• Dom. Set 19th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

“The Story of Film”, a Cannes un viaggio davvero speciale e prezioso nel mondo del Cinema

“I politici ci dicono che i paesi e le nazioni in cui viviamo sono unici, i film, invece, ci dicono che non esistono confini”: basterebbe questa premessa, quasi in apertura di The Story of Film: a new generation di Mark Cousins, per invitarci ad un viaggio davvero speciale e prezioso all’interno di quel movimento, pensiero, linguaggio, fatto di immagini e suoni, che da più di un secolo abbiamo imparato a chiamare con una singola parola. Cinema. 

E’ un viaggio che Cousins ha iniziato diversi anni fa con un una serie documentaria in 15 parti chiamata The Story of Film: an odissey di cui questo, presentato a Cannes nella sezione Cannes Classic, della durata di più di 2 ore, è l’ultimo episodio. Quali sono i film e gli autori che nelle ultime stagioni del grande schermo hanno esteso con intelligenza e passione le possibilità della forma stessa del cinema?

Con la stessa palpitante emozione con la quale qualcuno si appresta a condividere un segreto o una scoperta, la voce di Cousins sfoglia ogni genere, dalla commedia al documentario al musical per mostrarci come un ieratico regista thailandese come Apichapong costruisca la metafora del sonno e del sogno in un reparto d’ospedale o in un centro commerciale, come lo faccia Leos Carax in Holy Motors, come un gangster film indiano (Gangs of Vasseypur) ibridi il crime con la danza.

In ogni angolo del mondo, dalla California all’Estonia, dai deserti della Namibia dove è stato girato un blockbuster come Mad Max, che ha la forza innovativa di colori, editing e storytelling di un film d’autore, agli interni cinesi di un film di puro e irripetibile estremismo psichico e sociale come An Elephant Sitting Still (il cui autore, Hu Bo, si è suicidato prima dell’anteprima della sua opera), dall’Africa ipertecnologica reinventata dalla Marvel in Black Panther  alla fantascienza femminista di Gravity, da Godard a Ari Aster, in ogni metro quadrato del pianeta venga piazzata una videocamera o montata una go pro, Cousins ci mostra  che ciò che resta del cinema, se si toglie l’economia dei massicci investimenti, lo star system, il gossip instancabile, è la creatività e la cura, la destrezza dell’innovazione della forma e l’ossessione del tumulto o della quiete irreale della vita nelle immagini.

Una volta Enrico Ghezzi disse che la vera critica cinematografica dovrebbe essere esercitata come la cronaca di una diretta sportiva, il commento di un film dal vivo come quello di una partita di calcio o di tennis. Mark Cousins, che ha innovato questo genere un po’ come i registi che racconta hanno innovato il cinema, assimilando la critica cinematografica al flusso di immagini e suoni del cinema (scrive, dirige e realizza in prima persona i suoi documentari), ha, in fondo, fatto qualcosa del genere: mentre scorrono le immagini di The Joker o Parasite, sentiamo la sua voce aprire idee, svelare tecniche, isolare dettagli nelle inquadrature dei grandi film che abbiamo amato, senza rinunciare alla sua voce, alla sua grana, alle sue intonation irlandesi e scozzesi (è nato a Belfast e vive ad Edimburgo) – e soprattutto al fiato del respiro incalzato dalle emozioni.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia