Di Maio e Patuanelli dovrebbero dimettersi: se non riesci a risolvere un problema, non puoi fare politica perché quella deve farla chi ha competenze ma soprattutto la credibilità per rassicurare gli investitori stranieri».

L’articolo Whirlpool, via ai licenziamenti: il flop della politica dopo anni di promesse proviene da Il Riformista.